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Un’isola bizantina in Italia

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
venerdì 6 novembre 2015

San Benedetto Ullano e le sue chiese
San Benedetto Ullano (Shën Benedhiti in arbëreshë) è un comune italiano di un migliaio di abitanti della provincia di Cosenza; situato ai piedi del colle Sant’ Elia, è tra i paesi arbëreshë più vicino a Cosenza che conserva ancora oggi la propria cultura, la lingua e il rito bizantino. E’ importante evidenziare che San Benedetto è stato il primo centro di cultura che ha dato un contributo non trascurabile alla vita intellettuale e religiosa di queste popolazioni. (Immagine 1)
L’insediamento abitativo ha sicuramente origini medievali, tuttavia sono ridotte le notizie documentarie del periodo più antico e l’unica ricostruzione finora effettuata vuole che i primi abitanti della zona vi si fossero insediati in seguito alla distruzione di un’antica città chiamata Ullanum, di origine ausona, “abbellita dai bretti e posta tra Montalto e il fiume Nea”. Secondo ricostruzioni storiografiche da questa distruzione e dal conseguente esodo degli abitanti si costituirono Montalto e Benedetto, nota come San Benedetto Ullano. Un’altra ipotesi, supportata dal ritrovamento di una pila per l’acquasanta risalente all’anno Mille e custodita nella chiesa matrice, colloca il paese nel “castello di Vaccarizzo” di Montalto riferendosi alla Bolla del 1102 in cui i feudatari di Montalto, con concessione di papa Pasquale II, fondarono un monastero benedettino. (Immagine 2)
Sebbene il toponimo derivi dall’antico monastero benedettino, che da sempre ha influenzato la cultura e l’economia locale, notizie documentarie certe fanno risalire al XV secolo l’emigrazione in questi luoghi di profughi albanesi, giunti in Calabria in una serie di ondate migratorie. Nel 1723 Papa Clemente XII (fam. Corsini) fondò il “Collegio Corsini”, vera e propria struttura universitaria per la formazione del clero greco-albanese, in cui, oltre a mantenere e valorizzare il rito bizantino e la propria cultura, si formarono personaggi di spicco della cultura albanese d’Italia. Il collegio fu così chiamato dai Rodotà (influente famiglia locale e anima di tante istituzioni culturali e religiose) in onore del papa che aveva dato l’approvazione alla fondazione dell’istituzione. Il collegio attirò l’attenzione anche di Gioacchino Murat, ma il ritorno dei Borbone segnò un periodo di decadenza perché sospettato di essere focolaio di rivolta.
Infatti fu eccezionale fu il protagonismo degli abitanti di San Benedetto nel periodo risorgimentale: molti suoi abitanti presero parte attiva ai moti di Cosenza del 1844 e 1848 pagando con la vita i loro ideali di giustizia e di libertà anche attraverso la partecipazione eroica alla liberazione garibaldina dell’Italia Meridionale. Agesilao Milano con gesto disperato e romantico, attentò nel 1856 alla vita del re borbonico Ferdinando II, finendo sul patibolo a Napoli alla fine dello stesso anno. Dopo la prima guerra d’Indipendenza lo stesso Garibaldi in segno di riconoscenza per le attività rivoluzionarie decretò l’assegnazione di dodicimila scudi per restaurare ed ampliare il collegio.
L’economia sanbenedettese si basa essenzialmente sull’agricoltura e molto forti sono le tradizioni arberëschë ravvisabili nell’abito tipico femminile, caratterizzato da una camicia in cotone bianco con ampio scollo arricchito di volant plissettati (linja) e da una gonna in raso di seta, rossa e lunga fino alle caviglie, ricamata nella zona inferiore con i kamizolla (galloni in oro).
Un paese che ora conta poco più di 1500 abitanti, ma con una storia e una tradizione così ricca e interessante ha avuto diversi illustri personaggi; ne ricordiamo solo alcuni: Felice Samuele Rodotà (XVIII secolo), vescovo di rito orientale, interessatosi alla creazione di un collegio albanese in Calabria con a capo un Vescovo di rito greco; Pietro Pompilio Rodotà, scrittore, autore dell’opera in tre volumi: “Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia”; Abramo Mòsciaro (1901-1979), stenografo e creatore del sistema Stenital Mosciaro e da ultimo mons. Eleuterio Fortino (1938-2010) teologo e personaggio di spicco nel mondo ecumenico italo-albanese, uno dei maggiori esperti di Chiesa Orientale della Santa Sede e pioniere dell’ecumenismo.

