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L’abbazia di San Pietro a Villanova

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 5 giugno 2015

Un gioiello sulla via Postumia
Sulla via Postumia, nel tratto che da Verona conduceva a Vicenza, nacque nel secolo ottavo, intorno all’anno 763, e per probabile merito di Sant’Anselmo del Friuli, il fondatore del celebre monastero di Nonantola, una chiesa con annesso monastero, dedicata all’apostolo Pietro. (Immagine 1)

La storia
Di quella prima fondazione restano solo pochi reperti. Si attribuisce la fondazione e l’erezione della chiesa romanica con accanto il colossale campanile-fortilizio all’abate Uberto dei conti di Sambonifacio, attorno al 1131.
Nel 1135 il monastero di San Pietro di Villanova, insieme con quello dei santi Fermo e Rustico di Lonigo fu sottomesso, da papa Innocenzo Il, al monastero di san Benedetto in Polirone.
Nel 1168 papa Alessandro III definiva i confini e fissava i diritti fra l’abbazia e S. Bonifacio, mentre nel 1185 papa Lucio III concedeva privilegi e diritti all’abate Vitale, riconfermati poi da Martino V nel 1419. Anche l’imperatore Enrico VI, nel 1192, concedeva all’abate Riprando e successori il possesso e la giurisdizione “quasi regale” sopra tutti i paesi circonvicini. (Immagine 2)

La chiesa e l’abbazia erano allora ancora in mano ai benedettini che la conservarono fino al Trecento, quando lo scadere della vita claustrale introdusse il triste fenomeno della commenda. Così nel 1313 l’abate Sperandio a reggere anche l’abbazia di san Zeno di Verona e nel 1315 fu nominato vescovo di Vicenza, mentre nel 1331 l’abate Nicolò, detto Milanese, fu nominato vescovo di Verona.
Cessata la signoria degli Scaligeri, dal 1390 al 1410 l’abate Guglielmo da Modena compì il restauro gotico della chiesa, dopo di che, sempre nella prima metà del secolo, l’abbazia passava in commenda di collazione pontificia. (Immagine 3)

Nel 1562 - dopo che Torquato Bembo aveva rinunciato nelle mani di papa Pio IV alla commenda - la Santa Sede affidò chiesa e abbazia alla congregazione dei Benedettini Bianchi di Monte Oliveto Maggiore presso Siena.
Anche i monaci olivetani dettero subito inizio a diversi lavori di sistemazione e di restauro del complesso di Villanova: foresteria, refettorio e chiostro sono opera loro, così come la decorazione del catino dell’abside con il bell’affresco settecentesco di San Benedetto in gloria con San Bernardo Tolomei, fondatore dei Benedettini Olivetani, con San Placido e San Mauro, primi discepoli di San Benedetto, e con Santa Francesca Romana, fondatrice delle oblate benedettine di Tor degli specchi. (Immagine 4)

Il 12 dicembre 1771 il Senato della Repubblica Veneta sopprimeva l’abbazia e ne incamerava i vasti beni, mentre il vescovo di Vicenza Marco Cornaro mandava, il 21 dello stesso mese, un suo sacerdote diocesano ad iniziare la cura d’anime. Cominciò allora un lungo periodo di decadenza e di abbandono: il monastero passò in mani private. Della cripta stessa della chiesa, pure alienata, si fece cantina. (Immagine 5)

La storia della chiesa di San Pietro di Villanova si sarebbe chiusa nella più totale incuria se nel 1939 non fosse stato chiamato a reggerla un sacerdote pieno di buona volontà: don Giuseppe della Tomba. Fu lui a promuovere i restauri del complesso, nel corso di molti anni di impegno assiduo per recuperare tra l’altro parte del monastero benedettino e riscattare la cripta, nonché a riparare le gravi lesioni prodotte dalla furia di ben ventisette incursioni aeree nel corso dell’ultima guerra. Proprio in riconoscimento dei meriti di don Tomba, il 23 aprile 1949 papa Pio XII riconosceva alla chiesa il titolo di abbazia ed al suo parroco il titolo di abate. (Immagine 6)

La chiesa
La celebre facciata dà un’ idea immediata dell’ interno della chiesa: la zona inferiore costruita con tufo scalpellato, quella superiore elegantemente alternata in tufo e cotto, il rosone centrale è la probabile sostituzione successiva di una finestra a bifora. (Immagine 7)
Due lesene a sagoma triangolare sezionano la facciata in tre parti, annunciando così le tre navate interne. Romanici sono i coronamenti lungo gli spioventi, mentre il portale è di epoca successiva e barocchi sono gli stemmi olivetani e le statue.

