2017 01 11 PAKISTAN Asia Bibi settimo Natale in carcere perché cristiana IRAQ - Liberato un quartiere cristiano di Mosul. Sacerdote caldeo: non tutti i rifugiati torneranno almeno 100 luoghi di culto distrutti o danneggiati dai jihadisti nella Piana di Ni

Autore: Mazzucchelli, Don Pinuccio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

martedì 10 gennaio 2017

La fede di Asia Bibi più forte dell'odio e della prigionia

“Vorrei solo dire che non odio nessuno. Perdono tutti e prego per quanti mi hanno fatto del male”. Sono le toccanti parole di Asia Bibi, la donna cristiana pakistana condannata a morte ingiustamente per blasfemia. A raccoglierle e a farle conoscere al mondo, è stato il giornalista Paolo Affatato sul sito Vatican Insider. Questo del 2016 è il settimo Natale che Asia Bibi trascorre in carcere, ma sono tanti i cristiani, e non solo, che vivono nel terrore a causa della legge anti-blasfemia vigente in Pakistan. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Una preghiera, la lettura di un passo biblico, un dolce da mangiare insieme.
Nel suo povero Natale, celebrato in un carcere del Pakistan in un incontro di soli trenta minuti con il marito e le due figlie, Asia Bibi lancia un solo messaggio al mondo che segue col fiato sospeso la sua vicenda: ‘Vorrei solo dire che non odio nessuno. Non odio quanti mi hanno fatto soffrire in tutti questi anni. Perdono tutti e prego per quanti mi hanno fatto del male’”. Lo riferisce il giornalista dell’Agenzia Fides, Paolo Affatato, in un ampio articolo su Vatican Insider. Asia Bibi, scrive Affatato, “vive la sua drammatica condizione grazie alla preghiera e alla lettura quotidiana della Bibbia”. Una sorta di “lungo ritiro spirituale” in cui la donna cristiana ha maturato “una profonda consapevolezza di sé, della sua storia, del suo destino, che esula da ogni ragionamento o rivendicazione umana e giunge al cuore dell’esperienza cristiana”.

Il 19 dicembre l’incontro in carcere con il marito e le figlie
Il 19 dicembre scorso, riferisce sempre Vatican Insider, suo marito Ashiq Masih, le due figlie Aisha ed Esham, accompagnate dal tutore della famiglia Joseph Nadeem, hanno potuto farle visita in carcere e, in un incontro di soli trenta minuti, hanno celebrato il Natale con Asia. Due secondini, prosegue Vatican Insider, hanno registrato ogni parola detta in quella fugace conversazione. Dopo le parole di perdono e di benedizione, “Asia ha voluto ringraziare nuovamente il Papa e quanti continuano a pregare per lei”, riferisce Nadeem a Vatican Insider. Ha inoltre “espresso la convinzione che, grazie alla volontà di Dio, sarà presto libera”. Il tormentato caso legale di Asia Bibi è davanti alla Corte Suprema, terzo grado di giudizio. L’udienza prevista ad ottobre scorso è stata rinviata perché uno dei magistrati si è tirato indietro all’ultimo minuto. Attualmente l’avvocato della donna non ha notizie né indicazioni orientative su quando una nuova udienza potrebbe essere fissata.

Prof. Mobeen: Asia Bibi simbolo di tanti cristiani perseguitati in Pakistan
Sull’eroica testimonianza di fede di Asia Bibi e sulla condizione dei cristiani in Pakistan, abbiamo raccolto la riflessione del prof. Mobeen Shahid, presidente dell’Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia:

R. – I cristiani in Pakistan vivono una vita quotidiana normale finché poi a un certo punto non c’è un amico, un conoscente, un vicino, che li accusa ingiustamente per varie gelosie sociali, economiche, abusando di questa legge sulla blasfemia, riducendo la loro vita a un inferno su questa terra, dovendosi poi nascondere. Da 7 anni la famiglia, i figli e il marito di Asia Bibi, per esempio, vivono una vita di nascosto, una vita segreta, quasi anche anonima. So che alcuni figli si sono sposati ma Asia Bibi stando in carcere, ha potuto solo pregare per la loro felicità e serenità, ma non ha potuto essere presente a questi matrimoni. Per cui la vita di Asia Bibi è una sofferenza continua, sia a livello fisico che psicologico. Ha vissuto anche momenti in cui ha rischiato la vita o perché c’era una collega che è nel carcere femminile che voleva ucciderla, oppure il giudice che all’inizio voleva convertirla con la sua testimonianza di vita quotidiana vissuta pienamente, con testimonianza anche della fede, perché lei ha rifiutato di convertirsi all’islam e ha preferito vivere carcerata da cristiana che libera da musulmana. Questo è un impatto forte che c’è stato anche come racconto della vita dei cristiani specialmente testimoniata da Asia Bibi. Ricordiamo che non è l’unica donna accusata per abuso della legge sulla blasfemia e non è neanche l’unica vittima.

