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La Via Francigena in Emilia

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 16 giugno 2016

Tappe di preghiera e riflessione
Negli anni passati abbiamo proposto un tratto della Via Francigena in Lombardia. Quest’anno riprendiamo il cammino dal fiume Po fino al Passo della Cisa, passo che ci immette in Toscana. Per ogni luogo incontrato diamo una breve sintesi storico artistica, un vademecum per i nostri pellegrini sulle bellezze artistiche che incontreranno. (Immagine 1)

La prima tappa ‘da Orio Litta’ al Guado di Sigero.
Il nome Orio deriva probabilmente da horreum o hordeum, termine che indica granaio, mentre Litta fu aggiunto nel 1863, per distinguersi da altre località omonime. Si tratta di un borgo di origine romana (infatti veniva usato come stalla e granaio sulla Mantovana per rifocillare i viandanti di quella strada), L’abitato sorse su un territorio paludoso bonificato grazie ai Benedettini di San Pietro in Lodivecchio a partire dall’885. Il paese più tardi venne coinvolto nelle lotte tra i comuni lombardi e l’impero, divenendo più tardi feudo dei Lampugnani (1375) e passando poi a varie famiglie, fino ad arrivare ai Cavazzi che, nel 1700, portarono il paese a grande splendore.
Tra gli edifici degni di nota segnaliamo innanzitutto la grande grangia benedettina (Immagine 2/3). Si tratta di una ex grangia (la parola grangia o grancia deriva da un antico termine di origine latina, granea e quindi grangiarius dal quale poi è derivato il francese granche (granaio) e indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi. Più tardi il termine fu usato per definire il complesso di edifici costituenti un’antica azienda agricola e solo in seguito assunse il valore di una vasta azienda produttiva, per lo più monastica.medioevale) poi divenuta cascina San Pietro. L’edificio è ammirato per la sua struttura rurale di grande effetto scenografico. Fu un insediamento benedettino prima del Mille e in seguito cascina dei benedettini di San Pietro di Laus. Elemento di pregio è la torre, dove sono collocate due stanzette su due piani con quattro lettini a disposizione dei pellegrini che percorrono la via Francigena. Il complesso si articola attorno ad una grande corte chiusa quadrangolare.

Altro sito degno di nota è la villa Litta Carini (Immagine 4), un’antica villa nobiliare, risalente al XVII secolo. La costruzione del corpo centrale dell’edificio, che presenta una disposizione dei corpi ad U, è fatta risalire alla seconda metà del XVII secolo per opera del conte Antonio Cavazzi della Somaglia. Il Palazzo, commissionato al noto architetto Giovanni Ruggeri, doveva essere la manifestazione della ricchezza e dell’importanza acquisite dalla famiglia Cavazzi in quel periodo. Alla sua morte, nel 1688 il conte lasciò la villa in eredità al pronipote Paolo Dati che assunse il titolo di conte Antonio della Somaglia. Paolo Dati attuò l’ampliamento del palazzo di Orio, trasformandolo in una reggia maestosa,’destinata a luogo di villeggiatura e incontro di grandi personaggi della letteratura e cultura italiano del Settecento. I lavori di ampliamento terminarono nel 1749 dopo la morte del conte, avvenuta nel 1739, durante la proprietà del figlio Già Batta Antonio Somaglia, avuto dalla seconda moglie la contessa Camilla Visconti. La data 1749 è impressa sulla statua di ferro definita “dio del tempo” o “angelo della morte” posta sulla sommità della parte centrale del palazzo. La statua raffigura un personaggio alato impugnante una falce e una campana che permettevano il battere delle ore, essendo collegati al meccanismo dell’orologio sottostante. Nel XVIII secolo la villa era costituita dal corpo centrale ampliato che racchiudeva la corte d’onore, da una corte rustica, da un cortile triangolare e dal cortile degli scudieri, tuttora esistenti. Il complesso era autosufficiente grazie al lavoro di decine di servitori e famiglie di servizio.’Nella struttura vi erano cucine, lavanderie, granai, pollaio, deposito del carbone, legnaia, scuderie, cavallerizza, fienile, cantine, agrumarie, magazzini per la frutta, orti, vigna, macelleria e ghiacciaia. Senza dubbio, però, le parti di maggiore fascino erano quelle riservate agli appartamenti del proprietario e degli ospiti che comprendevano il salone delle feste, il teatro, la sala biliardo, l’oratorio, lo scalone d’onore; ambienti affrescati e riccamente arredati. Da non dimenticare i giardini che si estendevano nel retro della Villa, con mosaici e ninfei sino a raggiungere un attracco per le barche sul Po. Il Palazzo restò proprietà della famiglia Dati Somaglia fino al 1824 quando, per l’impossibilità di mantenerlo a causa dei numerosi debiti, fu venduto all’inglese sir Richard Holt. Quest’ultimo insediò nella villa e nel paese alcune filande, trasformando la cavallerizza in fabbrica. L’inglese accumulò molti debiti e alla sua morte nel 1847 la proprietà passò al suo maggiore creditore, il conte Giulio Litta. La famiglia Litta Visconti Arese portò nuovamente il palazzo agli onori della vita mondana. Dai racconti degli abitanti del paese, che aggiunse al nome Orio anche quello dei Litta, si apprende che la villa fu frequentata da re Umberto I, Giacomo Puccini e altri illustri personaggi del tempo. Purtroppo, ancora una volta, i gravi debiti contratti portarono alla vendita del Palazzo che aveva nel frattempo assunto il nome di Villa Litta. Nel 1897 il figlio del conte Giulio Litta, il duca Pompeo Litta Visconti Arese vendette la proprietà a Guido Corti, che già da qualche tempo amministrava questi beni. I problemi economici delle varie famiglie di cui abbiamo parlato, hanno portato ad un graduale spoglio e ad un uso non sempre consono della villa. Basti pensare che il penultimo proprietario Federico Colombo la adibì all’allevamento d’animali di vario genere e a magazzino per il grano. Nel 1970 Villa Litta fu acquistata dalla famiglia Carini, gli attuali proprietari, che hanno iniziato un lento, graduale recupero del palazzo oggi vincolato dalle Belle Arti come bene storico e artistico nazionale. Negli ambienti visitabili della villa si possono ancora vedere gli splendidi affreschi attribuiti al Maggi e alla sua scuola, gli arredi d’epoca, l’imponente scalone d’onore. Suggestiva è la visuale che offrono i giardini terrazzati sulla campagna circostante.

Da Orio, attraverso Corte Sant’Andrea arriviamo al Po e al Guado di Sigerico (Immagine 5).
Il nome del Guado prende nome da Sigerico, arcivescovo di Canterbury che nel 990 scrisse la relazione di viaggio più antica del percorso della Francigena. L’arcivescovo inglese descrive le 79 tappe del suo itinerario verso Canterbury, annotandole in un diario. La descrizione del percorso è assai precisa, unicamente per ciò che riguarda i punti di sosta (Mansio). Le informazioni contenute nella cronaca di Sigerico sono molto utili per stabilire quale fosse il tracciato originario della Francigena tra Canterbury e Roma. L’attraversamento del fiume Po (Immagine 6) è possibile grazie ad un servizio taxi fluviale messo a disposizione dal comune di Calendasco, che è il paese prossimo alla riva destra del fiume in località detta Soprarivo. (Immagine 7)