Sulla sinistra, attaccato alla chiesa, si eleva l’imponente campanile avente base romanica risalente al 1131 (probabilmente, in origine, appartenente ad una torre di difesa), con trifore gotiche e cuspide quattrocentesca. (Immagine 8)

Gli interni
L’edificio presenta tre navate e tre absidi. (Immagine 9)
Entrando, si ammira la navata centrale con i muri poggiati ad archi sostenuti da pilastri e colonne alternati. Sulla parete a destra appaiono gli affreschi di scuola giottesca riproducenti la vita di S. Benedetto. L’ altare di Sant’ Agata è impreziosito da una pala settecentesca dedicata alla santa; vicino si nota un affresco del 1300 dedicato a Santa Caterina, protettrice degli studiosi e dei filosofi. A sinistra di chi entra, troviamo l’ altare con una pregevole statua della Pietà, segue un affresco rettangolare con sei santi e uno stemma dei Dogi veneziani. Il presbiterio è sopraelevato a causa della sottostante cripta, con un effetto di maestosità. Un coro in noce (Immagine 10) del 1400 sottolinea il fondo dell’ abside, impreziosito da una coeva ancona d’ altare scolpita in pietra, con al centro la figura di S. Pietro.

L’ancona marmorea
L’ancona marmorea ( in pietra di Nanto, dalle dimensioni di cm 280 x 220 x 50) è stata è collocata nel fondo dell’ abside centrale ma, in origine, doveva poggiare sulla mensa dell’altare maggiore. Si tratta di una magnifica opera d’arte del primo decennio del XV secolo, attribuita ad un ignoto scultore vicino ai modi di Antonio da Mestre. Ha per base uno zoccolo, suddiviso in rettangoli lavorati a fogliami: ai lati due stemmi benedettini (le chiavi di S. Pietro sormontate dalla croce) e nel mezzo un cartiglio spiegato, senza però alcuna incisione. (Immagine 11)
Sullo zoccolo si alzano figure ad altorilievo, chiuso in cinque nicchie a conchiglia, separate da colonnine tortili, i cui capitelli di tipo corinzio sostengono archetti a tutto sesto. Nella nicchia di mezzo, più ampia e più alta delle laterali, figura san Pietro, barbato, solenne e maestoso, seduto su di un trono dai bracciali a testa di drago con lo sfondo caratterizzato da un drappo panneggiante. Il santo indossa l’abito pontificale, riunito al petto da un grosso fermaglio. Ha in capo il triregno; con la mano destra è in atto di ammaestrare e con la sinistra tiene le somme chiavi.
Nelle nicchie: (a destra) san Nicola da Bari e sant’ Andrea; (a sinistra) san Benedetto che presenta a san Pietro un benemerito ( forse l’abate Guglielmo del tempo) e san Paolo, con la spada e il libro. Sopra il polittico una serie di formelle: la centrale, di maggiore dimensioni, reca la scena della Crocifissione. Le due di destra portano scolpito il processo e il martirio di sant’Agata.
Le due di sinistra scene evangeliche della vita di san Pietro: l’ apparizione di Gesù in riva al lago e la burrasca sul lago stesso. Tutte le formelle sono sormontate da cuspidi, fiancheggiate da pinnacoli, e lavorate negli specchi: quella centrale reca il Cristo in mandorla, quelle laterali presentano i simboli dei quattro evangelisti entro nicchie ad archi policentrici. (Immagine 12)

L’affresco giottesco

Sulla parete destra della navata minore si può notare una serie di affreschi, messi in luce nel 1935: essi occupano una superficie di m. 10,45 di lunghezza e di m. 6,50 di altezza. Sono divisi in tre zone orizzontali con diciotto riquadri e rivelano uno stile tardo giottesco, databile intorno alla seconda metà del XIV secolo. Sono attribuiti dagli studiosi a Martino e Jacopo da Verona. Gli affreschi rappresentano scene dalla vita di san Benedetto, cosi come narrata nel secondo libro dei “Dialoghi” di san Gregorio Magno, papa benedettino. (Immagine 13/14)

Gli episodi si susseguono nell’ordine seguente:
Prima zona (in alto da sinistra a destra):
1) L’abbandono della casa paterna. 2) Il miracolo del vaglio di creta. 3) Il sacro Speco. 4) La conversione dei mandriani. 5) La vittoria sulla concupiscenza.

