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La chiesa di San Rocco a San Benedetto Ullano

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 8 dicembre 2016

Un significativo recupero
Abbiamo avuto già modo di presentare la particolare tradizione religiosa di San Benedetto Ullano, un paese sperduto sugli Appennini calabri, presentando le numerose chiese che in esso vi si trovano.
La chiesa di San Rocco è stata restituita al culto dei fedeli, dopo alcuni lavori di restauro e dopo una solenne cerimonia religiosa, alla quale hanno preso parte le massime autorità civili e militari della zona.
La riconsacrazione del sacro edificio è avvenuta il 25 settembre di quest’anno con un suggestivo rito officiato dal vescovo Donato Oliverio della Eparchia di Lungro degli Itali-Albanesi dell’Italia Continentale.
Le note che riportiamo sulla storia dell’edificio sacro e sulle vicende religiose che lo videro testimone sono un estratto dell’intervento del 24 settembre a cura del professor Italo Elmo. (Immagine 1)

La chiesa di San Rocco
L’area su cui sorge la chiesa, in posizione preminente rispetto al paese, è uno spazio in cui sono state individuate, in seguito alla ricerca storica di questi anni, importanti resti: oltre al castello della principessa normanna Rocca, figlia di Drogone d’Altavilla, nella contrada della Cittadella, anche i resti di un labirinto di pietra fatto di vicoli, viottoli, scalette, sottopassaggi e agglomerato di case.
La scoperta del catrum di Ullano dell’XI secolo, possedimento normanno intorno al 1070, assegnato in feudo a Rocca, testimonia così l’importanza, da punto di vista strategico della zona, a poca distanza dalla chiesa di San Rocco, situata in una delle migliori e più elevate posizioni che sovrasta il paese. (Immagine 2)

Le origini
La peste del 1656 fu l’ultima grande epidemia che colpì questa regione. Proveniente via mare dalla Spagna, in poco tempo dilagò in tutto il Regno di Napoli determinandovi la morte di circa un quinto della popolazione.
Una testimonianza che questa epidemia abbia colpito la popolazione di San Benedetto Ullano è la presenza della cappella dedicata a San Rocco, protettore contro tale epidemia, e può significare come la comunità sanbenedettese abbia voluto invocare il santo per assistere gli appestati.
Il contagio attecchì trovando condizioni favorevoli, quali la fame sofferta per la carestia e la mancanza di efficaci provvedimenti da parte delle autorità.
La ricerca, compiuta presso l’Archivio di Stato di Cosenza, ha permesso di rinvenire alcuni documenti importanti che attestano come il casale e la comunità non furono affatto immuni dal terribile morbo, anzi, la peste ebbe uno sviluppo repentino e devastante, favorito certamente dal fatto che il borgo era posto su una importante via di comunicazione.
Nei vari casali del vallo Crati non bastò la messa in atto di tutte le precauzioni necessarie per tentare di controllare il diffondersi del contagio e come avvenne per altri casali, anche a San Benedetto Ullano vennero chiuse, di notte, le porte d’accesso all’abitato.
Le persone contagiate erano portate presso un apposito lazzaretto, eretto fuori le mura del centro abitato, localizzato proprio nei pressi dell’attuale chiesa di S. Rocco, vicino ad un corso d’acqua, e presso una cappella dedicata a San Rocco “che in quel tempo si stava erigendo”, perché all’impotenza dei medici del tempo si ricorreva alla fede con l’azione taumaturgica del Santo, protettore contro tale flagello, la cui devozione per i sanbenedettesi è iniziata proprio in questo periodo. Il contagio si estese, quindi, all’intero borgo e all’interno delle mura.
Un documento del 6 ottobre 1696 testimonia che Michelangelo Calimà, figlio del fu Notar Pietro Calimà e un certo Domenico Milano in quel periodo risultava essere “procuratore della Venerabile Cappella della Santissima Concezione, et San Rocco di detto Casale”, a conferma della presenza dell’edificio sacro, non solo: i due costituiti affermano che “nell’anno 1657 et proprio sotto li 25 di novembre in tempo di peste havea fatto il suo ultimo testamento di propria mano”... dove lasciava attraverso il testamento, alla suddetta Cappella, che in quel tempo si stava erigendo una possessione alberata di querce, et terre libere poste in questa Terra...”. Ciò testimonia che la cappella venne eretta in contemporanea al diffondersi della peste.
Attraverso la consultazione di altri documenti si viene a conoscere che il terrificante contagio si è ripetuto più volte a San Benedetto Ullano con intervalli più o meno regolari negli anni 1614-1615, 1656, 1799, 1780 e 1856.
L’intero territorio di San Benedetto Ullano è stato interessato in quei secoli, da calamità di ogni genere. L’epidemia del 1656 segna un crollo, dopo quello del 1456, della popolazione residente che si riduce nel censimento del 1669 a 36 fuochi con un decremento del 62,5% all’incirca e, in termini di popolazione, circa 240 persone in meno, scampati miracolosamente alla peste.
Così anche nei primi anni del Settecento, quando a causa della carestia e della povertà dilagante in tutta la diocesi di Bisignano, la popolazione di San Benedetto Ullano e Marri, subì un forte decremento. (Immagine 3)

