2025 02 26 CONGO RD - 70 cristiani trovati decapitati in una chiesa
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NIGERIA - Rapiti due sacerdoti cattolici nel nord-est della Nigeria IRAN - Pasdaran arrestano una cristiana convertita, Bibbie e strumenti confiscati
TESTIMONIANZA:'Mi inginocchio solo davanti a Dio': l'ultima testimonianza del prete ucciso in Myanmar

CONGO RD - 70 cristiani trovati decapitati in una chiesa
Almeno 70 cadaveri sono stati trovati decapitati in una chiesa. Si ritiene che i morti del massacro siano tra le decine di persone che sono state rapite mercoledì scorso nel villaggio. Dettagli orribili dai media locali hanno rivelato che sono stati decapitati usando il machete. I corpi delle persone decapitate sono stati ritrovati con le mani legate dietro alla schiena.
Settanta cristiani sono stati trovati decapitati in una chiesa nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in quello che è l’ultimo devastante attacco ai fedeli nel nord-est del Paese.
L’orribile scoperta è stata fatta in un villaggio abbandonato nella Repubblica Democratica del Congo il 14 febbraio. Le vittime, presumibilmente ostaggi dei ribelli dell’ADF, sono state trovate in una chiesa protestante a Kasanga, dove i residenti erano fuggiti a causa dei ripetuti attacchi.
Secondo fonti sul campo, giovedì scorso (13 febbraio) verso le 4 del mattino, presunti militanti delle Forze Democratiche Alleate (ADF), un gruppo legato al cosiddetto Stato Islamico (IS), si sono avvicinati alle case di Mayba, nel territorio di Lubero, dicendo: “Fuori, fuori e non fare rumore”. Venti uomini e donne cristiani sono usciti e sono stati catturati.
Scossi da questo incidente, la gente della comunità locale di Mayba si è poi riunita per trovare il modo di liberare i prigionieri. Tuttavia, i militanti dell’ADF hanno circondato il villaggio e catturato altri 50 credenti.
Tutti i 70 rapiti sono stati condotti in una chiesa protestante a Kasanga, dove sono stati tragicamente uccisi.
A commettere il massacro siano stati i jihadisti aderenti all’ADF (Forze Democratiche Alleate), un gruppo originario dell’Uganda, che da decenni si è installato nell’est della RDC, in particolare nel Nord Kivu. Nel 2019 le ADF hanno fatto atto di adesione allo Stato Islamico, accentuando il loro profilo “jihadista”.
Muhindo Musunzi, direttore della scuola primaria di Kombo, afferma che prima di questo incidente, chiese, scuole e centri sanitari avevano tutti chiuso i battenti a causa della caotica situazione di sicurezza. “Abbiamo dovuto spostare tutte le attività verso Vunying”, ha affermato.
Fonti sul campo riferiscono che, fino a ieri (martedì 18 febbraio), alcune famiglie non erano riuscite a seppellire i loro morti a causa dell’insicurezza nella zona. Molti cristiani sono ora fuggiti dalla zona per la loro sicurezza.
“Non sappiamo cosa fare o come pregare; ne abbiamo abbastanza di massacri”, dice un anziano della chiesa. “Sia fatta solo la volontà di Dio”.
Questo ultimo terribile massacro è una continuazione della crescente minaccia posta dai militanti dell’ADF nella regione nord-orientale del paese. Nel 2014, il gruppo ha intensificato gli attacchi nel territorio di Beni nella provincia del Nord Kivu e da allora gli attacchi si sono estesi ai territori di Irumu e Mambasa nella provincia di Ituri e ora sta colpendo Lubero. Solo nell’ultimo mese, il gruppo ha ucciso più di 200 persone nel capoluogo Baswagha, secondo un sito web di notizie locali.
Questo spiega perché la RDC è salita di sei posizioni, arrivando al numero 35 nell’ultima World Watch List. L’anno scorso, 355 persone sono state uccise per la loro fede, rispetto alle 261 dell’anno precedente, mentre si stima che 10.000 siano state sfollate internamente, ovvero dieci volte di più rispetto al 2023. Le case sono state saccheggiate e bruciate, le scuole trasferite, le chiese e le strutture sanitarie chiuse e diversi villaggi cristiani sono stati abbandonati del tutto. Le recenti attività del gruppo ribelle M23, sostenuto a quanto si dice dal Ruanda, hanno aumentato la vulnerabilità dei cristiani.