D. – Ci sono figure cristiane, anche musulmane, che hanno pagato con la vita per essersi opposte alla legge antiblasfemia e all’incarcerazione di Asia Bibi. Oggi qual è la situazione in Pakistan? C’è qualche possibilità, qualche speranza di una possibile correzione?

R. – Penso che ci sono tanti musulmani anche di buona volontà che vogliono vivere in pace e in serenità con il proprio vicino anche se di fede diversa, cristiano, indù o di qualsiasi altra denominazione religiosa. Ciò che conta di più per questi amici musulmani è la serenità e la convivenza quotidiana insieme, condividendo le gioie e anche i dolori. Così, altrettanto, per esempio, è ciò che avviene ora a Lahore dove ci sono i mercati di Natale in risposta a ciò che è stato fatto a Berlino. In Pakistan, in occasione di questa festività di Natale, si cerca di far vedere che i musulmani sono vicini ai loro fratelli di cittadinanza pachistana ma di fede diversa.

D. – Che esempio ci dà il Natale di Asia Bibi come degli altri cristiani che in Pakistan sono in carcere o perseguitati o discriminati a causa della legge sulla blasfemia ad un Occidente a volte anche un po’ addormentato, poi, sul messaggio forte del Natale di perdono, di amore?

R. – Nel caso particolare di Asia Bibi, questa coerenza della fede, della vita cristiana vissuta anche in carcere, che è segno della speranza, segno della fede in Gesù Cristo che nasce nel cuore di ogni singolo, come dice anche il Papa, dandoci l’occasione non solo per essere misericordiosi verso noi stessi e cercare un’armonia nel nostro rapporto personale con Dio Padre, tramite Gesù Cristo, ma anche verso il proprio fratello, anche se di fede diversa, anche se è quello che ti toglie la vita o ti minaccia di toglierti la vita.
(Radio Vaticana 24 12 2016)

PAKISTAN - accuse di blasfemia per figlio governatore del Punjab ucciso per aver difeso Asia Bibi
Pakistan. Rischia di essere incriminato a causa di un video ritenuto offensivo dai gruppi integralisti del Pakistan, Shaan Taseer figlio di Salman, ex governatore del Punjab, di cui oggi ricorre il sesto anniversario della morte per aver difeso la donna cristiana Asia Bibi. L’uomo nel filmato ha chiesto alle persone di pregare per coloro che sono in carcere a causa della legge sulla blasfemia. Ascoltiamo la riflessione di prof. Mobeen Shahid, presidente dell’Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia raccolta da Marina Tomarro:

R. – Le accuse contro Shaan Taseer sono legate al fatto che il padre aveva chiamato questa legge la “legge nera” e Shaan ha criticato questa legge proprio raccontando il fatto che questa legge non rispetta in nessuna maniera i diritti umani. Prima di tutto, infatti, è solo per una religione e la condanna è a morte: non c’è la possibilità di far vedere la propria innocenza. Un esempio reale molto conosciuto è quello di Asia Bibi ma, a prescindere da questo, ci sono molti casi dove l’accusato viene ucciso ancora prima che si possa arrivare in tribunale. La reale situazione per i cristiani del Pakistan è effettivamente tanto discriminante e c'è un forte abuso di potere contro questa minoranza religiosa: si è trasformata in una persecuzione dei cristiani.

D. – Asia Bibi rischia nuovamente un’incriminazione dovuta proprio al messaggio di perdono lanciato a Natale, cosa sta succedendo in questo caso?

R. – La situazione è molto grave perché dopo il pensionamento del presidente della Corte suprema il rischio è che ci sia ancora molto più ritardo per istituire la nuova commissione giudiziaria per decidere al riguardo. Infatti è la commissione stessa che dovrebbe dare un’altra data per l’udienza. Quindi i tempi di prigionia si allungano per Asia Bibi e intanto è possibile che qualche altra prigioniera la attacchi oppure qualcuno che sorveglia, della polizia, preso dal sentimento religioso, attacchi Asia Bibi e la uccida nella prigione.

D. – Perché tutto questo accanimento contro di lei, contro il suo caso?

R. – Contro Asia Bibi perché è diventata il caso singolo. Fino alla morte di Salman Taseer, Shabaz Bhatti, e l’appello della comunità internazionale, il caso di Asia Bibi non aveva nessuna visibilità. Ora, uccidere Asia Bibi diventa ancora più importante per i gruppi fondamentalisti perché non sono riusciti a difendere Mumtaz Qadri, la guardia del corpo di Salman Taseer, che lo uccise, e che poi è stato condannato a morte. L’esecuzione è avvenuta solo qualche mese fa. Ancora di più sono accaniti contro Asia Bibi proprio per portarla alla condanna a morte e creare il caso singolo per far vedere la propria influenza nella vita dello Stato del Pakistan.