La confraternita di San Rocco
La devozione al Santo degli appestati nacque tra il popolo sanbenedettese dopo i tristi avvenimenti del 1656 che causarono lo spopolamento del paese, favorita oltre che dalla figura del Santo di Montpellier, anche dalla sua potente intercessione presso Dio verso i pericoli delle malattie contagiose. (Immagine 4)
Fu avvertita, quindi, l’esigenza di un luogo per il culto e di una spontanea aggregazione per la raccolta dei fondi. Con il riscontro documentario abbiamo datato la nascita di una struttura ricettiva per le offerte dei pellegrini, gestita dal Capitolo parrocchiale, nella seconda metà del secolo XVI.
Edificata la chiesa dedicata San Rocco, in tempo di contagio essa veniva usata come Lazzaretto e la Confraternita aveva come compito di assistere i bisognosi e gli ammalati.
Inizialmente, i fedeli di San Rocco formularono lo Statuto dell’Associazione (Regole), che sottoposero all’approvazione dell’autorità ecclesiastica, ossia del Vescovo di Bisignano, della cui Diocesi faceva parte. (Immagine 5)
Durante il Seicento la confraternita di San Rocco, fu uno dei centri dell’attività finanziaria e creditizia sanbenedettese. Numerosi sono gli atti di donazione, compra - vendita, acquisto di rendite, di capitali, di case, di vignali, di concessioni enfiteutiche e di prestiti di capitali, le permute di case, casaleni, transazioni ed esazioni di censi ecc. nei quali è protagonista.
Il decreto di costituzione della Confraternita del glorioso San Rocco di San Benedetto Ullano è firmato da Ferdinando IV, in data 26 Aprile 1779.
La prima sede della Confraternita fu la chiesa dell’Immacolata e San Rocco, nella cui sacrestia si svolgevano le riunioni dei confrati “radunati al terzo rintocco di campana”, e precedente invito del Parroco. La confraternita di San Rocco del 1779, aveva un elettorato attivo di 30 confrati votanti, strutturato in base all’anzianità d’iscrizione, in modo da rimpiazzare un assente con il più anziano dei confrati in soprannumero. Eleggevano annualmente gli ufficiali dell’associazione.
La Confraternita aveva un proprio abito, che mostrava nelle apparizioni pubbliche quali processioni, cortei funebri e ricorrenze particolari. L’antica divisa era costituita da un camice bianco di cotone lungo fin quasi ai piedi, un cordone detto “cingolo” di color azzurro, completato da un lungo cappuccio bianco e un rocchetto (cappa di velluto nero con greca dorata).
Sulla mantellina all’altezza del pettorale destro, sono attaccati, a mo’ di distintivo, due grossi medaglioni con l’effigie dell’Immacolata e di S. Rocco.
Al governo della Confraternita, venivano eletti a maggioranza di voti, i Razionali per la visura dei conti dei Procuratori passati, il Priore, Primo Assistente, Secondo Assistente, Cappellano, Maestro dei Novizi, Maestro di Monte, Procuratore della Beata Vergine, Pacieri, Portinai.
Per l’ingresso all’interno della Confraternita bisognava avere un minimo di 25 anni e presentare una richiesta al Priore. I minorenni potevano comunque entrare a far parte della Confraternita, ma solo dopo aver svolto un servizio di noviziato della durata di sei mesi.
A San Benedetto Ullano, gli appartenenti ai ceti popolari acquistavano prestigio e rispetto per la loro capacità di organizzare e gestire i riti e le funzioni in greco o in lingua albanese nella processione dei Misteri Beati in occasione della Settimana Santa. L’attività delle confraternite nel corso dell’anno era incentrata sugli esercizi, le “prove” di cantori, suonatori di strumenti, di campane che poi conoscevano un loro pubblico momento di gloria in occasione delle festività principali. Questa intensa attività canora e musicale, che vede significativi apporti colti, conferma come le confraternite fossero un centro di elaborazione e trasmissione culturale nel quale dialogano persone appartenenti a ceti sociali diversi.
La decadenza della confraternita comincia alla fine dell’’800. Dal 1894 la Confraternita era impossibilitata a procedere al rinnovo dei superiori per l’esiguo numero degli associati, così non poté svolgere la propria funzione aggregativa, né tantomeno attuare scelte di carattere politico e religioso, soprattutto per le difficoltà in cui versava il clero locale, testimone dell’incameramento del patrimonio appartenuto alle chiese locali, il cui numero si era drasticamente ridotto.
La temperie politico-amministrativa si sviluppa in San Benedetto alla fine del XIX secolo, quando nel paese si verificarono degli scontri per la gestione politica del demanio. Da una parte le classi dominanti che amministravano l’università locale, dall’altra quelle meno abbienti, capeggiate dal prete don Vincenzo D’Amico.
La vita della confraternita si è modificato, poi, nel corso del tempo, in presenza di mutamenti economici, sociali e culturali che sono avvenute all’interno e all’esterno della comunità. Gli anni della Grande Guerra fecero ripiombare la Confraternita in una crisi dalla quale si sarebbe ripresa nel 1920; di fatto però la Confraternita dell’Immacolata e di San Rocco aveva ormai terminato la sua attività tanto che nel 1939/40 era logora per “l’ingerenza negli affari della Congrega”.
Si viveva, ormai, del suono delle campane dei morti e di piccole elemosine che si facevano quando si celebrava la S. Messa e piccole annualità dei confratelli.
Nel 1943, poi, a seguito della frana che ha interessato San Benedetto Ullano e la chiesa di San Rocco, la cappella non fu più frequentata dai fedeli.
La ricerca storica della Congregazione dell’Immacolata e S. Rocco ha permesso di cogliere un dato molto importante, offrendo una testimonianza per un messaggio sempre attuale di solidarietà e di speranza. Infatti le confraternite, con le proprie regole, i propri riti, le proprie funzioni, hanno rappresentato istituti di acculturazione anche delle persone analfabete, hanno funzionato come centri di elaborazione culturale e così le regole, le preghiere, le prescrizioni, i divieti, le funzioni diventano modello di comportamento.