“Open Doors condanna fermamente questo atroce atto di violenza contro i civili e invita la società civile, i governi e le organizzazioni internazionali a dare priorità alla protezione dei civili nella RDC orientale, dove operano gruppi armati come le ADF”, afferma John Samuel, esperto legale di Open Doors per il lavoro nell’Africa subsahariana.
“La violenza avviene in un contesto di impunità, dove quasi nessuno viene ritenuto responsabile”, continua. “Questo massacro è un chiaro indicatore delle diffuse violazioni dei diritti umani contro i civili e le comunità vulnerabili, spesso prendendo di mira i cristiani, perpetrate dall’ADF, un affiliato del cosiddetto Stato islamico”.
“Invitiamo inoltre la comunità cristiana internazionale a continuare a pregare per i cristiani e le comunità vulnerabili nella RDC orientale”, aggiunge John Samuel. “Pregate per la fine della violenza e affinché il governo a tutti i livelli affronti diligentemente, imparzialmente e in modo trasparente la violenza e i suoi effetti. Pregate per la chiesa di Lumbero mentre cerca di portare assistenza fisica e spirituale alle famiglie colpite”. (Open Doors 18 febbraio 2025 e Fides 21 02 2025)
CONGO RD - Rapinato il Vescovo di Uvira
Rapinato il 20 febbraio, il Vescovo di Uvira. Lo ha reso noto in un comunicato la diocesi della città del Sud Kivu in corso di conquista da parte dell’M23.
“Noi, Sua Eccellenza Monsignor Sébastien Joseph Muyengo Mulombe, Vescovo di Uvira, e i sacerdoti don Ricardo Mukuninwa e don Bernard Kalolero, siamo appena scampati alla morte questa mattina alle 8:30 presso la sede vescovile di Uvira” recita il comunicato firmato da don Ricardo. “Tre soldati delle FARDC (Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) in uniforme e che parlavano Tshiluba, sono entrati nell’incito della diocesi, minacciando prima il guardiano, il signor Mwamba, e il cuoco, il signor Jean. Sono uscito per incontrarli e chiedere informazioni sulla situazione, ma hanno puntato le armi da fuoco contro tutti noi e ci hanno buttati a terra insieme al Vescovo. Ci hanno rapinato prendendo soldi, telefoni e altri beni. Ci hanno chiuso poi nelle nostre stanze minacciando di ucciderci al minimo gesto, per potere perquisire tutta la casa”.
Lo Tshiluba è una lingua parlata nel Kasai occidentale e nel Kasai orientale, due provincie nella parte centro occidentale della RDC. Questo fa pensare che la rapina nei confronti del Vescovo di Uvira, che si trova nell’est della Repubblica Democratica del Congo, sia stata commessa da militari dell’esercito regolare provenienti da quelle provincie. Non si tratta di un caso isolato. Sono segnalati saccheggi da parte di militari a Uvira, dove ormai l’M23 è alle porte, così come nelle città precedentemente conquistate dal gruppo di guerriglia filo ruandese. Ulteriore indice dello sfaldamento dell’esercito regolare di fronte all’avanzata dei ribelli che sembra al momento inarrestabile. (L.M.) (Agenzia Fides 21/2/2025)
NIGERIA - Rapiti due sacerdoti cattolici nel nord-est della Nigeria
Due sacerdoti sono stati rapiti all’alba di sabato 22 febbraio. Don Matthew David Dutsemi della diocesi di Yola e don Abraham Saummam della diocesi di Jalingo sono stati catturati da uomini armati che alle prime ore dell’alba del 22 febbraio hanno assalito la canonica dove i due sacerdoti erano ospitati a Gweda-Mallam, situata nella Demsa Local Government Area dello Stato di Adamawa, nel nord-est della Nigeria.
