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Francesco e i briganti

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 10 aprile 2016

I resti del castello di Coccorano
Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le lodi di Dio in francese. Ad un tratto, alcuni manigoldi si precipitano su di lui, domandandogli brutalmente chi sia. L'uomo di Dio risponde impavido e sicuro: «Sono l'araldo del gran Re; vi interessa questo?». Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo: «Stattene lì, zotico araldo di Dio!». Ma egli, guardandosi attorno e scossasi di dosso la neve, appena i briganti sono spariti balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi al Creatore di tutte le cose. Finalmente arriva ad un monastero, dove rimane parecchi giorni a far da sguattero di cucina. Per vestirsi ha un semplice camiciotto e chiede per cibarsi almeno un po' di brodo; ma non trovando pietà e neppure qualche vecchio abito, riparte, non per sdegno, ma per necessità, e si porta nella città di Gubbio. Qui da un vecchio amico riceve in dono una povera tonaca. Qualche tempo dopo, divulgandosi ovunque la fama di Francesco, il priore di quel monastero, pentitosi del trattamento usatogli, venne a chiedergli perdono, in nome del Signore, per sé e i suoi confratelli. (Immagine 1)

Così si legge nella Vita Prima di san Francesco, che il francescano abruzzese Tommaso da Celano (c. 1190/c. 1260 ) scriveva tra il 1228 e l’inizio del 1229.

La frazione di Coccorano dista pochi chilometri da Valfabbrica (Immagine 2), ridente comune in provincia di Perugia.
E’ un territorio posto tra Assisi, Gubbio e Perugia, il cui castello fu al centro di aspre lotte in quanto posto a dominio della valle del Chiascio che, all’epoca di San Francesco, rappresentava l’unica strada di collegamento tra Assisi e Gubbio (Immagine 3).  A  quel  tempo,  infatti,  Coccorano,  chiamato anche “Coccoranaccio”, apparteneva al comune di Gubbio, ed era il primo e unico punto fortificato, a difesa della via d’acqua del territorio.

Il suo nome si racconta che derivasse dal “coccuno”, una specie di sambuco (Immagine 4), usato per tingere le stoffe di rosso, tuttora molto diffuso in questa terra. La rilevanza francescana del luogo è legata, in particolare,  all’episodio  narrato  da  alcuni  biografi, secondo cui, nei pressi di Valfabbrica, precisamente, lungo  il  torrente  Rio  Grande,  frate Francesco  subì  un’aggressione  da  parte  di  un gruppo di briganti ed in seguito a ciò chiese accoglienza agli abitanti del posto. Alcuni studiosi suppongono,  senza  averne  la  certezza,  che  il frate, dopo essere stato crudelmente insultato, malmenato e gettato in una fossa piena di neve - il che avvalora l’ipotesi del viaggio intrapreso in inverno, abbia trovato rifugio proprio presso il castello di Coccorano, di proprietà della famiglia Bigazzini di Gubbio ed amica del santo dai tempi delle sue ricchezze terrene.

Il castello
 Il castello, i cui ruderi rimangono ancora, risalirebbe al XI secolo, epoca degli inizi del feudalesimo in Italia. (Immagine 5)
 I suoi resti  fanno supporre che in epoca non precisata, sia stato ampliato, aggiornato nei modi di difesa e questo alla fine del sec. XIV o inizio del XV, sia per la torre che per le mura di cinta. Fa fede della sua antichità il testo di una iscrizione posta a fianco dell’altare maggiore dell’attuale chiesa di Coccorano, che originariamente risultava inclusa nella cinta muraria del castello medesimo, ma successivamente venne  ricostruita  a  poca  distanza dallo stesso, con un abside ad oriente, su cui è eretto il campaniletto a croce (Immagine 6).  All’interno della fortezza si trovava anche un ospedale, sorto forse con lo stesso castello.

Come tutti i domini di confine, anche quello di Coccorano era estremamente difficile da controllare e  difendere,  in  quanto  soggetto  alle mutevoli vicende delle varie alleanze e agli effetti delle battaglie che di volta in volta ne conseguivano.