Seconda tappa da Calendasco a Piacenza
L’Arcivescovo di Canterbury Sigerico attraversò il Po a Calendasco (PC) nell’anno 990 d.C. durante il ritorno del suo viaggio a Roma per ricevere l’investitura dal Papa. Ma ancor più notevole è che qui c’era l’antico porto romano di Piacenza (le memorie storiche ricordano un emporium, cosa alquanto logica presso un porto ove giungevano merci). La Via Francigena è segnalata in carte del 1140, 1187, 1056, ove ritroviamo citata la strata romea passante in eodem loco Kalendasco.
Al porto di Calendasco le imbarcazioni dovevano pagare una gabella per l’attracco o per il solo transito in direzione di Venezia o Pavia: la località è Soprarivo (Super rivum) oggi attrezzata di un piccolo porto a servizio di pellegrini e turisti, esso permette il guado del Po verso la località di Corte Sant’Andrea nel comune di Senna Lodigiana in provincia di Lodi, alla confluenza tra i fiumi Po e Lambro. Un accordo tra i piacentini ed i ferraresi stipulato a Ferrara il 5 novembre 1181 riporta: «[...] et Ferrariensis debe esse salvus et custoditus in persona et in habere in Placentia et in districtu Placentie, et non debet dare aliquam dationem in Placentia vel in districtu Placentie, nisi duos solidos de fune navis et unam libram piperis super rivum et unam aliam libram piperis ad roncarolum de sterio [...]».
Liutprando mantenne i privilegi al porto di questo luogo con un documento del 715 e Carlo Magno li ribadì per tre importanti motivi quali l’importanza della strada romana consolare Placentia-Ticinum, il porto fluviale con la riscossione della gabella e la presenza del castello e del ricetto con funzione di avamposti prossimi alla città.
Si ipotizza che Sigerico giunga da Piacenza seguendo la strata romea, presso il porto del Po di Calendasco, ove era l’antico passaggio della Via Francigena, sulla strada romana Placentia - Ticinum (Piacenza-Pavia) attraversa il fiume, così come tanti altri pellegrini, mercanti e viaggiatori medievali. A Calendasco i pellegrini avevano ristoro presso l’antico hospitale francescano. (Immagine 8)

Eccoci quindi a Calendasco (Immagine 9), dopo l’attraversamento del Po. Tra le vestigia di interesse storico-artistico evidenziamo la presenza dell’eremo-hospitale di san Corrado Confalonieri. Si tratta di un antico xenodochio longobardo (Immagine 10), del quale ancora restano vestigia sotto l’attuale hospitio che fu dei Terziari penitenti di san Francesco; in esso si ritirò per alcuni decenni san Corrado. L’hospitio dicti loci calendaschi è segnato in un’antica mappa del tardo Cinquecento e compare in atti inediti del 1600 ancora quale luogo di importanza civile, qui infatti subtus portichus dicto hospitio loci calendaschi venivano fatti gli atti più importanti della comunità locale. I penitenti che gestivano il luogo di sosta dei pellegrini della strada romea o francigena, ebbero sempre in grande cura questo luogo, ed è proprio grazie alla Via Francigena diretta al Po che l’hospitio assume valore locale come tappa fondamentale. Gli studi riportano che i Terziari francescani avevano in Italia molti romitori come quello detto “al gorgolare” di Calendasco, ove spinti dal desiderio di perfezione, sotto la guida di un superiore da loro stessi scelto, si dedicavano al servizio degli infermi poveri e pellegrini presso qualche pubblico ospedale od ospitio. I Generalia Statuta del 1549 Sive Decreta Fratrum Tertii Ordinis Sancti Francisci de poenitentia nuncupati regularis observantiae Congregationis Longobardae in habitu heremitico degentium riportano l’antico richiamo all’abito eremitico: non sorprende quindi che san Corrado francescano fu allo stesso tempo terziario ed eremita.
Arriviamo così a Piacenza.
Il territorio di Piacenza, popolato sin dall’antichità abitato’da popoli’di stirpe ligure, venne conquistato prima dagli Etruschi e poi dai Celti. Placentia, fondata nel 218 a.C., fu la prima colonia romana nell’Italia settentrionale, insieme a Cremona, come importante avamposto militare contro Annibale che muoveva dalla Spagna per giungere in Italia e portarvi devastazione conquistando i territori del Ticino e della Trebbia. La città resistette agli attacchi punici e fiorì come centro commerciale sulla via Emilia. La cristianizzazione della città avvenne anche per opera di martiri come sant’Antonino, centurione piacentino ucciso sotto Diocleziano.
Divenuta sede di un ducato longobardo, quindi conquistata dai Franchi, la città acquistò maggiore importanza intorno all’anno Mille, trovandosi sulla Via Francigena. Dal 1126 fu libero comune e combatté con la Lega lombarda contro il Barbarossa a Legnano. Nel 1336 fu nelle mani dei Visconti e rimase in loro dominio fino al 1447 per poi passare, nella prima metà del Cinquecento, alla Francia e in seguito allo Stato Pontificio. Capitale del Ducato di Parma e Piacenza sotto i Farnese (1545) passò al ducato di Milano e fu restituita a Ottavio Farnese nel 1556.
Dal 1732 al 1859 fu soggetta al dominio borbonico, durante il periodo napoleonico fu aggregata all’Impero nel Dipartimento del Taro, successivamente fu attribuita a Maria Luigia d’Austria, che apportò alla città importanti ammodernamenti. Con un plebiscito del 10 maggio 1848 Piacenza chiese l’annessione al Regno di Sardegna, futuro Regno d’Italia, guadagnandosi il soprannome di città primogenita d’Italia.
Tra gli edifici religiosi vogliamo sicuramente segnalare il Duomo (Immagine 11), importante esempio di architettura romanica in Italia, venne costruita tra l’anno 1122 e il 1233. Tra il 1122 e il 1160 vennero costruite l’area absidale, con la cripta, il transetto e le navate laterali. La facciata e la cupola, invece, furono terminati successivamente. La costruzione del campanile si protrasse sino al 1333 e, nel 1341, quando venne incoronato con una scultura in rame dorato raffigurante un angelo, detta Angil dal Dom. Nei secoli successivi, la chiesa venne arricchita con decorazioni, cappelle e altari. Tutte queste aggiunte furono eliminate dal restauro condotto tra il 1897 e il 1902 per volere del vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini. La facciata a capanna è in marmo rosa veronese e arenaria. Verticalmente è tripartita da due pilastri. In basso i portali sono tre, sormontati da protiri e ornati da capitelli, architravi, formelle e cariatidi. Orizzontalmente la facciata è partita da una galleria, con sottili colonnine, che sovrasta i due protiri laterali, mentre al centro si trova il rosone. Il portale di destra è la prima opera firmata di Niccolò del 1122. Vi sono raffigurate le Storie di Cristo sull’architrave, mentre l’archivolto presenta complessi motivi vegetali e geometrici: il suo stile ebbe un largo seguito a Piacenza, come negli anonimi artisti delle formelle dei Paratici, presenti all’interno. Il campanile, in laterizio, è del 1330 e la cella campanaria si apre verso l’esterno con quattro quadrifore, una per lato. Sul campanile è posta la statua di un angelo che gira al soffiare del vento. L’interno è a croce latina (Immagine 12), in tre navate, divise tra loro da venticinque massicci pilastri cilindrici. Il transetto è anch’esso suddiviso in tre navate. All’incrocio c’è il tiburio ottagonale, decorato con affreschi secenteschi. Alcuni dei pilastri furono costruiti a carico dei paratici, le corporazioni di mestiere, o di singoli cittadini. Sette di questi presentano, come firma, delle formelle con la rappresentazione dell’attività dell’associazione. È anche scritto in latino il nome del paratico, quasi a mo’ di proprietario del pilastro: Haec est columna furnariorum. In alcuni casi la firma scritta riporta il nome di persone: Hugo pictormagister Johannes, costruttore, quest’ultimo, di carri. La cripta ha la forma a croce greca con 108 colonnine romaniche e raccoglie le reliquie di santa Giustina, alla quale era dedicata la prima cattedrale cittadina, crollata in seguito al grande terremoto del 1117. Il duomo attuale fu proprio costruito sulle macerie del preesistente luogo di culto.
Altro edificio significativo per la fede è la basilica di Sant’Antonino (Immagine 13), patrono di Piacenza, a suo volta in stile romanico, caratterizzato da una grossa torre ottagonale. La chiesa fu voluta da san Vittore, il primo vescovo della città, intorno al 350 e fu ultimata nel 375; conserva le reliquie di Antonino, martire cristiano ucciso presso Travo, in Val Trebbia. Fu sottoposta a varie opere di ristrutturazione in seguito ai danneggiamenti delle popolazioni barbariche calate nel Nord Italia. A lato vi è un chiostro edificato nel tardo Quattrocento.