In una nota rivolta ai fedeli la diocesi di Yola chiede “le vostre preghiere affinché i due preti siano liberati rapidamente sani e salvi. Riponiamo la nostra speranza e fiducia nell’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti, affinché li riporti in salvo”. (L.M.) (Agenzia Fides 24/2/2025)
IRAN - Pasdaran arrestano una cristiana convertita, Bibbie e strumenti confiscati
Il raid degli agenti in borghese nella provincia di Mazandaran risale ai primi del mese ma è emerso solo in questi giorni. In cella Somayeh Rajabi, che stava partecipando a un raduno di 80 fedeli nel nord dell’Iran. Condotte perquisizioni corporali, croci e collane strappate a forza. Gruppi attivisti denunciano una “escalation spaventosa” di esecuzioni, con numeri sottostimati.
Cristiani ancora nel mirino delle autorità iraniane: secondo quanto riferisce Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto nella Repubblica islamica, alcuni ufficiali in borghese del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) hanno fatto irruzione ad un raduno di circa 80 fedeli nel nord del Paese. Il raid dei Pasdaran è avvenuto nei primi giorni del mese, anche se la notizia è emersa solo ora, e ha portato all’arresto di uno dei partecipanti, oltre alla confisca di numerose copie della Bibbia e di strumenti musicali.
A finire in carcere il 6 febbraio scorso è la cristiana Somayeh Rajabi, convertita dall’islam; la donna stava partecipando a un raduno di fedeli organizzato a Gatab, cittadina della provincia di Mazandaran. Secondo alcuni testimoni, almeno 20 membri delle forze di sicurezza hanno preso parte all’operazione compiuta in tarda serata, alla quale avevano aderito anche cristiani di città vicine fra cui Gorgan e Babol.
Confiscate Bibbie, strumenti musicali e dispositivi di comunicazione, mentre gli agenti in borghese hanno chiesto l’accesso ai dati personali e alle password dei telefoni cellulari. I Pasdaran avrebbero anche condotto perquisizioni corporali, individuando coloro che indossavano collane di croci e strappandole con la forza e colpendo diverse persone. Inoltre, il personale medico intervenuto per assistere i feriti è stato bloccato dagli agenti.
Il giorno seguente l’arresto Somayeh ha potuto effettuare una breve telefonata alla famiglia, informandola del trasferimento in una prigione di Sari, il capoluogo della provincia di Mazandaran. Nonostante ad oggi non vi siano ancora accuse ufficiali contro la cristiana, risulta tuttora in carcere a oltre due settimane dal fermo. Del resto le autorità iraniane sono solite fare irruzione nelle case dei cristiani convertiti e nelle chiese domestiche, sequestrando libri religiosi, croci e altri simboli cristiani, oltre agli effetti personali. E non è la prima volta che gli strumenti di culto - e musicali - vengono presi di mira in modo specifico.
In occasione del lancio dell’ultimo rapporto annuale di Article18 a Ginevra, il mese scorso, l’ex prigioniero di coscienza Amin Afshar-Naderi ha raccontato che un libro di canzoni usato per guidare il culto “è stato citato nel mio verdetto giudiziario come prova di attività cristiane illegali”. Il volume sarebbe stato utilizzato anche “come giustificazione per l’accusa del mio ruolo di leader in una chiesa domestica. Nei rapporti su di me, persino la musica è stata descritta come uno strumento per ingannare gli altri, nonostante sia universalmente riconosciuta nel culto cristiano come un mezzo per glorificare Dio”. Come Somayeh, l’arresto di Amin è avvenuto mentre si riuniva con altri cristiani in un giardino privato; in quell’occasione, solo per un picnic.
Infine, i vertici della Repubblica islamica continuano a far ampio ricorso alla pena di morte con dati relativi al 2024 che hanno emergere una “escalation spaventosa” di 975 esecuzioni. La maggior parte dei casi in cui si è ricorsi al boia ha riguardato crimini legati alla droga, omicidi o stupri, ma anche accuse più vaghe che hanno permesso di prendere di mira i dissidenti, oppositori o voci critiche. Si tratta del dato più alto da quanto sono iniziati i censimenti nel 2008 ma, secondo Iran Human Rights (Ihr) con sede in Norvegia e l’ong francese Insieme contro la pena di morte (Ecpm), sarebbe di gran lunga sottostimato perché quasi il 90% delle esecuzioni non è reso pubblico. Tra le 975 persone impiccate lo scorso anno - con un aumento del 17% sul 2023 - 31 erano donne e quattro sono state impiccate in pubblico e non mancano i minori al momento del reato.
