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La basilica Santa Sabina all’Aventino

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 1 aprile 2015

Una tradizione ininterrotta di fede
Dal suggestivo colle Aventino, ricco di antiche e recenti memorie, si può godere un inimitabile panorama delle anse del Tevere e di Roma tutta, dal cupolone fino all’Altare della Patria.
In questo incanto, circondata da giardini silenziosi, come lo spettacolare giardino detto degli aranci, si trova la basilica paleocristiana di Santa Sabina che, nonostante le trasformazioni, conserva ancora il sapore dell’antichità dei primi cristiani. (Immagine 1/2)

La storia
La chiesa fu costruita dal prete Pietro di Illiria tra il 422 e il 432, sulla casa della matrona romana Sabina, poi divenuta santa. Sulla controfacciata della chiesa esiste un mosaico che riporta in esametri latini la dedica della chiesa. Come risulta da alcune iscrizioni ritrovate nei pressi della basilica, vicino alla chiesa si ergeva l’importante tempio di Giunone Regina, 24 colonne del quale furono utilizzate per l’edificazione della chiesa. Isolata per secoli, solo nell’ IX secolo venne inglobata nei bastioni imperiali. Nel 1287 la chiesa fu sede di conclave: qui, nell’aprile di quell’anno, si riunirono i cardinali alla morte di papa Onorio IV per eleggere il successore. Quell’anno Roma fu colpita da una terribile epidemia di malaria, che fece sei morti anche tra i cardinali in conclave. Gli altri porporati, presi dal terrore del contagio, abbandonarono la chiesa. Solo uno rimase a Santa Sabina: il cardinale Gerolamo Masci. I cardinali tornarono a riunirsi a Santa Sabina solo il 22 febbraio 1288 e quello stesso giorno elessero - forse come premio allo stoicismo del cardinale che da quel palazzo non si era mai mosso - Gerolamo Masci che prese il nome di papa Niccolò IV. (Immagine 3)
Santa Sabina è la prima stazione quaresimale. Qui i pontefici pronunciano la loro omelia il mercoledì delle Ceneri. Non si conoscono con precisione i motivi per cui sia stata scelta Santa Sabina: alcuni pensano che il papa, in vista delle fatiche quaresimali, si ritirasse lassù per alcuni giorni di riposo. La scelta potrebbe anche essere riconducibile alla forte salita - simbolo degli sforzi necessari alla “salita” verso la perfezione spirituale dell’anima - che doveva percorrere, per raggiungerla, la processione che partiva dalla basilica di Santa Anastasia.
L’interno fu profondamente rimaneggiato nel corso dei restauri di Domenico Fontana nel 1587 prima e di Francesco Borromini nel 1643. Nel 1870 la basilica, in seguito alla soppressione dei monasteri fu trasformata in lazzaretto a partire dal 1870.
In tempi recenti Antonio Muñoz, condusse due fasi di restauri (1914-19 e 1936-37) che riportarono la chiesa - alla struttura originaria.

I domenicani
Nel 1219 la chiesa fu affidata da papa Onorio III a Domenico di Guzmán e al suo ordine di frati predicatori, che da allora ne hanno fatto il loro quartier generale. (Immagine 4)
E al ricordo di Domenico sono legate in questa chiesa due interessanti particolarità.
Nel chiostro si trova una pianta di arancio dolce che, secondo la tradizione domenicana, venne piantata nel 1220 da Domenico. Il santo infatti in questa chiesa visse ed operò, tanto che ancora oggi nel convento si conserva la cella, ora trasformata in cappella, nella quale lui visse. Si racconta che Domenico avesse portato con sé un pollone dalla Spagna, sua terra d’origine, e che questa specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia. L’arancio - visibile dall’atrio della chiesa attraverso un buco nel muro, è considerato miracoloso perché, a distanza di secoli, ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull’originale, una volta seccato. (Immagine 5)
La tradizione vuole che le cinque arance candite, donate da Caterina da Siena a papa Urbano VI nel 1379, siano state colte dalla santa proprio da questa pianta.

Il lapis diaboli
Incuriosisce nella chiesa, accanto all’antica porta una colonna sulla quale si nota una pietra nera; si tratta della cosiddetta lapis diaboli, ossia “pietra del diavolo”. Secondo una pia tradizione la pietra sarebbe stata scagliata dal diavolo contro Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. In realtà la lapide fu spezzata dall’architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti, successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola cantorum. (Immagine 6)

Gli esterni
La chiesa non ha facciata: essa è inglobata nell’atrio che ricalca la pianta dell’antico nartece, uno dei quattro bracci dell’antico quadriportico, che attualmente costituisce parte del monastero domenicano. Si accede alla chiesa quindi attraverso un portale situato nel lato meridionale a sua volta preceduto da un piccolo portico con tre arcate. (Immagine 7/8/9) Tipiche dell’architettura paleocristiana, oltre alle pareti esternamente lisce (prive di contrafforti poiché la copertura era sempre a capriate), era la presenza di grandi finestre aperte nel cleristorio (la parte più alta della navata centrale). Nei secoli successivi, quando si perse la capacità di fare grandi vetrate, le aperture nelle chiese si ridussero infatti drasticamente. Rimangono tracce dell’antico campanile paleocristiano nella base del campanile a vela barocco, posto alla sinistra della facciata della chiesa. Il monastero è caratterizzato da un chiostro quadrangolare con gallerie sui quattro lati che si aprono verso il centro con polifore sorrette da colonnine marmoree. (Immagine 10/11)