Le antiche chiese
La Chiesa madre
La Chiesa Parrocchiale (Immagine 3) era unita all’antico monastero fondato nel 1099 i cui ruderi nel 1862 vennero venduti dal Comune ad un privato. In seguito ai vari terremoti del 1854, del 1887 e dell’8 settembre 1905, la Chiesa venne danneggiata e più volte dovette essere chiusa al culto. Nel 1932, grazie ad un largo contributo dello Stato, di Pio XI e di tutta la popolazione, si è potuta ricostruire. Nel dicembre del 1933 la Chiesa venne ultimata e l’altare consacrato il 17 dello stesso mese da S.E.D. Giovanni Mele, Vescovo di Lungro. (Immagine 4/5) In questa Chiesa si conserva un’urna cineraria dei tempi di Augusto, scolpita con due teste da uomo ai lati, con corna d’animali, ai quali è appeso un festone di rose, con l’iscrizione D.M.I.Aurelio Stephano Proc.Averedis Aug. (Immagine 6); vi sono ancora, tra i pochi reperti antichi, due busti in marmo, uno di papa Clemente XII e l’altro del primo vescovo greco delle Calabrie, Felice Samuele Rodotà, entrambi di pregevole lavoro. (Immagine 7/8)

Chiesa Madonna del Buon Consiglio o Cappella Rodotà
Nell’anno 1719, per devozione della beata Vergine, il sacerdote D. Michelangelo Rodotà, a sue spese, costruiva, una chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio (Immagine 9). La famiglia Rodotà, già citata, aveva valorosamente combattuto nella battaglia di Corone, famosa città della Morea, contro i Turchi. Su invito di Carlo V, con altri nobili albanesi, aveva raggiunto le coste dell’Italia meridionale e qui si era insediata (1530 ca). I lavori venivano iniziati il 7 novembre del 1720, sotto la direzione degli architetti Stefano Vangelio e Nicola Ricciullo e Giovanni Calieri. (Immagine 10) Fra tante reliquie, di cui un tempo abbondava la chiesa, vi erano quelle dei Santi che si annoverano nel calendario liturgico di tutto l’anno. Sotto l’altare collocato il corpo di san Clemente martire, estratto dal cimitero di San Saturnino di Roma e donato nel 1737 a don Maurizio Rodotà da papa Clemente XII. (Immagine 11) Oltre a queste insigni reliquie è conservata la statua della Madonna del Buon Consiglio, scolpita in legno, da autore ignoto, ma certamente attribuibile alla scuola del Settecento napoletano. Questa statua è considerata e catalogata tra le più belle ed artistiche esistenti in Italia, tanto da venire esposta a Cosenza in occasione della Mostra d’Arte Sacra del 1947. (Immagine 12/13/14) La chiesa ha la balaustra dell’altare, chiaramente latina, che contrasta con l’altare quadrato sormontato da quattro colonne tipicamente di stile bizantino. Conserva un’icona lignea barocca dipinta e dorata raffigurante Maria sorretta da un angelo e due putti (XVIII sec.). Il soggetto si rifà alla tradizione di un’effigie della madonna protettrice degli Albanesi, portata dagli angeli da Scutari in Italia. Secondo questa pia tradizione, la Madonna indicò la strada e guidò i profughi che lasciavano la patria sotto l’incalzare dei Turchi. Interessante è anche un tronetto con ciborio ligneo del ’700.

Chiesa di San Rocco
Di costruzione settecentesca con bellissimo portale e finestrone in tufo lavorato, la chiesa di San Rocco, nel corso degli anni, in seguito a gravi lesioni, venne abbandonata e dissacrata. La chiesa era dedicata all’Immacolata e a San Rocco e vi fu costituita una omonima confraternita, come risultava da una lapide nella chiesa e dal rescritto in pergamena in data 26 aprile 1779 firmato da re Ferdinando IV Con l’andare del tempo, sia per la prepotenza dei signori che la volevano governare a modo loro, sia per le nuove idee liberali ed anti-borboniche apportate dalla Rivoluzione Francese, nella Confraternita non vi erano più veri sentimenti religiosi tanto che anche i sacerdoti dopo il 1860 l’abbandonarono. Quando poi nel 1943, il paese fu colpito da una grossa frana, la chiesa di San Rocco venne gravemente danneggiata tanto da essere dichiarata inagibile e da non vi si può accedere. (Immagine 15)

Molte delle notizie sono tratte dal libro
VINCENZO RODOTÀ, San Benedetto Ullano. Raccolta di notizie, documenti, ricerche storiche ed il contributo dei Rodotà dei Coronei alla storia e alla cultura Nazionale Albanese, 2011, Cosenza
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