(AsiaNews 21/02/2025)
TESTIMONIANZA
‘Mi inginocchio solo davanti a Dio’: l’ultima testimonianza del prete ucciso in Myanmar
Il racconto di due insegnanti della parrocchia presenti al momento dell’omicidio di p. Donald Martin Ye Naing Win, nella regione del Sagaing. Arrestati dieci miliziani appartenenti a un gruppo locale delle Forze di difesa popolare, gli oppositori della giunta birmana. Erano in evidente stato di alterazione da alcol o droga quando hanno colpito il sacerdote. Oltre 5mila persone ai funerali.
Davanti ai miliziani in evidente stato di alterazione da alcol o droga che gli intimavano di inginocchiarsi, p. Donald Martin Ye Naing Win – il sacerdote ucciso venerdì 14 febbraio in Myanmar – ha risposto “Mi inginocchio solo davanti a Dio”. Per poi chiedere loro con mitezza: “Che cosa posso fare per voi? C’è una questione di cui possiamo parlare?”.
Sono state queste le ultime parole del sacerdote 44enne dell’arcidiocesi di Mandalay colpito a morte nel villaggio di Kangyitaw, nella regione di Sagaing. A riferirle è l’agenzia Fides, del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione, che cita una testimonianza di due donne presenti ai fatti e presentata al ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale in esilio. I miliziani in questione - già rintracciati e arrestati – appartengono infatti alle Forze di difesa popolare (PDF), la galassia di formazioni ribelli che si oppongono all’esercito birmano, e che controllano anche l’area dove è avvenuto l’omicidio.
P. Donald Martin sarebbe intervenuto proprio in difesa delle due donne, insegnanti e collaboratrici della comunità parrocchiale, che aiutavano il sacerdote nella locale scuola informale per i ragazzi, una delle tante portate avanti dalla Chiesa cattolica birmana nelle aree dove a causa della guerra che dura ormai da quattro anni non esiste più il sistema di istruzione statale.
Gli uomini che hanno aggredito p. Donald Martin, prosegue la testimonianza, venivano dal villaggio vicino e non è chiaro il motivo per cui abbiano assalito con tanta violenza il sacerdote. Sarebbe stato il capo del gruppo a sguainare un coltello e a cominciare a infierire sul sacerdote, colpendolo ripetutamente e con brutalità al corpo e alla gola. Questi non avrebbe proferito alcun lamento di fronte alla violenza, “come un agnello al macello” ripetono i parrocchiani citando le parole del profeta Isaia che vengono lette nella celebrazione della Passione di Gesù. Compiuto il delitto, il gruppo di uomini si è allontanato e le donne hanno dato l’allarme. Sono stati allertati i militari delle Forze di difesa popolare che nello stesso giorno hanno rintracciato e arrestato 10 sospettati. “Gli accusati appartengono a un gruppo di difesa locale”, riferisce una nota del Governo di unità nazionale che “condanna fermamente gli attacchi di civili compresi i leader religiosi da parte di qualsiasi organizzazione”.
I funerali di p. Donald Martin Ye Naing Win si sono svolti domenica 16 nel villaggio di Pyin Oo Lwin, dove il sacerdote era nato, alla presenza di oltre 5mila persone. A presiederli è stato l’arcivescovo di Mandalay mons. Marco Tin Win, che ha lanciato un nuovo appello “a tutti i gruppi armati e agli attori coinvolti nel conflitto perchè depongano le armi e intraprendano un percorso di pace e riconciliazione”.
Il villaggio di Kangyitaw - dove il sacerdote è stato ucciso - si trova al confine tra le municipalità di Shwebo e Wetlet e ospita una chiesa cristiana e un monastero buddhista. Il villaggio aveva subito attacchi incendiari da parte dell’esercito birmano nel 2023. Nella regione di Sagaing, a maggioranza buddista, una dozzina di villaggi tra i fiumi Chindwin e Mu sono insediamenti cattolici. In questa stessa zona si trova anche il villaggio di Monhla, dove è nato il card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon. Milano (AsiaNews/Agenzie 19/02/2025) -