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Appunti sull'epistemologia

Autore: Ventorino, Mons. Francesco  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
mercoledì 11 maggio 2005

È mia intenzione dare una panoramica sulla problematica della fondazione della scienza, per individuare l’operatività culturale di quelle categorie che emergono nel tracciare le grandi linee di questa problematica.
Epistemologia (da epistème: sapere valido, sapere fondato) significa discorso che tende a giustificare la certezza della scienza. Le scienze, infatti, si dicono esatte, non perché la loro certezza sia scontata, ma perché i loro dati vengono formulati in termini matematici. L’esattezza non va, quindi, confusa con la certezza. L’esattezza fa parte del linguaggio delle scienze, mentre la certezza riguarda il loro contenuto di sapere sulla realtà.

1. Scienza e «mito»
Fin dall’inizio della scienza, si è avuta questa esigenza di un sapere rigoroso che avesse queste due caratteristiche: quella di un sapere fondato, quindi valido per tutti, un sapere che avesse tale fondamento da valere per tutti e come tale fosse comunicabile; quella di un sapere sulla realtà che, appunto perché rigoroso, consentisse di padroneggiarla per utilizzarla. Questa esigenza fece sviluppare l’episteme in Grecia dal V al III secolo a.C., in contrapposizione a quel sapere precedente sulla realtà che era il mito.
Il mito, infatti, pur essendo l’espressione di una conoscenza del reale, anzi precisamente di «come stanno le cose alla loro origine», non era un sapere che potesse essere padroneggiato dall’uomo. Anzi, proprio perché si riferiva ad un criterio al di là e più grande dell’uomo stesso, il mito - mentre si offriva come una interpretazione del reale, come il significato ultimo di questo - nello stesso tempo negava all’uomo la pretesa di un sapere esauriente.
Il mito mette l’uomo di fronte ad un «già dato», ad un’origine di cui l’uomo non è padrone, ma interlocutore. Pertanto, il mito richiama l’uomo ad un atteggiamento di ascolto e non di dominio, per cogliere il significato che nelle cose abita e non quello che l’uomo vuole a queste imporre. Il mito è il luogo in cui l’uomo viene interpellato da un significato originario, che egli deve accogliere, per essere ricondotto alla sua verità originaria.
In questo senso, si può dire che la scienza nasce da una esigenza che mette l’uomo in un atteggiamento opposto a quello in cui egli è ricondotto dal mito: l’esigenza di padroneggiare le cose, l’atteggiamento di chi impone alle cose il significato e il valore d’uso.
Così l’epistème si configura, fin dalla sua origine, come rottura con il mito: alla rivelazione dell’origine e del significato del reale, offerta dal mito, si sostituisce un sapere che vuole ordinare tutta la realtà, così da padroneggiarla.
Questo tentativo di misurare e dominare tutto con la ragione si esplicò nella metafisica come teoria generale della realtà (il tentativo era sostenuto da una metodologia «rigorosa» di ragionamento, cioè la «logica», o la «dialettica»). Con analoghi strumenti e criteri di misurazione e di dominio, si procede nei confronti della natura in particolare: nasce così la scienza.
Tutto ciò evidenzia come il tentativo dell’uomo di padroneggiare la realtà esclude la domanda circa l’origine, cioè circa il significato già dato (che richiede l’obbedienza dell’ascolto), e riduce la totalità del reale all’interno di una produzione teorica, in funzione di un dominio tecnico su di essa.