L’architettura
La chiesa, costruita nella seconda metà del Cinquecento, presentava una sola navata, con parte posteriore absidata, e copertura a capanna, con capriate lignee, nascosta, inferiormente nella cava, da un controsoffitto voltato a botte in listelli di legno dipinto e, nella parte absidale presentava un controsoffitto a cupola ribassata di cannicciato intonacato, completamente perduto. (Immagine 6)
L’edificio aveva la facciata principale decorata da un bel portale in pietra calcarea scolpita con bassorilievi e cornici in pietra di tufo e da soprastante finestra quadrangolare anch’essa con decorazioni a bassorilievo nelle pietre degli stipiti e delle cornici, di fattura molto fine eseguita nel ‘700 da artisti di scuola napoletana. Il portale è preceduto da una piccola scalinata quadrangolare. (Immagine 7)
L’interno (Immagine 8/9) presentava la copertura crollata e le pareti decorati da stucchi barocchi deteriorati dall’acqua piovana che ne provocava la caduta, mentre lungo le pareti dell’aula erano posti una serie di sedili lignei della Confraternita. (Immagine 10/11)
Lungo le pareti della navata erano addossate, da entrambi i lati ed in forma simmetrica, tre scatole a tutto sesto poggianti su lesene quadrangolari in muratura con alto basamento in struttura di mattoni, messo in evidenza da profili in pietra e cornici dì stucco, di cui esistevano cospicue tracce.
Ogni arcata è sovrastata da una finestra leggermente strombata e di forma rettangolare. (Immagine 12)
La parte absidale posta in evidenza dalla presenza di una grande arcata a tutto sesto posta all’altezza del presbiterio e che la divide spazialmente dall’aula anteriore. (Immagine 13)
Esistevano i resti dell’altare, in muratura, addossato al fondo dell’abside e sormontato da tre nicchie scavate nella parte di fondo che presentavano ancora tracce di decorazioni a stucco colorato.
Il pavimento della chiesa, era realizzato con quadrotti di tufo ed esistevano tracce consistenti, lungo i due lati della chiesa, di una lunga gradinata che dava corpo ad un basamento perimetrale leggermente sopraelevato rispetto alla zona centrale, e che delimitava la zona degli altari laterali posti sotto le arcate e di cui oggi però non rimaneva alcuna traccia.
Prima degli ultimi lavori, la struttura muraria era costituita da muratura di pietrame locale color verde e calce con frapposte zone di laterizio, interessata da una serie di lesioni trasversali determinate da un movimento franoso del terreno, in quanto situato in vicinanza di un forte scoscendimento. Presentava gravi lesioni nella parte anteriore delle pareti laterali e nella parte centrale della facciata, la quale facciata presentava fenomeni di sganciamento della struttura a circa metà della sua altezza.