Seconda zona (al centro): 1) Il miracolo di Vicovaro. 2) S. Benedetto e S. Scolastica col monachino resuscitato. 3) I primi oblati e la fondazione dei primi dodici monasteri. 4) La resurrezione del figlio del rustico. 5) L’ edificazione di Montecassino. 6) La resurrezione del piccolo monaco operaio.

Terza zona (in basso): qui le scene della vita di S. Benedetto sono rappresentate sotto una edicola sostenuta da sottili colonnine, con la quale l’artista ha voluto certamente rappresentare l’oratorio di San Giovanni Battista di Montecassino, sorto sull’antico tempio di Apollo:
1) Il miracolo della roncola del Goto (conservato solo in parte). 2) S. Benedetto riceve l’ultima comunione. 3) La visione dell’anima di S. Scolastica che sede al cielo. 4) L’ agonia del Santo. 5) La morte del Santo fra la costernazione dei monaci. 6) S. Benedetto, dopo la morte, portato in trionfo.

L’insieme degli affreschi, con la potenza espressiva delle figure e con la sfumatura dei colori e delle scene, fa di questa parete una magnifica pagina miniata, che basterebbe da sola a dare celebrità all’abbazia.

La cripta
L’Abbazia di S. Pietro è una delle poche chiese del territorio extraurbano della provincia di Verona a possedere una cripta, ma quella di Villanova è certamente una delle più belle cripte romaniche del Veneto, ricca e armoniosa, suggestiva per il gioco della luce e delle ombre nelle volte e negli intercolunni. Vi si scende per due fornici, riaperti nel 1925 sulle tracce delle scale originarie romaniche. Caratteristica peculiare è la soluzione tripartita delle absidi ad oriente con la finestrella centrale, simbolo e richiamo della Trinità. Notevoli elementi l’assegnano all’ VIII secolo, sebbene alcuni studiosi la riferiscono al XII. La data (1557), scolpita sui collarini di due capitelli, sta a ricordare un rifacimento compiuto in quell’anno. (Immagine 15)

La struttura è divisa in cinque piccole navate (Immagine 16). Tre di esse corrispondono all’abside maggiore e quindi alla navata centrale della chiesa superiore, le due laterali alla absidi e navate minori. Nell’abside maggiore si aprono tre finestrine a sguancio, delle quali la centrale è la più ampia ed è stata rifatta sulle linee originarie nel 1931. Nelle absidi minori sta una finestra, pure in origine a sguancio, ma ampliata in periodo gotico. Le colonne nell’insieme sono 24, comprese quelle innestate nei muri perimetrali. Sette sono coronate da capitelli a otto spicchi, ripetendo un esemplare della chiesa superiore, e tutte sostengono le arcate a conci di tufo, talora con sagome a ferro di cavallo e voltine a crociera. (Immagine 17)
La navata di destra, pur armonizzando nella forma e quasi nella misura con quella di sinistra, si palesa, dall’interno e dall’esterno, parte di un antico tempietto, anch’esso dedicato a S. Pietro Apostolo, e poi incorporato in periodo romanico nella costruzione dell’abbazia. (Immagine 18)

A lato di questa navata si apre un piccolo corridoio sotterraneo, che aveva il compito di facilitare il passaggio dei benedettini dal monastero alla cripta, per loro anche chiesa invernale. Il pavimento, sulle scorte dell’originale, è stato rinnovato a stilari di pietra e su di esso sono raccolti, reperti della dell’epoca romana e della prima epoca romanica. (Immagine 19/20)

Il monastero
L’accesso al monastero avviene a sud dell’abbazia, attraverso un portale. Sopra di esso, al primo piano, ci sono due finestre con inferriate battute a mano. Il monastero benedettino, che si sviluppa attorno al chiostro, può essere diviso diagonalmente in due parti. La prima, formata dai lati nord e ovest, presenta una serie di archi gotici in cotto compresi nella muratura: questi lati non superano il piano terra. L’altra parte, formata dai lati est e sud (che hanno subito le maggiori manomissioni), sembra priva di archi ed è composta da due piani. In epoca barocca sono state inserite, a scapito degli archi gotici, finestre e porte. Per questo appare estremamente difficile recuperare la funzionalità degli archi in questo settore del chiostro.
L’analisi dei lati esterni del monastero rivela numerosi interventi, più marcati negli ultimi anni, volti a modificarli in vista di una destinazione residenziale. I prospetti sud e ovest risultano così cosparsi di aperture disparate; solo il prospetto est ha mantenuto una certa originalità. Internamente, lungo il porticato, le vecchie travature di sostegno del tetto sono state occluse su tre lati da volte a vela in cotto. (Immagine 21/22)


Galleria di immagini

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