2. Età moderna e contemporanea
È in questo contesto, l’esigenza di un sapere epistemico così descritta, che nell’età moderna diviene rilevante il problema della fonte della conoscenza, se sia essa la ragione o l’osservazione. Razionalismo ed empirismo si incontrano nella pretesa di aver individuato la fonte ultima, il criterio supremo e infallibile della certezza, anche se l’uno la riconosce nell’evidenza che il pensiero ha di se stesso e l’altro nell’evidenza con la quale la natura offre se stessa nella osservazione: in ogni caso si ricerca un criterio di certezza per fondare un sapere valido e oggettivo (cfr. K. Popper, Scienza e Filosofia).
Ma la riflessione epistemologica contemporanea si fa sempre più scaltrita nei confronti di questo modo di impostare il problema della certezza scientifica e questo sostanzialmente per due ordini di considerazioni.
A. Ci si accorge che non si può porre l’osservazione all’origine del processo di produzione del sapere scientifico.
La teoria, come ipotesi razionale sulla realtà, comanda l’osservazione, nel senso che ad essa pone il compito di verificare o di falsificare l’ipotesi stessa che la muove e la conduce. Non esiste oggetto di osservazione che all’interno di una ipotesi o di una prospettiva scientifica sulla realtà: «l’oggetto non si istituisce che al termine di un lungo processo d’oggettività razionale» (Bachelard).
In questo senso, si ha il superamento della oggettività del fatto bruto: «l’enumerazione più semplice, la catalogazione di ‘fatti’ più scarna di commenti è già una interpretazione... i fatti sono appresi a partire da una teoria, secondo un metodo, sono stati strappati al contesto di una teoria» (Lukács, Storia e coscienza di classe).
Come l’osservazione è comandata da una ipotesi, così l’ipotesi può derivare da una osservazione. Quindi, che cosa c’è all’origine del processo della produzione scientifica? Il processo della produzione scientifica si rivela così complesso che, da ora in poi, non è possibile separare questi due fattori: la ragione o l’immaginazione, che sta all’origine delle ipotesi, e l’osservazione, per la quale le ipotesi vengono smentite o verificate.
Ma l’osservazione è in grado di verificare le ipotesi con le quali ci si muove ad osservare la realtà? La realtà osservata fornisce prove sufficienti perché si possano dire verificate le ipotesi scientifiche? Fino ad un certo periodo di tempo, non molto lontano da noi, l’uomo scientifico ha risposto positivamente a questa domanda: la realtà osservata può dare le prove definitive della validità di una ipotesi formulata.
Il progredire della scaltrezza epistemologica ha portato ad affermare oggi che nessuna osservazione e nessuna serie di osservazioni potranno mai verificare una ipotesi definitivamente. Si è cominciato, pertanto, ad usare una parola per designare il rapporto tra ipotesi scientifica ed osservazione della realtà: la parola «falsificazione». Essa sta a significare che la realtà non può verificare nessuna ipotesi, però può smentirle in tutto o parzialmente. La falsificazione consente il progresso della scienza, perché fornisce i limiti della utilizzabilità di una ipotesi e perché induce a cercare nuove ipotesi da sostituire a quelle in tutto o parzialmente falsificate; ipotesi più verosimili, anche se appunto per questo più falsificabili (cfr. Popper).
B. Ci si accorge delle interferenze ideologiche nella produzione del sapere scientifico: interessi extrascientifici giocano dentro la costituzione del sapere scientifico e dentro il suo sviluppo, producendo degli ostacoli epistemologici, come punti di resistenza del pensiero al pensiero. Questi interessi hanno il loro terreno d’origine in valori sociali, quali la religione, la morale, la politica... (cfr. Bachelard).
A questa constatazione si reagisce sostanzialmente in due modi.
Una prima reazione, di tipo scientista, riconosce che esiste ancora nell’uomo una zona che la scienza non controlla ed è quella che abbiamo chiamato ideologica, la quale disturba interferendo la stessa produzione del sapere scientifico; ma questo avviene perché la scienza non è sufficientemente progredita. Date tempo alla scienza ed essa dominerà anche questa zona: tutto sarà ridotto dentro un sapere che consentirà all’uomo di padroneggiare perfino se stesso. Questo «dar tempo alla scienza» è una fede nella scienza, per la quale il progresso della storia viene affidato al progresso della scienza.
Da notare che questa scienza - alla quale si consente di imporre i fini all’esistenza umana, perché arroga a sé il potere di invadere perfino quello spazio nel quale l’uomo decide di sé e degli altri - è la stessa scienza che è sorta sulla esclusione della domanda circa l’origine e il significato globale della realtà, perché questo non poteva essere padroneggiato ma riconosciuto. La scienza, incapace di riconoscere il valore e il significato originario dell’uomo, può soltanto imporre dei fini all’esistenza umana, che sotto la pretesa della scientificità nascondono ancora più latenti e più inumani interessi.
A questa soluzione, di tipo scientista, si oppone quella di tipo rivoluzionario. Questa, riconoscendo l’ineliminabilità delle interferenze ideologiche nella produzione scientifica e quindi la presenza in essa di un soggetto determinato dai suoi interessi, pone la domanda circa questo soggetto e lo individua nel proletariato come unico soggetto adeguato a ricondurre la storia verso la liberazione dell’uomo.
C’è un’attesa messianica nei confronti della scienza, l’attesa che essa padroneggi l’intera realtà; c’è un’attesa messianica nei confronti dell’uomo, che l’uomo che possiede la realtà per mezzo della scienza non sia il padrone, ma il proletario reso libero dalla rivoluzione. Due messianismi, due volti dello stesso atteggiamento umano: quello che, nella fede, possiamo definire come «giudaismo». I giudei sono coloro che non hanno riconosciuto la salvezza già presente e pertanto stanno ad aspettare una salvezza che deve venire.