Zona di confine
Non a caso, il primo documento che ne parla risale al 1217, quando, durante le ostilità tra Gubbio e Perugia, il maniero viene ceduto a quest’ultima insieme ad altri fortilizi per effetto  delle  dure  condizioni  imposte  dalla firma di pace.  La sua posizione su un’altura che scopre e domina un ampio tratto della pianura sottostante (Immagine 7/8), aperta verso Nord fino alle colline della vicina località di Biscina, lascia intendere la struttura originaria di fortilizio a corte quasi schiacciato dalla mole della torre, che, ancora oggi, si erge come un’aquila minacciosa sulla valle del Chiascio, diventandone un riferimento visivo. (Immagine 9)

I primi feudatari
Secondo i documenti la sua costruzione  risalirebbe a Rinaldo, suo primo conte e capostipite di un’antichissima e nobile  famiglia  eugubina.  Uomo  d’armi  e prode cavaliere al servizio del re d’Inghilterra Edoardo III il Confessore (1003-66), partecipò alle crociate sotto le insegne di Goffreddo di Buglione.  Coccorano, dopo il dominio di Assisi e Gubbio, nel 1216-17 passò sotto la giurisdizione perugina attraverso l’arbitrato del podestà Pandolfo di Figura.  Nell’anno 1258 il conte Ugolino di Albertino, un discendente di Rinaldo, venuto in discordia con i  reggitori del governo di Gubbio,  andò esule a Perugia, rinnovando l’atto di sottomissione alla stessa - anche a nome dei suoi fratelli - di tutti i propri possedimenti, precisamente: Biscina, Petroia, Collalto e Coccorano, con il patto di riaverli una volta terminata la guerra con Gubbio (1259). (Immagine 10/11)

I Bigazzini
 Da quel momento, il ramo principale dei conti di Coccorano stabilì a Perugia la propria residenza dove assunse il cognome di  Bigazzini  da  un  Bigazzino  di Uguccione I, e raggiunse i più alti gradi nel governo della città. 
Si tramanda che i conti di Coccorano fossero parenti di santa Chiara d’Assisi (1193-1253), la quale trascorse nel castello qualche giorno di riposo  e  di  preghiera.  Alcuni  storici  francesi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che Favarone Di Offreduccio di Bernardino, padre di santa Chiara di Assisi, abbia abitato a Coccorano in occasione della congiura dei Raspanti, ove trovarono protezione e rifugio presso il Castello di Coccorano molti perugini scampati alla carneficina scatenata in Perugia nell’anno 1393 dalla fazione popolare.  Per non dimenticare Jacopo Bigazzini il quale, fervente ammiratore di San Francesco, tant’è che diventerà un suo discepolo, accolse spesso in Coccorano il Santo a cui donò Caprignone posto sull’alture che sovrastano il Chiascio. 
È  invece  nel  1330,  in  località  Barcaccia  sul fiume Chiascio, che il conte Giovanni di Filippo I, uno dei grandi leader del movimento popolare perugino, a fronte del dilagare della lebbra e di  altre  simili pestilenze, costruì un importante ospedale (le cui vestigia sono ancora visibili) a ridosso della strada pubblica sulla quale ogni giorno transitava una moltitudine di pellegrini diretti ad Assisi. (Immagine 12)

Il castello oggi
Oggi il castello, purtroppo, si presenta allo stato di rudere,  tuttavia ancora possibile individuare: ampi tratti della cinta muraria, il cassero, il portale d’ingresso, una stretta scalinata e  resti  del  fossato  che  emergono  dalla folta boscaglia a testimonianza delle gloriose gesta.  (Immagine 13/14/15)La sua presenza è inoltre testimoniata dalla pietra locale con la quale sono state costruite le fondamenta di una solida casa, sita nei pressi di detto castello su di un’alta  ripa, chiamata “Belmonte”, visibile sulla destra del Chiascio. 
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