D. – Qual è in questo momento la situazione dei cristiani in Pakistan? C’è qualche speranza che vada a migliorare la loro situazione?

R. – Ci sono due possibilità. Primo, grazie anche al lavoro del ministro federale Kamran Michel, ci sono stati vari momenti a Natale dove i musulmani sono andati anche a fare gli auguri nella Chiesa ai cristiani e i cristiani hanno potuto incontrare i musulmani anche nelle moschee. Ma, in particolare, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che la fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre” sta finanziando progetti per lo sviluppo e la protezione delle donne in Pakistan: dalla Chiesa cattolica vengono assistite le donne che sono vittime di abusi sessuali, abusi anche di conversione forzate, per arrivare a un certo punto, se è possibile, ma con molta difficoltà, alla reintegrazione di queste donne nella società.
(Radio Vaticana 04 01 2017)

PAKISTAN - Un cristiano arrestato per presunta blasfemia
Babu Shahbaz, cristiano del villaggio di Kamahan, nei pressi di Lahore, è stato arrestato dalla polizia per aver commesso una presunta blasfemia. Come appreso da Fides, il 30 Dicembre è stata presentata alla polizia una formale denuncia contro Babu Shahbaz, ai sensi dell’articolo 295 b del Codice penale del Pakistan. La denuncia è avvenuta dopo che il musulmano Haji Nadeem ha accusato il cristiano di aver strappato e gettato in strada pagine del Corano. Shahbaz è analfabeta e non sa scrivere.
Babu Shahbaz, 41 anni, vive nel villaggio si Kamahan, è sposato e ha tre figli. Da cristiano evangelico negli ultimi 15 anni ha organizzato incontri di preghiera a casa sua e molti cristiani e musulmani partecipano alle piccole adunanze domestiche, chiedendo benedizioni e una preghiera di guarigione. I musulmani del luogo hanno mostrato insofferenza verso la crescente popolarità di Shahbaz e di conseguenza lo hanno implicato in un falso caso di blasfemia.
Dopo la denuncia, la polizia ha fermato il cristiano e la sua famiglia, inviando nel villaggio diversi agenti, per monitorare la situazione e impedire possibili reazioni di massa contro i cristiani.
La famiglia di Shahbaz ha chiesto assistenza alla Ong Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement (CLAAS) che ha parlato con la polizia e accertato la situazione, assicurando assistenza legale alla famiglia.
“L'abuso della legge sulla blasfemia continua a colpire i cristiani e le altre minoranze religiose”, nota CLAAS a Fides. “Speriamo la vicenda sia cheirtia il più rpesot possbibile, altrimenti il destino di Shahbaz sarà lo stesso del Asia Bibi, Sawan Masih, Zaffar Bhatti e molti altri che, da innocenti, sono stati in prigione per anni. E’ urgente modificare la legge sulla blasfemia per impedirne gli abusi. Se il governo non cambia questa legge, continueranno le denunce per falsi casi di blasfemia contro le minoranze religiose. La legge sulla blasfemia viola i trattati internazionali sui diritti umani ratificati dal governo pakistano”. (PA) (agenzia Fides 4/1/2017)

PAKISTAN - Attacchi ai cristiani per impadronirsi delle loro terre
La fine del 2016 non ha portato buone notizie per i cristiani del Pakistan, vittime in molti casi di intimidazioni e violenze. L’ennesimo drammatico episodio ha infatti confermato la precarietà in cui sono costretti a vivere i milioni di cristiani presenti nella Repubblica Islamica, i quali vedono di frequente messa a repentaglio la propria incolumità e la propria sicurezza.

Come riportato dall’agenzia Fides, nell’insediamento cristiano di Sukkur, situato nella provincia meridionale di Sindh, il 31 dicembre scorso una ventina di uomini armati, alcuni in abiti civili ed altri con la divisa della polizia, si sono presentati di fronte alle abitazioni dei cristiani, percuotendo e minacciando tutti coloro che gli sono capitati a tiro.
Obiettivo del blitz? scoraggiare i legittimi proprietari nel rimanere in loco, così da poter perpetrare il tristemente noto fenomeno del “land-grabbing”, ovvero la confisca indebita di terreni da parte di latifondisti senza scrupoli, con l’assenso delle autorità locali, forze dell’ordine incluse.