Usciamo da Piacenza e risaliamo in torrente Nure attraverso le campagne fino all’abitato di Pontenure (Immagine 14), un tempo appartenente all’abbazia di San Colombano di Bobbio e dall’XI secolo dei monaci benedettini del monastero di San Savino di Piacenza.
Segnaliamo la chiesa di San Pietro apostolo (Immagine 15), lungo l’asse viario della Via Emilia.’È interessante notare che tante altre chiese sulla via Emilia giungendo da Milano sono dedicate allo stesso santo. Ciò porta a condividere l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi che questi edifici sacri svolgessero una funzione segnalatoria nei confronti dei pellegrini che nei secoli passati provenivano dal nord e si dirigevano appunto verso la cattedrale di S. Pietro a Roma. La data di costruzione della chiesa di Pontenure non è certa, ma si presuppone anteriore all’anno Mille in quanto, già nei primi decenni del XII secolo, era arcipretura e aveva un Capitolo. Lo si deduce da un avvenimento di una certa rilevanza storica: la contesa tra l’arciprete Giovanni, eletto dal vescovo Arduino, e i canonici di San Pietro di Pontenure che non intendevano accettarne l’elezione; il Cardinale Azzone, legato del Papa Innocenzo II, pronunciò una sentenza in favore dell’arciprete nel 1138. La chiesa è in stile romantico, a croce latina, ma nel corso dei secoli subì diversi mutamenti che ne cancellarono le caratteristiche romantiche. Sappiamo che fino all’anno 1770 circa aveva travature di legno ed era senza facciata, a tre navate, con alcune cappelle irregolari. Le due cappelle del Crocefisso, ora del Sacro Cuore e della Beata Vergine, erano appoggiate ai muri del transetto dove, al presente, sono le porte che immettono alle sacrestie. L’edificio venne trasformato nella seconda metà del ’700 con la riquadratura dei pilastri che prima erano rotondi, molte sistemazioni interne e la copertura a volte. La chiesa divenne di cinque navate aventi la forma di nave capovolta nel 1873. La chiesa conserva ancora alcuni pregevoli dipinti: sopra l’altare dell’Eucarestia vi è un dipinto raffigurante San Pietro risalente alla fine del ’500. Di maggiore pregio artistico sono i due dipinti su tela che si trovano sul transetto di destra e di sinistra: uno, attribuito allo Schedoni, rappresenta la Sacra Famiglia con san Giovanni; l’altro, d’autore ignoto, è costituito da una grande tela che rappresenta personaggi vari: in un grande tempio recano omaggio alla Vergine che sostiene col braccio sinistro il Bambino, San Paolo eremita vestito di stuoia, Sant’Antonio abate, Sant’ Isidoro contadino e Santa Apollonia. Sul campanello del bastone di Sant’ Antonio si legge la data del quadro: 1642.’Accanto alla Chiesa vera e propria svetta la torre, sorta lungo la via Emilia nel lontano Medioevo per scopi di difesa e di avvistamento. Tipico esempio di arte romantica, presenta una base quadrata costruita con pietre ed altro materiale antico, strette ed appuntite finestre e cordonature di archetti ciechi.

Da Pontenure ci avviamo al castello di Paderna (Immagine 16), il cui profilo austero, le solide mura e il fossato ancora ricolmo d’acqua ci riportano indietro nei secoli. Documentato già agli inizi del IX secolo, nel 1453 il castello diventa possesso della famiglia Marazzani di Rimini, antenati degli attuali proprietari. Nel ‘400 assume l’attuale conformazione di elegante fortilizio, con ampia corte agricola, conservando la chiesa di Santa Maria, pianta a croce greca e colonne di origine romana, testimonianza dell’originario castrum. Oggi, residenza padronale, è azienda agricola biologica, orto-giardino con antiche varietà, frutteto, fattoria didattica.
La nostra seconda tappa si conclude a Fiorenzuola d’Arda. (Immagine 17)
La Val d’Arda è stata interessata dal popolamento umano durante tutte le fasi della Preistoria.
Rinvenimenti relativi al Neolitico si sono avuti in tutti i comuni della vallata a monte della Via Emilia. Nel 222 a.C. l’Emilia è ormai completamente romana e nel 218 Piacenza e Cremona diventano colonie latine. La Via Emilia e la centuriazione consolidarono l’unità e il saldo possesso della regione da parte dei romani che ne fecero una regione dalle prospere condizioni economiche. Fiorenzuola d’Arda, su questa strada strategica di prim’ordine e spina dorsale dell’Italia settentrionale fra città famose, visse quella felice stagione che toccò il suo apice nel II secolo d.C. Fiorenzuola è la Florentia segnata negli itinerari dell’ultima età imperiale: la Tavola Peutingeriana, l’Itinerario di Antonino Augusto e le Coppe argentee sono tutte concordi nello stabilire in 15 mila passi (22 km.) la distanza tra Placentia e Florentia; Fiorenzuola era una mansio, stazione di tappa sulla Via Emilia. Il nome Florentiola compare nell’VIII secolo d.C. nella Cosmografia dell’anonimo geografo ravennate, per distinguerla dalla Florentia Etrusca (Firenze). Fiorenzuola, favorita dalla Via Emilia, ricevette da Piacenza il messaggio evangelico nel IV secolo. I diplomi dei re longobardi Ilprando (744) e Rachis (746) confermavano al vescovo di Piacenza il possesso dei monasteri rurali di Fiorenzuola, Tolla e Gravago e del monastero cittadino dei Santi Tommaso e Siro; un rector li reggeva in nome del vescovo. Il monastero di Fiorenzuola è ancora documentato, come abbazia benedettina, sotto il titolo San Fiorenzo, nell’anno 830, in una declaratoria di giudici imperiali a favore di Cosma che ne era abate. Nel X secolo Fiorenzuola era sede di una Pieve, forse la chiesa del monastero soppresso, affidata al clero secolare. Le invasioni barbariche dei Goti, Unni e Longobardi, tra il V e VII secolo, non consentirono tregue e ricostruzioni dei centri minori saccheggiati, incendiati e semidistrutti. Fiorenzuola rinacque intorno al Monastero e poi alla pieve, ove si sviluppò il borgo sulla pianta di un tipico castrum romano. Il Castrum Vetus di Fiorenzuola viene citato in una pergamena del 1248 conservata nell’Archivio Parrocchiale e, nel 1341, nella zona verso Piacenza viene aggiunto ad opera dei Visconti il Castrum Novum (il tutto circondato da mura e fossati). Delle antiche torri è rimasta quella ora adibita a campanile della Collegiata. Durante il regime vescovile l’agricoltura prosperò tramite la concessione delle campagne a piccoli signori feudali locali e con le forme dell’enfiteusi.’Durante i primi decenni del XIII secolo Fiorenzuola si eresse a libero Comune; per la sua posizione geografica, sempre nel XIII secolo, fu esposta alle conseguenze delle battaglie combattute nel suo territorio tra parmigiani e cremonesi (ghibellini) alleati contro i piacentini (guelfi). È in quella arroventata atmosfera che a Piacenza si instaurò la Signoria. Nel 1586 Alessandro Pallavicino, erede e cugino di Sforza Pallavicino dovette cedere, dopo solo un anno di dominio, lo Stato Pallavicino (comprendente il feudo di Fiorenzuola) ad Alessandro Farnese. Fiorenzuola fece parte dello Stato farnesiano, che comprendeva i ducati di Parma e Piacenza fino al 1731, anno della morte dell’ultimo duca Antonio Farnese. Seguì la dominazione dei Borboni, eredi e discendenti dei Farnese. Una grida del 25 ottobre 1802 annunciava ai fiorenzuolani la decisione che l’esercizio della sovranità era diventato di pieno diritto della Repubblica Francese: era quindi l’inizio della dominazione napoleonica.
Segno di una storia così ricca è la presenza della collegiata dedicata a san Fiorenzo di Tours (Immagine 18). San Fiorenzo era un pellegrino francese che, transitando per Fiorenzuola, vi compì un grande miracolo e che divenne poi vescovo di Orange, dove morì nel 526. L’erezione della Collegiata ebbe inizio nel 1200 sui ruderi dell’antichissima chiesa dedicata a San Bonifacio, ormai fatiscente e insufficiente per una popolazione in aumento e fu compiuta alla fine del 1400. Lo stile,’a causa di un così lungo periodo costruttivo, risente di vari mutamenti: conserva elementi romanici, il fregio della facciata ed i cornicioni sono rinascimentali. Si può quindi definire stile lombardo di transizione. L’esterno, in laterizio, si presenta imponente e solido; la facciata è divisa da pilastrate in tre parti corrispondenti alle navate interne; una porta centrale e due laterali danno accesso all’interno. La pianta basilicale della collegiata è a tre navate, ritmate da otto pilastri cilindrici disposti in modo da suddividere la navata centrale in cinque campate quadrate. Su questi pilastri, robusti più che armoniosi, gravitano le spinte delle volte ogivali a crociera: quadrate quelle della navata maggiore e rettangolari quelle delle navate laterali. Degna di nota la cappella del SS. Sacramento in stile barocco. Questa cappella è a pianta quadrata con coro rettangolare. La cupola emisferica è sormontata da una lanterna cilindrica. Sono di bell’effetto, ai quattro lati, le lesene corinzie sormontate da trabeazioni sulle quali, degni di nota, sono collocati stucchi a tutto tondo che raffigurano gli Evangelisti, con i loro rispettivi simboli. Nel 1962, durante i lavori di restauro vennero scoperti gli affreschi dell’abside, della volta e del muro sotto l’organo, opere di scuola lombarda del sec. XV. Questi affreschi, di cui si era perduta ogni memoria, furono ricoperti con calce, probabilmente a scopo di disinfezione, in seguito a gravi epidemie.