La porta lignea.
L’ingresso principale è chiuso da una porta lignea risalente al V secolo, che costituisce il più antico esempio di scultura lignea paleocristiana (Immagine 12). In origine era costituita da 28 riquadri ma ne sono rimasti 18, tra i quali vi è quello raffigurante la crocefissione, che è la più antica raffigurazione conosciuta di questo evento. È di legno di cipresso ed è singolare che la porta sia rimasta nella sua sede originaria, giungendo in ottime condizioni sino a noi, sia pure con alcuni restauri e con l’aggiunta successiva della fascia decorativa a grappoli e foglie d’uva, che circonda i singoli riquadri. Vi sono rappresentate scene dall’Antico e dal Nuovo Testamento, fra cui le storie di Mosè, di Elia, dell’Epifania, dei miracoli di Cristo, della Crocifissione e dell’Ascensione. Nella disposizione attuale le storie sono commiste, senza separazione tra la parte relativa all’Antico Testamento ed quella dedicata al Nuovo (Immagine 13). Nella porta lignea operano due artisti assai diversi fra di loro: uno di ispirazione classico-ellenistica, l’altro di ispirazione popolare tardo-antica. A questo secondo artista appartiene il riquadro della Crocifissione (che è la prima rappresentazione di Cristo fra i due ladroni). Cristo è rappresentato con dimensioni maggiori, a significare la sua superiorità morale. Non c’è nessuna ricerca prospettica, le figure poggiano su una parete che simula dei mattoni, e le croci si intuiscono solo dietro la testa e le mani dei ladroni: nei primi tempi del Cristianesimo c’era il divieto di rappresentare Cristo nel suo supplizio, fra l’altro essendo ancora vivo il ricordo della morte in croce quale pena riservata agli schiavi (Immagine 14). Un’arte sommaria, ad intaglio secco, molto diretta, anche perché doveva essere compresa dalla plebe, in quanto esposta in un luogo di culto pubblico.

Gli interni
All’interno la chiesa è chiaramente ad impianto basilicale a tre navate, divise da colonne antiche provenienti da un monumento tardo-imperiale, probabilmente mai messo in opera, e grande abside semicircolare in corrispondenza della navata maggiore (Immagine 15). Dei rifacimenti barocchi rimangono soltanto le due cappelle laterali a pianta quadrangolare coperte a cupola, dedicate a san Giacinto (a destra) e a Caterina da Siena (a sinistra).
La parte superiore della navata centrale, dotata di un moderno soffitto a cassettoni (1938), era un tempo rivestita da mosaici; oggi, invece, solo gli spazi tra le arcate sono decorati da emblemi in opus sectile. Con disegni che ricordano disegno calici e patene, insegne di Cristo e fregi a racemi dipinti nelle navatelle vigorosi ed eleganti (Immagine 16/17/18) Al centro della navata vi è la sepoltura di fra’ Munoz di Zamorra, realizzata nel 1300 e, a differenza delle altre lastre tombali presenti nella basilica, decorata, in alcune parti, a mosaico.
In prossimità del presbiterio vi è la Schola Cantorum, ricostruita nel 1936 su ispirazione di quella originaria paleocristiana, anche riutilizzando resti degli antichi plutei (Immagine 19). L’abside, coronata da un arco trionfale con le immagini di alcuni santi. I clipei nell’arco trionfale furono realizzati tra il 1919 e il 1920 da Eugenio Cisterna in affresco, color seppia, sulla base di una tavola riportata da Giovanni Giustino Ciampini nel XVII secolo, che li vide prima che, realizzati in origine a mosaico, fossero distrutti intorno al 1724-1730. Si tratta quindi di una copia novecentesca da una copia seicentesca, ma sufficiente per dare un’idea dell’iconografia, singolare per un arco trionfale, era anch’essa decorata a mosaico e, nel catino absidale, vi è un affresco del 1560 di Taddeo Zuccari raffigurante Gesù, gli Apostoli e i Santi sepolti nella Basilica. L’altar maggiore, collocato sopra un piano rialzato, è caratterizzato da un paliotto in porfido rosso. (Immagine 20)
La chiesa in origine era probabilmente decorata per ampie superfici a mosaico. Oggi restano solo quelli della controfacciata, con le due Ecclesiae, quella ex gentibus e quella ex circumcisione, a fianco dell’iscrizione dedicatoria, ma si sa da fonti seicentesche che al di sopra della pentafora sovrastante (ricostruita nel XIX secolo) erano riportati anche i simboli del Tetramorfo, in una sequenza (Toro-Leone-Aquila-Angelo) che li legherebbe alla lettura delle profezie di Ezechiele data da Agostino d’Ippona e, ai fianchi della pentafora stessa, le immagini di san Pietro e san Paolo. (Immagine 21)
Galleria di immagini

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