2025 04 02 PAKISTAN - Giovane cristiano brutalmente aggredito in Pakistan
- Autore:
- Curatore:
- Fonte:
APPROFONDIMENTO PAKISTAN: un rapporto afferma che la situazione delle minoranze religiose sta peggiorando TESTIMONIANZE - Una donna: “Ho incontrato Gesù” - “Io ex imam che ho trovato la salvezza in Cristo”
PAKISTAN – Giovane cristiano brutalmente aggredito in Pakistan
Un cristiano di 22 anni, Waqas Masih, è stato brutalmente aggredito dal suo supervisore, Zohaib, presso la fabbrica Subhan Paper Mills situata a Sheikhupura, nel Punjab. L’incidente, avvenuto il 22 marzo, evidenzia la persistente intolleranza religiosa presente in gran parte della società pakistana.
Secondo i resoconti della famiglia della vittima ricevuti dall’organizzazione benefica cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), l’attacco sarebbe stato collegato al rifiuto di Waqas di convertirsi all’Islam dopo essere stato costretto da Zohaib. Si sostiene inoltre che Zohaib abbia accusato Waqas di aver profanato le pagine sacre del Corano trovate nella spazzatura. La polizia sta indagando sull’incidente, che è stato registrato come tentato omicidio.
Waqas ha riportato gravi ferite al collo e sta ricevendo cure presso un ospedale pubblico di Lahore. Nel frattempo, Zohaib è stato arrestato in seguito alla presentazione di un First Information Report (FIR).
Padre Lazar Aslam, un prete francescano cappuccino in Pakistan, ha visitato la vittima in ospedale e ha espresso la sua preoccupazione ad ACN: “Ho pregato per la sua pronta guarigione e per il benessere di tutta la sua famiglia. L’attacco a Waqas Masih è un duro promemoria delle sfide affrontate dalle minoranze religiose in Pakistan e dell’urgente necessità di un cambiamento sociale per promuovere la tolleranza e proteggere i diritti di tutti i cittadini”.
“Invitiamo umilmente la comunità internazionale a pregare per le vittime e le loro famiglie, nonché a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difficile situazione delle comunità emarginate in Pakistan, assicurando che le loro voci siano ascoltate e i loro diritti tutelati”, ha aggiunto.
Il sacerdote ha anche sottolineato la necessità di agire contro la preoccupante tendenza alle false accuse di blasfemia: “Purtroppo, fare false accuse di blasfemia e molestare le comunità minoritarie vulnerabili è diventata una tendenza preoccupante in Pakistan. Esortiamo le istituzioni statali e gli individui responsabili ad adottare misure concrete per prevenire tali incidenti e garantire la protezione dei diritti delle minoranze”.
Questo incidente evidenzia la persistente vulnerabilità e discriminazione affrontate dai gruppi minoritari in Pakistan, in particolare i cristiani. Il paese, a maggioranza musulmana, ha sperimentato una preoccupante tendenza alla coercizione sociale e alla violenza contro le minoranze religiose; le ragazze vengono spesso costrette a sposarsi e convertirsi, e la discriminazione quotidiana è una dura realtà per molte. (24 marzo 2025 ACN International)
PAKISTAN – un rapporto afferma che la situazione delle minoranze religiose sta peggiorando
La Commissione per i diritti umani del Pakistan rileva che nel 2023 e nel 2024 sono aumentati discriminazioni, conversioni forzate, accuse di blasfemia e attacchi violenti.
Il rapporto della Commissione per i diritti umani del Pakistan “ Sotto assedio: libertà di religione o credo nel 2023/24 “, pubblicato la scorsa settimana, evidenzia gli attacchi in corso alle minoranze religiose, tra cui la violenza della folla, la profanazione delle tombe Ahmadiyya, le detenzioni arbitrarie e le conversioni forzate di donne e ragazze indù e cristiane. Rileva che la situazione è peggiorata nel 2023 e nel 2024 rispetto agli anni precedenti.
Il rapporto ha dettagliato che entro ottobre 2024, oltre 750 individui sono stati imprigionati per accuse di blasfemia, la maggior parte delle quali probabilmente inventate. Inoltre, sono stati documentati almeno quattro omicidi basati sulla fede, tre dei quali hanno coinvolto la comunità Ahmadiyya.