Terza tappa da Fiorenzuola d’Arda a Fidenza
Attraverso la pianura ci lasciamo alle spalle Fiorenzuola e incontriamo l’abbazia cistercense di Chiaravalle della Colomba (Immagine 19).’Nell’aprile 1136 avvenne la fondazione ufficiale dell’insediamento monastico institutionis paginam – con il quale Arduino, vescovo di Piacenza, concede al monastero i primi beni terrieri. Altre donazioni vennero da due potenti signori della zona, i marchesi Oberto Pallavicino e Corrado Cavalcabò. I Consoli e il popolo di Piacenza stabilirono il prezzo dei terreni che dovevano cedere al monastero. Il termine “colomba” deriva secondo alcuni da una leggenda: si narra che una bianca colomba avesse delineato con pagliuzze, dinanzi ai monaci, il perimetro dell’erigendo complesso religioso. In realtà è probabile che l’intitolazione a Santa Maria della Colomba si riferisca al mistero dell’Annunciazione, armonizzandosi così molto bene con la spiritualità mariana cistercense. San Bernardo di Clairvaux aveva accolto le suppliche dei milanesi, il 22 luglio 1135, istituendo l’abbazia di S. Maria di Roveniano (l’odierna Chiaravalle Milanese), così pochi mesi dopo accolse quelle di Arduino, con il suo clero e il suo popolo, insediando alcuni confratelli, con a capo l’abate Giovanni, in questi luoghi campestri; quindi questo monastero è una diretta filiazione di san Bernardo. La storia dell’Abbazia vede una lunga e operosa presenza dei monaci che bonificano, coltivano e allevano animali, senza dimenticare la diffusione della loro spiritualità. La storia di Chiaravalle partecipa alla storia, spesso sanguinosa dei diversi periodi storici, con eventi tragici come il saccheggio degli edifici monastici e le uccisioni dei monaci. Nel 1444 l’Abbazia, benché benemerita per le grandi attività religiose, scientifiche, letterarie e agronomiche, fu purtroppo concessa in commenda, cosa che ne determinò piano piano la decadenza. Nel 1769 in seguito ad un decreto di soppressione da parte del duca di Parma i monaci lasciarono l’abbazia e furono accolti in quella di San Martino de’ Bocci che il sovrano non aveva soppresso. Nel 1777 dopo aver pagato un riscatto, i monaci poterono ritornare nella loro abbazia, ma non per molto perché due decreti napoleonici, nel 1805 e nel 1810, confiscarono i beni e soppressero l’istituzione monastica. I religiosi vennero allontanati, solo due rimasero, uno come parroco e uno come insegnante e un converso con funzioni di sagrestano. L’archivio, la biblioteca e gli arredi vennero dispersi; i mille ettari di terreno e i fabbricati divennero proprietà degli Ospedali Civili di Piacenza. Sino al 1937 la cura della parrocchia e dei locali dell’abbazia fu affidata ad un abate-parroco del clero secolare, mentre l’insigne monumento fu esposto ad ogni genere di usi e abusi. Nel 1976 il complesso architettonico è diventato proprietà demaniale e le Soprintendenze statali hanno continuato quel lungo itinerario di restauri che hanno portato l’abbazia ad essere splendente come un tempo. Chiaravalle ha ripreso ad essere sede di convegni di studio e vede un continuo afflusso di visitatori.
L’antica facciata (Immagine 20), visibile nella parte alta, è preceduta dall’avamportico trecentesco e conserva la struttura a salienti e la corona degli archetti pensili dell’originario progetto in cui più tardo rosone vi si incastona armonicamente. L’interno (Immagine 21), terminato agli inizi del ‘200, ci mostra la vera primizia dell’architettura cistercense in Italia, dai severi caratteri borgognoni, con il gioco espressivo delle nervature e i grandi costoloni pensili. L’impianto romanico a tre navate si sviluppa in altezza secondo un precoce carattere di transizione al gotico La navata centrale è costituita da quattro grandi campate e l’edificio sacro termina con coro rettilineo e transetto. San Bernardo, nemico della ridicula monstruositas presenti nel bestiario medioevale, impose un’architettura essenziale, priva di sculture e di decorazioni e i capitelli con decorazioni semplicissime rispondono a questa esigenza. Dal transetto destro parte la scala che comunicava direttamente con il soprastante dormitorio dei monaci coristi. Mentre nel transetto di sinistra, sopra la porta dei morti che immetteva nel camposanto, è raffigurato un Angelo con tromba a ricordare che anche i morti saranno chiamati al Giudizio Finale e alla resurrezione. Mentre la basilica si dimostra come un momento di transizione tra il romanico e il gotico nell’area padana, il Sacrarium, o luogo di conservazione delle reliquie, è il primo episodio autenticamente gotico del complesso abbaziale. Interessanti sono l’abside circolare e la serie di affreschi, rimessi in luce da recenti restauri. Qui, accanto alla permanenza di alcuni stilemi bizantineggianti, irrompe l’influsso della nuova potenza monumentale giottesca in particolare nella Crocifissione. Lo straordinario gioiello di Chiaravalle della Colomba è l’intatto chiostro trecentesco. Culmine qualitativo del primo ciclo di lavori, ci si offre ancor oggi nell’intensa suggestione della propria strutturata bellezza. Il suo fascino si sostiene intimamente nella «misura» raccordata di ogni parte, e soprattutto nei ritmi contrappuntati delle ventiquattro partizioni a quadrifora, delle novantasei arcatelle ogivali, delle centotrenta colonnine binate in marmo rosa di Verona, dei venti speroni a contrafforte avanzati nel cortile, e infine della vibrante cornice ad archetti e tortiglione. In questi ritmi si intersecano le complesse simbologie numerali che accompagnavano il tempo e il pensiero dei monaci. Il perfetto quadrato del chiostro (Immagine 22) – al quale la luce mattinale o meridiana dona stupendi effetti sul vasto registro del cotto – ci trasmette compiutamente il carattere rigoroso e gaudioso della vita monastica. In apparente contrasto con le austere regole edilizie cistercensi compaiono ricche mensole di sostegno ai costoloni delle campate, bellissime colonne ofitiche (annodate come serpenti) agli angoli del porticato, capitelli figurati, e altre sculture: è il fecondo clima antelamico che si proietta evidentemente sugli esecutori, ormai più influenzati dalla cultura locale che da quella dei primi monaci francesi. Negli angoli interni del portico sono figure telamoniche, ossia di personaggi nell’atto di sostenere le volte (Immagine 23).’La sala capitolare si trova nel lato orientale del chiostro e costituisce il «parlamento» della vita monastica; in esso tutti i monaci hanno diritto di esprimere liberamente il loro parere sulle questioni riguardanti il monastero. Per questo ha una particolare importanza nella vita cistercense, e si trova in stretta vicinanza con la chiesa. Anche il suo ingresso, sotto al porticato, è sottolineato con una evidenza straordinaria: la porta e le due trifore sono arricchite da un gioco di decorazioni in cotto – veri prodigi di eleganza decorativa e di fantasia geometrica – che testimoniano l’inserimento di Chiaravalle della Colomba (abbazia di vocazione specificamente agricola) nei circuiti culturali franco-moreschi del Medioevo maturo. Sopra il portale d’accesso si ammira un bel dipinto cinquecentesco che raffigura San Benedetto nell’atto di consegnare la Regola ai monaci bianchi.
L’interno del Capitolo e a due navate, su volte gotiche. I recenti restauri hanno ritrovato la quota originale del pavimento e rimesso in vista le belle finestre ogivali. Lungo il percorso del portico claustrale, nel lato sud, si incontra l’accesso al Refettorio. Il luogo è segnato da un’ampia apertura verso il cortile e dai grandi capitelli a corona che raffigurano, quello di destra, la Madonna, il Bambino e apostoli e quello di sinistra scene simboliche che ricordano al monaco il controllo della gola. Nel cortile si sporgeva il Lavabo, dove i monaci processionalmente si lavavano le mani, prima di entrare alla mensa. Segue l’ingresso al Calefactorium, che era un ambiente riscaldato da un grande camino (ancor oggi visibile), dove i monaci andavano a meditare e a leggere nei giorni freddi.
Eccoci quindi giunti a Fidenza. (Immagine 24)
La città nacque come accampamento romano, con il nome di Fidentia, nei luoghi in cui i Galli Anani avevano fondato l’insediamento che aveva nome Vicumvia. Per la sua posizione divenne poi un importante centro commerciale, rimanendolo per tutto il periodo di dominazione dell’impero romano, tanto che nel 41 a.C. fu insignita da Ottaviano della cittadinanza romana come Fidentia Julia e divenne municipio. Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente cominciò un periodo buio per la città, tanto che il nome venne tramutato in Fidentiola. Venne più volte invasa dai barbari, venne distrutta nel V secolo. In quell’occasione cominciò l’opera di ricostruzione di quello che veniva chiamato semplicemente “Borgo”. Il nuovo nome infatti, Borgo San Donnino, sembra risalire al 923 e vanne mantenuto per più di mille anni, fino al 1927. Fu quasi sempre oggetto di contese tra Parma e Piacenza, anche se fu sempre la prima ad averne il controllo. Era infatti considerato un centro in grado di potersi sviluppare e “disturbare” sia l’una che l’altra, grazie alla sua posizione strategica sulla via Emilia e sulla Via Francigena. Carlo Magno ebbe una forte devozione verso san Donnino e fu uno dei più grandi benefattori della chiesa della città, donandole la sua villa regia di Fornio ed il pomo d’oro del proprio bastone per fonderlo e farne il nodo del calice. E fu proprio durante la dominazione di Carlo Magno che venne ritrovato il corpo del Santo.
Tra il 1000 e il 1100 Borgo San Donnino divenne capitale d’Italia: Corrado di Lorena, figlio dell’Imperatore Enrico IV, si ribellò al padre alleandosi con il Papa Gregorio VII e Matilde di Canossa, scegliendo Borgo San Donnino come propria capitale dal 1092 al1102. Sempre nel 1102 Fidenza diventò Comune, riconosciuto ufficialmente nel 1162 da Federico Barbarossa, che la affidò al controllo dei Pallavicino. Nel 1199 la città fu nuovamente conquistata da Parma e liberata nel 1221 da Federico II, nipote di Federico Barbarossa. Borgo San Donnino venne però nuovamente distrutta dai parmigiani nel 1268, motivo per cui vennero bloccati i lavori di costruzione della facciata del duomo e mai più ripresi. La città venne ricostruita solamente nel 1300 e venne innalzata la Torre Salvaterra, per proteggersi dagli attacchi di Parma. Successivamente vide la presenza dei Visconti per un secolo (1336 - 1447) ma in modo non continuo. Dopo la morte di Filippo Maria Visconti nel 1447, Fidenza rimase libera per un anno prima di essere controllata dagli Sforza fino al1499. Fino alla seconda metà del secolo successivo Borgo San Donnino divenne capitale dello Stato Pallavicino e nel 1556 annessa al Ducato di Parma e Piacenza. In questo anno divenne possedimento dei Farnese, inoltre nel 1601 la chiesa di san Donnino divenne diocesi e le fu conferito lo status di città. Durante la dominazione farnese, Fidenza conobbe la peste del 1630, diffusasi velocemente in città anche per il grande numero di pellegrini che giornalmente arrivavano percorrendo la Via Francigena. Nel 1731, alla morte di Antonio, si estinse la dinastia dei Farnese e Fidenza passò sotto il controllo dei Borbone, durato fino alla morte del duca Ferdinando, nel 1802. Nello stesso anno cominciò il dominio francese, che cercarono di fare riprendere la città, dalla decadenza in cui era scivolata, aprendo delle scuole di arti e mestieri. Seguì ai francesi la duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, moglie di Napoleone; Fidenza venne poi annessa al Regno Sabaudo, con una votazione in consiglio comunale, nel 1859;’il primo deputato di Borgo San Donnino fu Giuseppe Verdi.
Decisamente importante e significativo è il Duomo (Immagine 25).
Fu costruito tra il XII e il XIII secolo sul percorso della Via Francigena in stile romanico, dedicato a San Donnino ed edificato nel punto in cui, secondo la leggenda, cadde il santo. La direzione dei lavori e le sculture furono di Benedetto Antelami. La parte di maggior pregio è la facciata, una della più belle del romanico emiliano, dove si possono ammirare bassorilievi e statue (Immagine 26/27/28). Le due più grosse sono quelle di David ed Ezechiele, rispettivamente alla sinistra e alla destra del portone principale. I bassorilievi narrano la storia di san Donnino, soldato romano al servizio dell’imperatore Massimiano. Sono inoltre notevoli i due leoni stilofori posti a guardia dell’ingresso principale e l’arco decorativo dello stesso portone. La facciata è incompiuta, infatti nella parte superiore si nota la predisposizione per delle decorazioni mai inserite. All’interno troviamo tre navate e due imponenti matronei ai lati superiori della navata centrale. La navata destra presenta l’aggiunta di una cappella quattrocentesca contenente la fonte battesimale; nella cripta, sotto l’altare maggiore, sono conservate le ossa del martire. Un tempo tutto l’interno era decorato, ma degli affreschi rimane solo il viso di un prelato nella zona dell’abside. Il resto degli affreschi sono infatti andati perduti quando venne tolta la calce applicata alle pareti nel Seicento per evitare il contagio della peste. La Cattedrale ha tre campanili, due ai lati della facciata, ed uno a fianco dell’abside. Il Duomo possiede il cosiddetto Tesoro di San Donnino.