I restauri
Alla fine degli anni ’90, la chiesa è stata oggetto di un intervento di consolidamento radicale, che l’ha messa in sicurezza, ma che non è stato completato, tant’è che la chiesa si presentava rustica e necessitava di ulteriori opere di consolidamento e di miglioramento statico. Le opere già realizzate negli anni ’90, riguardavano il rinforzo delle fondazioni, iniezioni cementizie diffuse su tutta la muratura, cordolatura perimetrale al disopra del livello delle arcate laterali; cordolatura sommitale e realizzazione della copertura, sorretta da una capriata lignea. (Immagine 14)
Successivamente sono stati eseguiti interventi di restauro e consolidamento che hanno riguardato la scarcitura e la suggellatura delle lesioni presenti sulla muratura; la revisione e il restauro del paramento murario esterno; rivestimento del cordolo in cemento perimetrale centrale; sistemazione del tetto e della capriata. Gli interventi di recupero hanno riguardato inoltre l’intonaco di tutte le pareti interne, e delle parti in rilievo, mantenute nel loro profilo architettonico; la pavimentazione interna è stata realizzata con mattoni di cotto locale, trattato e successivamente levigato; la posa in opera del nuovo portone, del tipo in legno di castagno a due partite, realizzato interamente a mano; la posa in opera degli infissi, in legno di castagno; posa in opera di un cristallo di sicurezza, in corrispondenza del vano posto sul pavimento, dove è possibile ispezionare il livello interrato, dove allo stato attuale non sono presenti resti e/o sepolture; realizzazione dell’impianto elettrico, secondo le normative vigenti; la sostituzione dei canali di gronda e dei pluviali; posti in opera del tipo in rame anticato; i terminali, del tipo in ghisa, colorazione rame. (Immagine 15/16)

Il rito di consacrazione
La consacrazione della chiesa secondo il rito bizantino e la successiva divina liturgia pontificale, presieduta da mons. Donato Oliverio, si sono svolte la domenica 25 settembre con inizio nella chiesa parrocchiale di San Benedetto abate. (Immagine 17)
Il vescovo (Immagine 18) e alcuni sacerdoti si sono preparati con le solenni vesti liturgiche (Immagine 19) e in processione si sono avviati verso la chiesa di San Rocco con un seguito di popolo tra cui alcune donne con i costumi tradizionali. (Immagine 20/21)
Il vescovo teneva tra le mani la teca con le reliquie (Immagine 22) da deporre nell’altare dell’edificio restaurato, mentre i sacerdoti portavano l’Evangeliario, la Croce e le Lampade.
Giunti alla chiesa, prima di entrarvi, i sacerdoti hanno percorso il perimetro esterno per tre volte cantando i Tropari Idiomeli dei monaci Giovanni e Anatolio. (Immagine 23/24)
Il vescovo poi ha segnato per tre volte le porte della chiesa benedicendole (Immagine 25/26) con le Reliquie, dopo di che è entrato e con lui tutti i fedeli (Immagine 27/28); giunto all’altare, il vescovo ha collocato le reliquie in una apposita teca e si è poi disposto a lavare, benedire e a incensare l’altare stesso e gli interni dell’edificio. (Immagine 29/30/31)
Alla fine di questa intensa e complessa liturgia dai molteplici richiami simbolici mons. Oliverio ha dato inizio la divina liturgia.

Per le immagini originali si ringraziano i signori G. Napolitano e L. Vozza
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