Una delle principali preoccupazioni sollevate nel rapporto è l’uso diffuso dei social media per incitare alla violenza, in particolare nei casi di blasfemia. Il rapporto dell’HRCP indica due notevoli attacchi di massa alla comunità cristiana a Jaranwala e Sargodha, alimentati da post sui social media.
Nonostante le indagini su questi incidenti condotte dalla Sezione speciale del Punjab, non è stata intrapresa alcuna azione significativa contro i gruppi che orchestrano queste false accuse di blasfemia, si legge nel rapporto dell’HRCP.
Inoltre, il rapporto ha evidenziato l’impatto del clero musulmano radicale, l’insufficiente risarcimento fornito alle vittime della violenza di massa e la mancanza di assistenza legale disponibile per gli individui accusati di blasfemia.
Tra le preoccupazioni c’erano le conversioni religiose forzate e la mancanza di spazi di sepoltura per le minoranze.
Il rapporto ha evidenziato la continua impunità per gli autori di crimini d’odio e violenza, con una minima responsabilità. Ha anche notato alcuni sviluppi positivi, come l’occasionale sollievo giudiziario per le vittime e i sospettati di violenza basata sulla fede.
Il National Interfaith Working Group dell’HRCP, che sostiene i diritti delle minoranze religiose, ha sottolineato la necessità di modifiche alle leggi discriminatorie e ha suggerito emendamenti costituzionali per consentire alle minoranze religiose di ricoprire le posizioni di Presidente e Primo Ministro. Il rapporto ha anche suggerito che le leggi a favore delle minoranze siano riviste dal Ministero dei diritti umani anziché dal Ministero degli affari religiosi.
Il gruppo ha raccomandato di costituire un gruppo parlamentare di minoranze e di creare una commissione per indagare sui gruppi di avvocati islamici radicali che formulano false accuse di blasfemia. (03/12/2025 di Massimo Introvigne – Bitter Winter)
TESTIMONIANZE
PAKISTAN – “Ho incontrato Gesù”. La fede oltre ogni avversità in Pakistan
Una donna della provincia del Punjab racconta ad AsiaNews il suo percorso e le difficoltà che affrontano i convertiti dall’islam. Dopo aver scelto di seguire Cristo, Naseem ha subito isolamento, minacce di morte e discriminazioni. Ma, nonostante le difficoltà economiche e familiari, la sua fede incrollabile rimane una fonte di speranza.
Una testimonianza di fede e coraggio incrollabili: la storia di Naseem (nome di fantasia per proteggerne l’identità) racconta quanto in Pakistan per chi diventa cristiano seguire la propria fede comporta oggi sfide immense.
Naseem è nata in una famiglia musulmana profondamente religiosa in un piccolo villaggio nel Punjab centrale, dove la vita ruotava intorno alla moschea. Suo padre, un rispettato membro della comunità, e i suoi fratelli erano profondamente coinvolti nelle pratiche islamiche. “Si svegliavano ogni mattina alle 4 per pregare alla moschea, sempre in prima fila con l’Imam”, ricorda. Crescendo, ha subìto un’immensa pressione per riflettere l’immagine di devozione musulmana della sua famiglia.
“Avevamo anche un Mawlawi (studioso musulmano, ndr) che veniva: ci insegnava il Corano e altre materie. Io e i miei fratelli studiavamo diligentemente e mio padre pregava regolarmente. Avevamo un forte legame con la nostra comunità”, continua Naseem. Fin da bambina, però, era attratta dai racconti su Gesù e Maria citati nel Corano. “Ero toccata dalla storia di Gesù, dai suoi miracoli, dalla sua compassione e dalla pace che provavo ogni volta che sentivo parlare di lui”, racconta.
Anni dopo, mentre lavorava nei campi di un vicino villaggio cristiano, Naseem incontrò un ragazzo cristiano che l’ha ascoltata: “Gli dissi quanto amavo Gesù e Maria e come la sua storia mi dava pace e conforto”, ricorda. Questa semplice conversazione divenne il primo passo del profondo cammino di fede di Naseem. “Ho anche constatato che i cristiani erano onesti e sinceri, a differenza di alcuni musulmani che avevo incontrato. Anche sostenuta da questa nuova comprensione, ho scelto di accettare Maria e mi sono convertita al cristianesimo”. Sedici anni fa ha sposato un ragazzo cristiano, registrando il matrimonio in tribunale, senza rito religioso; ora è madre di sette figli.