Quarta tappa da Fidenza a Fornovo sul Taro
In questo tratto del cammino lasciamo la pianura e cominciamo a salire sulle colline appenniniche incontrando la Pieve di Cabriolo dedicata a San Tommaso Becket (Immagine 29). La chiesa apparteneva all’Ordine religioso cavalleresco dei Templari, e, probabilmente, le ragioni della sua fondazione vanno ricercate nelle donazioni di proprietà terriere verso il Tempio che coinvolsero alcune delle più prestigiose famiglie parmensi. Nello stesso sito un primo oratorio era già attestato nell’XI secolo ma fu il passaggio all’Ordine del Tempio, avvenuto alla fine del XII secolo, che dette impulso alla realizzazione di una nuova costruzione. La tradizione vuole che la chiesa fosse intitolata al vescovo di Canterbury all’indomani della sua esecuzione (1170), per celebrare degnamente la memoria di un suo passaggio da Cabriolo avvenuto nel 1167. Oltre alla Rotonda, esisteva anche un ospedale; nel 1230 nel Capitulum seu Rotulos Decimarum della diocesi di Parma, sotto il vescovo Grazia, veniva citata l’Ecclesia de Cacobrolo in plebe Burgi Sancti Domnini. Del periodo templare rimane solo parte dell’abside (Immagine 30), poiché dopo il processo all’ordine, nel 1309, la magione venne saccheggiata e data alle fiamme. Perciò, nonostante il passaggio all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il complesso dovette rimanere per diverso tempo in stato di semi-abbandono, ma tra la fine del XIV e il principio del XV secolo, i nuovi padroni ricostruirono la chiesa riutilizzando parte dell’edificio originario. I cavalieri di Malta mantennero la commenda di San Tommaso fino alle soppressioni napoleoniche quando passò nelle mani di proprietari privati. La sua rilevanza architettonica ne fa uno dei più insigni oratori cavallereschi dell’Emilia Romagna: San Tommaso mostra ancora oggi nella parte absidale in mattoni i resti della rotonda templare scandita da archi ciechi e decorata da monofore, quella centrale è l’unica originale. La chiesa è costruita in mattoni a vista, con navata unica a pianta rettangolare (Immagine 31) e facciata a capanna, che venne profondamente ristrutturata nel 1816.’Diverse furono le fasi costruttive che coinvolsero l’edificio: in particolare la prima, di matrice chiaramente romanica, relativa alla muratura dell’abside che precedentemente apparteneva alla chiesa a pianta rotonda del periodo templare. Invece, la navata e la facciata furono costruiti dai Gerosolimitani seguendo un gusto d’impostazione gotica che dovettero riedificare anche il convento adiacente. La ricostruzione quattrocentesca della chiesa venne conclusa probabilmente con la decorazione pittorica di cui rimangono ancora importanti tracce sulla parete sinistra dell’aula, mentre non si conoscono precedenti testimonianze artistiche.
Da Cabriolo ci spostiamo a Costamezzana, in cui campeggia il famoso castello.
Il castello di Costamezzana (Immagine 32) era un’originaria fortificazione a difesa del territorio lungo la Via Francigena, eretto probabilmente nell’XI secolo, per volere della nobile famiglia dei Tavernieri. Nel 1249 l’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II di Svevia assegnò il feudo a Oberto II Pallavicino, che lo mantenne fino al 1268. In seguito il castello fu conquistato dai Da Cornazzano, che ne avviarono la ricostruzione, ma nel 1325 i guelfi parmigiani lo attaccarono, espugnandolo. Nel 1374 Niccolò Pallavicino si impossessò della fortezza, riavviandone l’edificazione; i lavori subirono una brusca interruzione a causa della partecipazione del marchese all’assassinio dello zio Giacomo, signore di Bargone, e del cugino Giovanni, figlio di quest’ultimo; il duca di Milano Bernabò Visconti attaccò e conquistò il castello di Tabiano, allontanando Niccolò da tutte le sue terre; soltanto nel 1389, in seguito alla presa del potere da parte di Gian Galeazzo Visconti, Niccolò, Giovanni e Federico Pallavicino rientrarono in possesso dei loro feudi, riprendendo la costruzione del possente castello di Costamezzana, che fu completato intorno al 1395; proprio allora l’imperatore Venceslao di Lussemburgo investì nuovamente i Pallavicino del feudo. Già nel 1403 il castello fu assaltato dai Rossi, che furono inizialmente respinti da Rolando il Magnifico; i successivi attacchi furono però rovinosi e causarono la distruzione della fortezza e la devastazione delle terre circostanti. Nel 1445 il duca di Milano Filippo Maria Visconti investì del feudo Jacopo e Francesco Piccinino, che già nel 1455 dovettero lasciare il maniero e le sue terre nuovamente a Rolando il Magnifico e ai suoi discendenti. Nel 1600 il castello fu ceduto al Comune di Parma e nel 1706 il duca Francesco Farnese elevò al rango di marchesato l’antico feudo, assegnandolo al governatore di Parma Benedetto Mischi. Nel 1805 i decreti napoleonici sull’abolizione dei diritti feudali non comportarono la confisca del maniero, che rimase alla famiglia Mischi fino alla fine del XIX secolo, quando fu acquistato dalla famiglia Barbieri. L’attuale castello, posto sulla cima di un colle, mantiene soltanto alcune testimonianze dell’imponente struttura tardo-medievale; le parti ancora intatte sono costituite dal mastio a pianta quadrata a sud, da alcuni edifici tra cui l’antica chiesa medievale, dalla torre rotonda a nord e da alcune mura a sostegno del terrapieno. L’alta torre in laterizio, dotata di poche piccole finestre, mostra ancora il forte carattere difensivo della struttura, completamente priva di decorazioni; l’edificio si innalza ancora in posizione dominante sulla vallata, elevandosi al di sopra del bosco circostante. Accanto a essa, oltre le rovine delle massicce mura e di alcuni fabbricati, si elevano alcuni edifici in mattoni e pietre, oggi adibiti a caseggiati agricoli e a ristorante. Più a settentrione, a margine della severa torre circolare aperta sulla vallata con due strette finestre strombate, si elevano altri fabbricati in laterizio e pietra, caratterizzati anch’essi dalla presenza di piccole e rade aperture. Accanto a essi si erge l’antica cappella di San Pietro Apostolo, nominata nel 1230 come Ecclesia S. Petri de Costa Mezzana Tabernariorum; la chiesa medievale con campanile, elevata a parrocchia nel 1564, fu successivamente chiusa al culto e adibita a stalla e a fienile, fino all’utilizzo attuale quale deposito. (Immagine 33)