Nelle settimane precedenti l’aggressione alcune persone si erano presentate di fronte alle stesse case, mostrando falsi documenti e rivendicandone la proprietà. A tal proposito merita di essere sottolineato che in Pakistan non risulta particolarmente difficile procurarsi documenti falsi.
Come se non bastasse, il 21 dicembre, dieci giorni prima dell’aggressione, agenti di polizia si erano recati sul luogo per chiedere agli abitanti di presentare i certificati di proprietà, in mancanza dei quali avrebbero dovuto abbandonare le proprie case.
Di fronte a tali abusi, il 1° gennaio, dopo che alcune vittime si erano recate alla polizia per denunciare l’accaduto, migliaia di cristiani hanno manifestato di fronte al Press Club della città con l’intenzione di far conoscere all’opinione pubblica mondiale le difficili condizioni in cui sono costretti a vivere.
Nonostante la speranza che il nuovo anno possa risolvere gli odi settari e le persecuzioni religiose che affliggono il mondo, le notizie provenienti dall’Indo non lasciano presumere nulla di incoraggiante.
(Zenit Posted by Marco Valerio Solia on 4 January, 2017)

IRAQ - Liberato un quartiere cristiano di Mosul. Sacerdote caldeo: non tutti i rifugiati torneranno
Nella giornata di domenica 8 gennaio l'esercito regolare iracheno ha ripreso il controllo di al Sukkar, quartiere orientale di Mosul un tempo abitato in maggioranza da famiglie cristiane. Lo riferiscono fonti locali alla testata online ankawa.com. Il quartiere comprende almeno 700 case appartenenti a proprietari cristiani, alcune delle quali erano state occupate da miliziani stranieri dello Stato Islamico (Daesh) confluiti a Mosul dopo che la città era divenuta il principale caposaldo in terra irachena dell'auto-proclamato Califfato.
Molte delle case del quartiere erano state segnate con la lettera araba “Nun”, iniziale della parola Nasara, che significa cristiano, per indicare che quelle case potevano essere espropriate ed erano a disposizione dei sostenitori del Daesh. Le abitazioni erano state abbandonate dai cristiani da quando, il 9 giugno 2014, Mosul era caduta nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico. Secondo le notizie riportate dalle fonti locali, buona parte degli edifici e anche l'ospedale pediatrico situato nel quartiere risultano distrutti o danneggiati.
“Le notizie che giungono da Mosul richiamano certo la nostra attenzione” dichiara all'Agenzia Fides padre Thabit Mekko, sacerdote caldeo della città nord-irachena, attualmente sfollato a Erbil insieme ai suoi fedeli “ma la situazione è ancora pericolosa, ci sono cecchini nelle strade ed è ancora prematuro pensare a un rientro dei cristiani fuggiti dalle loro case. Una tale ipotesi sarà presa in considerazione solo quando la sicurezza sarà assicurata. Tante famiglie non hanno ancora deciso cosa faranno. E comunque non tutti quelli che hanno lasciato Mosul davanti all'avanzata del Daesh vi faranno ritorno”.
Intanto, a Baghdad, la giornata di domenica 8 gennaio è stata funestata da un ennesimo attentato avvenuto nel distretto a maggioranza sciita di Jamila. L'esplosione di un'autobomba in un affollato mercato all'ingrosso, rivendicata da Daesh, ha provocato almeno 12 vittime e 50 feriti. (GV) (Agenzia Fides 9/1/2017).

IRAQ - Funzionario del Kurdistan iracheno: almeno 100 luoghi di culto distrutti o danneggiati dai jihadisti nella Piana di Ninive
Sono almeno 100 gli edifici di culto vandalizzati o del tutto demoliti nei territori di Mosul e della Provincia di Ninive a partire dal giugno 2014, da quando i jihadisti dello Stato Islamico (Daesh) hanno imposto il loro dominio in quella regione. Lo riferisce Mariwan Naqshbandi, portavoce del ministero per gli affari religiosi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, anticipando i contenuti di un rapporto in via di pubblicazione da parte della Commissione sui crimini compiuti dai miliziani di Daesh a Mosul e nella Piana di Ninive nel tempo in cui hanno mantenuto il controllo di quell'area.
Nel documento – ha sottolineato il portavoce curdo, secondo fonti locali consultate dall'Agenzia Fides – viene fatto notare che la gran parte dei luoghi di culto distrutti o danneggiati sono chiese cristiane, insieme a un certo numero di templi yazidi o appartenenti a altre minoranze religiose. La Commissione sui crimini di Daesh – ha aggiunto Mariwan Naqshbandi - si avvale per la raccolta di informazioni del contributo delle truppe curde Peshmerga che contribuiscono alla guerra di liberazione contro lo Stato Islamico, ed è impegnata a raccogliere dati anche sulle violenze subite dalle donne – soprattutto yazide – durante l'occupazione jihadista. (GV) (Agenzia Fides 10/1/2017).