Da quando ha abbracciato pubblicamente il cristianesimo la vita di Naseem è stata segnata da un’incessante persecuzione. Si è subito trovata isolata, nessuno era disposto a celebrare il suo matrimonio e ha subìto numerosi attentati alla sua vita. “Ho affrontato minacce di morte, ma Gesù mi ha protetto”, dice con fede incrollabile. Nessun sacerdote cristiano ha accettato di celebrare la nostra unione, per timore di rappresaglie: “Quando glielo chiedo, si rifiutano per paura delle minacce”.
Naseem e la sua famiglia vivono in uno stato di costante paura. I figli subiscono umiliazioni e minacce quotidiane in una scuola pubblica locale. Gli insegnanti tentano regolarmente di convincere i figli a rinunciare al cristianesimo e a tornare all’Islam. “I miei genitori hanno persino cercato di rapire i miei figli per costringerli a convertirsi all’islam”, racconta Naseem. “Quando ho abbracciato Gesù, ho perso tutti i legami con la mia famiglia, genitori, fratelli e parenti – aggiunge –. Ancora oggi, ogni volta che esco, chiudo i miei figli in casa, mi copro il viso per nascondere la mia identità”.
La donna deve affrontare discriminazioni multiple anche nel lavoro: i musulmani locali si rifiutano di assumerla o di non le permettono di raccogliere verdure nei campi agricoli. “Abbiamo affrontato la fame, per mesi con gli stessi vestiti e senza scarpe”. Ma per Naseem, la più grande minaccia viene dalla sua stessa famiglia. Suo padre, i suoi fratelli e persino i suoi amici la vedono come un’infedele la cui morte porterebbe loro la salvezza. “Tutti quelli che mi circondano mi vedono come una kafir (infedele, ndr), una miscredente. Credono che uccidendomi otterranno il paradiso”, spiega Naseem. Il timore è costante anche per i suoi figli: “Quando vanno a scuola, al mercato o a giocare ho sempre paura”.
Ad aggravare le condizioni di vita di Naseem si inseriscono anche le sfide economiche. Dei sette figli solo uno contribuisce al reddito. “Mio marito è malato non può lavorare. Non abbiamo risorse per le sue cure e i suoi farmaci. A volte abbiamo solo due chili di farina e non riusciamo a sfamare tutti i bambini”, spiega. Il ricavato ottenuto dal lavoro nei campi non è quasi mai sufficiente per tutti. “In questi momenti difficili, i miei fratelli e sorelle cristiani mi aiutano. A volte mi danno della farina o 500 oppure 1000 mille rupie. È grazie al loro sostegno che riusciamo a sopravvivere dignitosamente”.
L’incontro con la comunità cristiana avviene anche nella chiesa locale. “Vado in chiesa due volte al giorno, alle 4 del mattino e alle 7 di sera. Dio ha fatto qualcosa di straordinario per me”, spiega. La fede per Naseem rappresenta la salvezza dalle persecuzioni incessanti: grazie a essa sogna la libertà, non solo per sé, ma anche per i suoi figli. “Desidero essere libera dalla paura e dal trauma di essere uccisa o di vedere i miei figli uccisi. Voglio vivere in un luogo dove i miei figli possano andare in chiesa, seguire Gesù liberamente e frequentare la scuola senza paura”, spera Naseem.
In Pakistan non esiste una vera libertà religiosa, la storia di Naseem lo dimostra chiaramente. “La mia richiesta è che il Pakistan permetta la libertà religiosa per tutti, consentendo a chiunque di scegliere la propria fede senza temere persecuzioni o restrizioni – dice Naseem ad AsiaNews –. Da quando ho abbracciato il cristianesimo e accettato Gesù, ho affrontato numerose sfide. Nessuno di noi dovrebbe vivere nella paura”.
Proprio a questo mira la campagna promossa dall’attivista per i diritti umani Joseph Janssen, che sta sfidando politiche oppressive come quelle della NADRA (National Database and Registration Authority), che non ammette dichiarazioni di abbandono dell’islam. Presentando una petizione costituzionale a nome dei convertiti, cerca di difendere il diritto fondamentale di scegliere la propria fede.
Questo sforzo mira a spianare la strada a un futuro più sereno per numerosi credenti che per paura vivono la propria fede in segreto. Per questo, nonostante il dolore e le lotte, la fede incrollabile di Naseem rimane un faro di speranza. “Possiamo soffrire in questa vita – dice la donna –. Ma so che Gesù è con noi, ci protegge e ci dà la forza di andare avanti’.