Lasciamo Costamezzana e attraversando i paesi di Siccomonte e Medesano ci inoltriamo nel Parco Fluviale del Taro per giungere a Fornovo sul Taro.
In questa località nel 1495 vi si svolse la famosa battaglia di Fornovo, combattuta tra le truppe alleate formate da una coalizione antifrancese voluta dal Pontefice Alessandro VI, Massimiliano d’Austria Re dei Romani, Fernando d’Aragona, Enrico VII d’Inghilterra, Firenze, Milano, Venezia, guidate da Francesco II Gonzaga e i francesi di Carlo VIII. All’inizio del secolo scorso (1905) venne costituita la Società Petrolifera Italiana (S.P.I.). Il paese divenne, in questo modo, il maggior centro italiano per la produzione e la lavorazione del petrolio, arrivando negli anni ‘30 a coprire circa l’80 % del fabbisogno nazionale.
Di particolare interesse è la Pieve di Santa Maria Assunta (Immagine 34), edificata originariamente nel IX secolo e ricostruita in stile romanico intorno alla metà dell’XI secolo; agli inizi del XII fu aggiunto un esonartece, chiuso e inglobato nell’edificio nel secolo successivo; tra il 1712 e il 1745 la pieve fu modificata internamente in forme barocche, ma le aggiunte furono eliminate tra il 1927 e il 1942, con complessi interventi volti a riportare in luce l’aspetto romanico perduto (Immagine 35). La facciata è decorata con alcune sculture duecentesche (Immagine 36) incastonate, in parte provenienti dall’antico ambone dismesso nel XVI secolo; all’interno il nartece conserva il colonnato con capitelli dell’XI secolo, mentre il paliotto dell’odierno altare maggiore è costituito dalla lastra duecentesca del Martirio di Santa Margherita, anch’essa ricavata dal distrutto pulpito; la pieve custodisce inoltre una pregevole croce-reliquiario in bronzo, risalente al X o XI secolo.