3. Una concreta ipotesi da verificare
Di fronte a questi messianismi, noi riaffermiamo la nostra identità, che nasce da quell’avvenimento di salvezza già sperimentata che è la comunione cristiana. Questa genera una soggettività storica che non può non essere culturale e politica.
Se non vogliamo rinunciare alla libertà di essere noi stessi nella storia, per affidarci al progresso scientista o al messianismo rivoluzionario, ci dobbiamo porre come un soggetto che vuole gestire non solo l’uso del sapere scientifico, ma la stessa produzione di questo.
L’atteggiamento che ha caratterizzato tanti cattolici nei confronti della scienza, di rispetto per la sua «oggettività», di difesa della sua «neutralità» o «autonomia», si rivela alla luce di quanto abbiamo detto non solo scorretto nella fede, ma anche insostenibile da un punto di vista strettamente scientifico.
Può nascere per noi un nuovo modo di insegnare le scienze?
Perché la scienza è una di quelle materie il cui insegnamento è rimasto sistematico? Provate ad insegnare con metodo storico una scienza e la sua sistematicità vigente sarà posta in crisi, in forza della relativizzazione che ne verrebbe della sua pretesa ‘epistemica’.
Non esistono testi che insegnano la scienza col metodo storico, questo non accade per caso. Quando hanno voluto relativizzare i valori della nostra tradizione culturale, hanno scoperto subito che il metodo era quello storicistico, che è invalso a tutti gli insegnamenti di tipo umanistico; quando vogliono che sia irremovibile il sistema scientifico vigente, capiscono subito che il suo nemico è la storia.
Si potrebbe fare una storia della scienza, facendo emergere tutte le categorie che definiscono il processo di produzione del sapere scientifico: ciò darebbe all’uomo la coscienza dei limiti della sua ‘certezza’. Si potrebbe fare una storia della scienza, recuperando tutto ciò che non è entrato a far parte della scienza «sancita», cioè la scienza «scaduta». Sarebbe interessante scoprire chi e perché ha deciso di lavorare su certe ipotesi e di lasciarne cadere altre: ciò ci darebbe le dimensioni reali dell’uso del potere della scienza da parte del potere politico, economico, ecc... Insomma, deve venir fuori un uso più spregiudicato del sapere scientifico in funzione del soggetto che noi siamo. Questo è da inventare insieme.




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