(di Stephen George – Asia News 17/02/2025)
PAKISTAN – “Io ex imam che ho trovato la salvezza in Cristo”
La testimonianza di Patras Paul, un religioso musulmano che all’improvviso – più di vent’anni fa – leggendo il Vangelo vi ha trovato le risposte che non trovava più nel Corano. Il racconto delle persecuzioni subite per questa scelta e della vita difficile di oggi. La sua battaglia per veder riconosciuta la sua nuova identità religiosa sulla carta d’identità.
Da imam a discepolo di Gesù, in un cammino fatto di fede, persecuzione e resilienza. È la testimonianza straordinaria di Patras Paul (Pietro Paolo), il nome cristiano di questa persona che AsiaNews ha incontrato in una località del Pakistan che non precisiamo per evidenti ragioni di sicurezza. “Sono nato nel 1968 in un quartiere molto povero e appartengo a una famiglia sunnita convinta. Nel 2000 sono diventato Qari Imam e poi sono stato nominato Imam Masjid: sono stato mandato in diverse città del Paese per svolgere il mio servizio. Fino al 2003, quando per la prima volta ho dubitato della mia conoscenza e della mia fede”.
“Era la settimana di Eid–ul–Adha – continua il suo racconto – e stavo leggendo la storia del sacrificio. C’erano Abramo e Ismaele (nel Corano l’episodio è riferito a Ismaele e non a Isacco ndr), Abramo aveva gli occhi chiusi, sgozzò Ismaele ma quando aprì gli occhi c’era un agnello sacrificato e non Ismaele. Ho pensato: da dove viene questo agnello? Questo agnello è più grande di Ismaele che ha sacrificato la sua vita per lui. La mia ricerca di risposte mi ha portato al Vangelo (regalatomi allora da un amico), dove ho incontrato le parole dell’evangelista Giovanni ‘Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito’ (Gv 3,16) e ‘Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo’ (Gv 1,29). Così, in segreto, ho abbracciato Gesù come mio Salvatore. Ho iniziato a leggere la Bibbia con vivo interesse e dedicavo la maggior parte del mio tempo questa lettura. E ho iniziato a pregare davanti a Gesù da solo”.
Un giorno del 2005 anche gli altri all’improvviso hanno appreso della sua nuova fede. “Ero imam in una moschea del Kashmir. Seguivo nel mio cuore due fedi diverse e chiesi a Dio di mostrarmi la giusta via di salvezza. Una notte, in sogno, ho sentito una voce: ‘Io sono la via, la verità e la vita’ e mi è stato consegnato il simbolo di una croce. Quel giorno, la mattina presto, mi sono svegliato per recitare l’Adhan nella moschea. Pensavo di recitarlo ma dall’altoparlante uscì il nome di Gesù. Ascoltandomi uno dei miei alunni della moschea mi ha scosso la spalla con forza e mi ha chiesto: ‘Che cosa stai facendo, maestro?’. Gli risposto: ‘Sto recitando l’Adhan’. Ma lui mi ha detto no, stai dicendo qualcosa di diverso. Nel frattempo alcune persone della città che stavano ascoltando la mia preghiera dall’altoparlante si precipitarono alla moschea. Ho sentito una voce dirmi tre volte: “Corri Pietro”, e ho iniziato a correre via dalla moschea. Ma mi hanno preso, erano circa venti persone, mi hanno picchiato con calci, pugni e bastoni. Ho ancora i segni di quelle ferite sul viso. Mi urlavano che ero diventato un kafir (un miscredente). Dal Kashmir mi rimandarono alla madrassa da cui provenivo, lì i miei parenti e i religiosi mi hanno portato alla stazione di polizia accusandomi di blasfemia. Sono finito in carcere dove ho dovuto scontare un anno di reclusione”.
“In carcere – continua il suo racconto l’imam divenuto cristiano – ho vissuto un altro miracolo nella mia vita: mi sono sentito così forte interiormente; ero saldo nella mia fede in Cristo. Il primo giorno in carcere mi diedero il cibo della prigione, ma lo rifiutai. Lo stesso giorno una persona del carcere venne da me e mi chiese il mio nome. Gli dissi che mi chiamavo Patras Paul. Mi disse di non preoccuparmi: mi portava cibo fresco ogni giorno per un anno e prendeva i miei vestiti sporchi e me li portava il giorno dopo puliti e stirati. Nella mia baracca c’erano anche detenuti pericolosi, ma non avevo paura di nessuno perché Gesù era sempre con me”.