Quinta tappa da Fornovo sul Taro a Cassio
Ci inerpichiamo ora in Val Sporzana per giungere al paese di Bardone (Immagine 37).
Alle pendici del monte Prinzera, su un’altura che domina la Val Sporzana, si trova Bardone, piccolo borgo di sicura epoca longobarda. Ancora oggi si conserva nella struttura urbanistica un nucleo medievale, sia pure frazionato ed alterato. Bardone deriva il proprio nome dalla catena di monti che salgono da valle fino al passo della Cisa, nell’ 879 venne donato, insieme a questa catena, da Carlomanno a Viboldo, vescovo di Parma, elargizione che fu confermata nel 1195 al presule Obizio Fieschi dall’imperatore Enrico VI. Bardone vanta la presenza della Pieve di Santa Maria Assunta (Immagine 38), di cui si ha memoria già dal 1004 da un documento che riporta anche il nome dell’arciprete Constancius Archipresbyter Sancte Marie de Bardoni. Il primo nucleo sacro dell’edificio secondo gli studi di reperti ritrovati durante i restauri effettuati in vista del Giubileo del 2000 viene datato IX sec. La parrocchia di Bardone conobbe, comunque, il momento di maggiore importanza nel medioevo quando tra il 1200 e la metà del 1400 documenti ecclesiastici le attribuiscono circa 15 cappellanie dipendenti. La signoria su Bardone fu esercitata a lungo dai conti Rossi e confermata nel 1413 anche dall’imperatore Sigismondo. Nel corso dei secoli da segnalare per la storia di Bardone la terribile epidemia di peste che colpì queste zone attorno al 1630 dove perirono, solo in questo piccolo borgo, 46 residenti. Dagli albori fino alla fine del ’700 i paesi della montagna continuarono a rimanere isolati e lontani dalle vicende e dagli interessi della città, quindi la vita anche a Bardone scorse lenta, scandita solo dallo spossante lavoro contadino e da una povertà generalmente diffusa. Con gli inizi del ’900 cominciano anche le migrazioni di bardonesi verso paesi lontani in cerca di fortuna, il primo conflitto mondiale invece chiama alla guerra giovani anche da Bardone, tutti insigniti del Cavalierato di Vittorio Veneto. Ai giorni nostri Bardone conta 82 residenti in 23 famiglie. La pieve del paese, dedicata a Santa Maria Assunta, appare citata in documenti del 1005, ma recenti scavi durante i restauri hanno messo in luce i resti di un edificio preesistente che risalirebbe almeno al VII secolo. La chiesa si presenta oggi in una sovrapposizione di stili, in cui spiccano le sculture di scuola antelamica datate tra il XII e il XIII secolo (Immagine 39): sul lato destro della chiesa, preceduto da un prato cintato, si apre un portale in arenaria nella cui lunetta figura una Madonna con Bambino e un Santo. All’interno sono custoditi due leoni stilofori originariamente ai piedi del portale. Ma è la Deposizione dalla Croce, in origine paliotto per l’altare, che costituisce la principale attrattiva della chiesa: è evidente la vicinanza del soggetto a quello della lastra antelamica nel Duomo di Parma, caposaldo della scultura del XII secolo, ma l’anonimo e plebano scultore di Bardone, il cui scalpello ricorda quello delle Storie di Santa Margherita della Pieve di Fornovo, tratta il tema in chiave rusticissima, corposa, concreta, affidando a Giuseppe D’Arimatea due grosse tenaglie da fabbro per staccare il corpo di Cristo dalla Croce. Forse la stessa mano ha scolpito il Cristo Benedicente tra i simboli dei quattro Evangelisti e angeli. Una figura femminile con lunghe trecce sorregge la pila dell’acquasanta, sulla cui vasca sono raffigurate immagini diaboliche. L’impianto attuale della pieve risale al XVI e XVII secolo, con una semplice aula absidata e cappelle laterali.
Località che si attraversano lasciato Bardone sono Terenzo, il Castello di Casola e alla fine si giunge all’Ostello di Cassio.

Sesta tappa da Cassio al Passo della Cisa

Continuiamo a salire sulla statale della Cisa e poi su carrarecce e mulattiere fino al paese di Castelloncio e poi a Berceto (Immagine 40). Abitato già in epoca romana, come testimoniato dal rinvenimento nella zona di alcuni reperti architettonici, il nome deriva il toponimo dal latino quercetum, ‘querceto’. Sviluppatasi attorno a un’abbazia benedettina, fattavi costruire dal re Liutprando all’inizio dell’VIII secolo, fu poi concessa ai vescovi di Parma. Nella prima metà del 1200 fu dotata di un castello, incendiato nel 1313, con tutto il borgo, dalle truppe tedesche di Arrigo VII, che la infeudò ai Fieschi di Genova, cui subentrarono nella prima metà del XIV secolo i conti Rossi. Appartenne in seguito agli Scaligeri, al comune di Parma e ai Correggeschi; tornò successivamente ai Rossi, che vi governarono fino alla seconda metà del Seicento, quando fu ceduta ai Farnese. Ultimi feudatari furono i Boscoli e i marchesi Tarasconi-Smeraldi. Annessa al dipartimento del Taro nel corso della dominazione napoleonica, fu unita al ducato di Parma con la restaurazione borbonica, seguita da un’attiva partecipazione ai moti carbonari.

