La Magistratura non è santa: L’Autoreferenzialità Giudiziaria sta distruggendo la Democrazia
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Nel dibattito pubblico si sente spesso ripetere, con una reverenza quasi religiosa, che la magistratura è il pilastro della democrazia, un’istituzione intoccabile, al di sopra di ogni sospetto. Ma è ora di sfatare questo mito: la magistratura non è santa. Certo, esistono magistrati onesti e capaci, ma il sistema giudiziario nel suo complesso è oggi una macchina autoreferenziale, un potere che sfugge al controllo democratico e che, troppo spesso, agisce come un’arma nelle mani di chi vuole eliminare avversari politici scomodi.
Un esempio lampante di questa deriva giudiziaria lo troviamo in Francia. Nel 2017, una banda di magistrati complici dei media mafiosi riuscì a impedire a Francis Fillon di vincere un’elezione presidenziale che aveva già praticamente in tasca. Ora, con le presidenziali del 2027 all’orizzonte, il colpo grosso si sta preparando contro Marine Le Pen, la strafavorita.
Come si attua questo gioco sporco?
Il meccanismo è semplice: basta sfruttare leggi volutamente mal scritte, ambigue e interpretabili, per costruire accuse e avviare inchieste che hanno il solo obiettivo di eliminare politicamente un candidato. In Francia, come in Italia e in tutta TUE, ai parlamentari vengono assegnati fondi per pagare collaboratori. Ma chi stabilisce quali collaboratori siano legittimi? La legge assegna una somma a un politico per permettergli di avere un proprio staff di fiducia. In un’attività come quella politica, dove la riservatezza e la lealtà sono fondamentali, chi potrebbe mai sindacare sulla scelta di un portaborse?
Eppure, i giudici francesi lo fanno. Si arrogano il diritto di decidere chi è un vero collaboratore e chi no. Questo è esattamente quello che accadde a Fillon, accusato di aver pagato la moglie per un ruolo di assistente parlamentare che, secondo i magistrati, non sarebbe stato svolto. Ma chi, se non il politico stesso, può decidere di chi fidarsi? E quale lavoro possa effettivamente svolgere il proprio collaboratore?
Lo stesso schema si sta applicando oggi a Marine Le Pen. La leader del Rassemblement National è stata accusata di aver utilizzato fondi dell’UE per pagare collaboratori del suo partito in Francia invece che per attività parlamentari a Bruxelles e Strasburgo. Anche in questo caso, il problema è lo stesso: un giudice stabilisce arbitrariamente che una persona non ha svolto il proprio incarico, senza che vi sia una base oggettiva per affermarlo. La strategia è chiara: colpire politicamente un’avversaria temuta con il rischio concreto di una condanna che potrebbe portare alla sua ineleggibilità.
E qui sta il punto centrale: la democrazia si fonda su un principio essenziale, che sembra ormai essere dimenticato in molte capitali europee. Quando si tratta di elezioni, deve essere il popolo a decidere, non i giudici. La magistratura non ha alcuna legittimità per qualificare o squalificare un candidato politico.
Eppure, questo gioco sporco non si limita alla Francia. Anche in Italia e in Romania si sono visti esempi lampanti di una magistratura che si presta a manovre poco trasparenti, servendo interessi che nulla hanno a che fare con la giustizia. In Romania, il caso più clamoroso riguarda Calin Georgescu, un politico che ha osato sfidare l’ordine costituito e le direttive di Bruxelles. Georgescu, noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’UE e delle influenze straniere sulla politica rumena, aveva vinto le elezioni con un programma sovranista e indipendentista. Tuttavia, il suo successo è stato annullato dalla Corte Costituzionale rumena, che ha invalidato la sua vittoria con l’accusa di presunte ingerenze russe, mai dimostrate con prove concrete. Un’accusa creata ad arte per escluderlo dal panorama politico e garantire che il potere rimanesse nelle mani di chi è più gradito alle élite europee.
La sua vicenda ricorda quelle già viste in altri paesi: un politico scomodo viene neutralizzato attraverso strumenti giudiziari, con il risultato di spianare la strada a figure più allineate agli interessi dei poteri forti. In questo modo, la Romania si aggiunge alla lista dei paesi in cui la magistratura diventa uno strumento di eliminazione politica anziché di giustizia.
La conclusione è chiara e amara: la giustizia, nelle mani sbagliate, diventa un’arma di oppressione politica. La magistratura non è più un baluardo della democrazia, ma sta contribuendo alla sua lenta e inesorabile sepoltura. Il popolo deve riprendersi il proprio potere, prima che sia troppo tardi.
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