“Dopo un anno, fu mia moglie ad appellarsi al giudice sostenendo la mia innocenza. La parte ricorrente non si presentò e alla fine, nel 2006, il giudice mi ha rilasciato dalla prigione. Dopo l’assoluzione anche mia moglie e i miei sei figli hanno accettato Cristo: non hanno ancora ricevuto il battesimo, ma conducono una vita cristiana. I cristiani hanno paura di battezzare gli ex musulmani perché non vogliono rischiare la vita. Dopo aver abbracciato Cristo, abbiamo dovuto lasciare il nostro villaggio, i nostri genitori, amici e parenti perché sono diventati tutti nemici nei nostri confronti”.
“Sono andato in molti villaggi e quartieri cristiani a chiedere aiuto per il cibo e la residenza – ricorda Patras –, ma si sono rifiutati di aiutarci perché temevano che i musulmani li avrebbero attaccati per averci dato rifugio. Non posso dimenticare una fredda notte di dicembre di quel periodo: tutti noi, mia moglie e i miei sei figli piccoli, dovemmo rimanere all’addiaccio in una notte molto fredda. Non avevamo vestiti adeguati per l’inverno: i miei figli si ammalarono a causa della fame e del freddo. Eravamo come dei mendicanti. Ma siamo rimasti saldi nella fede, sapevamo che Gesù ci avrebbe aiutato. Sono così arrivato in questo distretto dove ci è stata data una casetta in una piccola area di una baraccopoli (villaggio); viviamo ancora qui”.
Patras in realtà vive in condizioni inimmaginabili, in uno spazio destinato agli animali di cui si prende cura in cambio di quel rifugio. In questo villaggio altre persone pensano che siano musulmani. La sua più grande paura è per le sue tre figlie, che stanno crescendo vulnerabili a conversioni forzate o altri abusi. “Tutto ciò che desidero è che camminino con Gesù e portino il suo messaggio agli altri”.
Patras si reca in bicicletta in altri villaggi lontani dalla sua città e predica il Vangelo di Cristo. Le famiglie cristiane gli danno un po’ di cibo e una piccola somma di denaro come ringraziamento. Racconta di altre famiglie musulmane che segretamente hanno abbracciato Cristo, ma non possono dirlo pubblicamente. Nel 2020 è stato anche aggredito da un gruppo di musulmani che gli hanno scoperto una Bibbia e un libro di preghiere cristiane in urdu nella sua borsa. Ma lui è rimasto saldo nella sua fede. “Amo Gesù, credo che la salvezza sia solo attraverso di Lui”.
Ora vorrebbe che la sua carta d’identità venisse cambiata in modo che rifletta la sua identità cristiana, per assicurarsi un posto sicuro dove vivere e garantire anche ai suoi figli un’istruzione e la libertà di culto. Joseph Janssen, attivista per i diritti delle minoranze della Jubilee Campaign, sta lavorando per fornire sostegno. “La Costituzione del Pakistan garantisce la libertà di religione – commenta Janssen ad AsiaNews – ma la realtà è ben diverse. Il dipartimento governativo NADRA (National Database and Registration Authority) applica una politica ufficiale che nega ai musulmani la possibilità di cambiare il proprio status religioso. Fuori da ogni ufficio della NADRA c’è un cartello con le norme che assicurano che un musulmano non può mai lasciare l’Islam. Questa politica contraddice direttamente l’essenza della libertà religiosa e dei diritti umani fondamentali”.
“Anche se il Pakistan non criminalizza ufficialmente l’abbandono dell’Islam, gli apostati corrono gravi rischi – aggiunge ancora Jannsen –. Sono soggetti a ostracismo, minacce, violenze e delitti d’onore. Inoltre, le leggi sulla blasfemia, che prevedono la pena di morte, sono usate come arma contro coloro che abbandonano apertamente l’Islam. La libertà religiosa è un diritto umano. È ora di prendere posizione per quanti sono costretti a praticare la loro fede in segreto. Il Pakistan deve onorare i suoi impegni costituzionali e gli obblighi internazionali su questo tema”.
(26/01/2025 di Stephen George – Asia News)