L’edificio di maggiore interesse del paese è sicuramente il Duomo (Immagine 41/42). Nel 718 il vescovo di Rennes Moderanno partì in pellegrinaggio verso Roma; lungo il suo cammino passò per la città di Reims, ove erano conservate le spoglie di san Remigio, e ne acquistò alcune reliquie. Secondo la tradizione, percorrendo la via di Monte Bardone, che collegava Parma con la Lunigiana consentendo ai pellegrini un passaggio attraverso la catena appenninica, giunse nei pressi del passo della Cisa e vi si fermò per riposarsi, appendendo ad una pianta le reliquie, che dimenticò alla ripresa del cammino; non appena se ne accorse, ritornò sui suoi passi, ma, dopo aver ritrovato l’albero a cui si era appoggiato, non riuscì a raggiungere il ramo su cui aveva attaccato il suo prezioso carico, cresciuto prodigiosamente; la pianta si riabbassò solo quando il vescovo promise di lasciare le reliquie a Berceto. L’anno seguente il re dei Longobardi Liutprando fondò un monastero nei pressi del luogo del miracolo, affidandolo a Moderanno, ivi rientrato dopo aver raggiunto Roma ed in seguito ad un ultimo viaggio nella sua città natale. Il Duomo originario costituiva la chiesa dell’abbazia, assegnata alla diocesi di Parma nell’879. Nel X secolo il monastero fu chiuso, mentre la chiesa, da allora dedicata a san Moderanno, fu innalzata a pieve. Verso la fine del XII secolo l’antico luogo di culto fu completamente ricostruito, su impianto a croce latina, con tre navate terminanti in altrettante absidi ad est. Tra il 1480 e il 1502 la pieve fu sottoposta ad importanti lavori di ristrutturazione, per volere di Bertrando Maria Rossi, figlio di Pier Maria Rossi; in tale occasione furono riedificati i pilastri, furono sostituiti gli archi, fu eliminata una campata, fu ricostruita l’abside principale in forma squadrata e furono sopraelevate le navate laterali e le cappelle. Nel 1845 furono ricostruite in stile romanico la facciata, ad eccezione del portale, e la parte superiore del campanile. Nel 1971 la chiesa fu sottoposta a lavori di consolidamento e restauro conservativo. La chiesa si presenta con facciata a capanna, ottocentesca, è caratterizzata da un piccolo rosone in sommità, una bifora sottostante e due alte monofore ai lati del maestoso portale strombato, che, risalente alla ristrutturazione rinascimentale, presenta una successione di colonnine ed archi polistili. La lunetta centrale, di epoca romanica e forse di scuola pre-antelamica, è imperniata sul tema del riscatto dal peccato; per questo le sculture in rilievo raffigurano al centro Gesù Cristo crocifisso, alla sua sinistra Maria, san Giovanni (o sant’Abbondio martire) e san Moderanno ed alla sua destra il centurione che ne trafigge il costato ed un giovane che raccoglie il sangue versato in una coppa. Al di sotto, l’architrave, riccamente scolpito con altorilievi che rappresentano figure umane ed animali fantastici, è sostenuto da due telamoni, che raffigurano l’ascolto e l’udito. I vari prospetti, interamente rivestiti, come la facciata, in arenaria, sono arricchiti da archetti sottogronda, con sculture e metope, di varie epoche; il lato settentrionale e la parte absidale, realizzati in epoca romanica come la parte basamentale del campanile (o tiburio), si distinguono per la presenza di alcune sculture a figura intera collocate all’interno degli archetti. Il portale secondario, risalente al XII secolo, è caratterizzato dalla lunetta dell’Adorazione dei Magi, con un affresco datato 1198; ai lati si trovano due sculture raffiguranti, in posizione seduta, san Pietro e san Paolo, i cui sepolcri a Roma costituivano la meta dei pellegrinaggi medievali.
La chiesa (Immagine 43) si sviluppa su una pianta a croce latina, con tre navate, transetto e tre absidi. L’interno, rimaneggiato durante la ristrutturazione rinascimentale, cui rimandano i numerosi simboli del leone rampante disseminati nella chiesa, è caratterizzato dal solenne colonnato in pietra, con capitelli diversi l’uno dall’altro, a sostegno delle arcate a sesto acuto; in sommità sono visibili le capriate lignee di copertura; i due pilastri del presbiterio, di maggiori dimensioni, risalgono alla chiesa medievale. Nella navata sinistra è collocata la medievale arca di San Boccardo, sarcofago in marmo bianco sostenuto da quattro colonnine, che dovrebbe contenere le spoglie di san Burcardo, vescovo di Würzburg; realizzata nel 1355 per volere dell’imperatore Carlo IV, come attestato dall’iscrizione nella cimasa triangolare posizionata in sommità, fu ricomposta nel 1916 dall’architetto parmigiano Lamberto Cusani. All’interno del presbiterio, risalente alla chiesa medievale, sono collocate due casse quattrocentesche, contenenti le ossa di san Moderanno e di sant’Abbondio martire. Al centro dell’altare maggiore è incastonato un pluteo longobardo dell’VIII secolo, con un bassorilievo raffigurante una croce contornata da due pavoni, simboli di immortalità, che bevono da due calici.

Lasciandoci la facciata del Duomo di Berceto alle spalle, imbocchiamo la Via Romea, lastricata, fino a incrociare la provinciale per Parma, dove giriamo a destra e subito a sinistra su mulattiera. Dopo un primo tratto sconnesso, scendiamo, guadiamo un torrente, proseguiamo nel bosco fino a un incrocio dove giriamo a destra, e dopo un tratto in saliscendi arriviamo a una casa, dove inizia la strada asfaltata. Attraversiamo la SS della Cisa e proseguiamo sulla stradina in salita verso il Monte Valoria. Il tratto che segue ci regala alcuni tra i più bei panorami dell’intera via Francigena (Immagine 44/45), fino ad arrivare alla sommità del Monte Valoria, dove la vista spazia tra la val di Taro e la Val di Magra.
Il sentiero prosegue prima ripido sul crinale, poi entra nel bosco (Immagine 46) con pendenze via via più dolci, fino a un primo scalandrino (scaletta per scavalcare la recinzione del bestiame). Dopo un secondo scalandrino la mulattiera lascia il posto a una piacevole strada bianca, e superato un cancello ci immettiamo sulla SS della Cisa,’da dove in breve raggiungiamo il Passo omonimo. Il Passo’della Cisa (Immagine 47), data la sua particolare posizione e grazie al fatto che in inverno era uno dei pochi passi aperti sul crinale, storicamente fu oggetto di dispute per il controllo delle merci che vi transitavano, dirette al mare. Al tempo dell’espansione romana verso le Gallie, fu probabilmente il passo che la via Emilia Scauri superava per aggirare l’Appennino ligure fino a Derthona (Tortona). La strada fu costruita dal censore Marco Emilio Scauro nel 109 a.C. Dopo Derthona ridiscendeva verso Vada Sabatia (Vado Ligure) dopo aver nuovamente superato l’Appennino ligure al passo di Cadibona.
Nel XVI secolo segnava il confine tra il Ducato di Parma e Piacenza ed il Granducato di Toscana, dopo aver delimitato il confine fra le terre dei Longobardi e dei Bizantini. Istituzionalizzato come via di pellegrinaggio intorno al 718 d.C. – anno in cui Moderanno, Vescovo di Rennes percorse questa strada per recarsi a Roma – nel Medioevo era noto con il nome di monte Bardone. Celebre fra i pellegrini che, provenienti dal nord Italia e dalla Germania, percorrevano la via Francigena per raggiungere il cuore della cristianità, era conosciuto per l’antico ospizio di Santa Maria, edificato poco prima dal valico con lo scopo di fornire ristoro ed alloggio ai viandanti.
In prossimità del passo, al termine di una ripida scalinata, si trova una chiesetta dedicata a Nostra Signora della Guardia. Iniziata nel 1919, fu benedetta il 16 luglio 1922, e dichiarata santuario il 29 agosto 1930. Da allora ogni 29 agosto, giorno dedicato a Nostra Signora della Guardia, molti fedeli si recano in pellegrinaggio verso questa chiesa, provenendo dalle province di Parma, Massa-Carrara, La Spezia, Piacenza e Genova. Nel 1965 fu scelta quale patrona degli sportivi di tutto il mondo. Il santuario è un edificio in pietra di stile romanico con aggiunte gotiche. La chiesa fu benedetta il 16 luglio 1922. Il 29 agosto 1930 venne incoronata la statua in bronzo della Madonna e il tempio fu dichiarato Santuario Minore. Da qui i pellegrini scendevano verso i territori della Lunigiana, per poi raggiungere Roma percorrendo l’Aurelia lungo la costa tirrenica, méta finale di un lungo e faticoso cammino. Nel 1965 la Madonna della Guardia è stata proclamata patrona di tutti gli sportivi. (Immagine 48)
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