Condividi:

Il viaggio di Arlo

Non è più l’uomo a dare un nome alle cose e agli esseri viventi sono gli animali a dare un nome all’uomo. Il bambino, che è astuto, insegna molte cose al piccolo dinosauro nel corso del viaggio, ma questo non è sufficiente a mitigare il senso di “abbassamento” che viene suscitato e che gli ideatori della Disney hanno voluto operare...

L’unica cosa davvero notevole di questo film è la ricostruzione estremamente realistica dei paesaggi in un’ambientazione tipo west con canyon e grandi vallate.
È la storia di un piccolo dinosauro pieno di paure, Arlo, che si trova a dover intraprendere un viaggio per tornare verso casa dopo aver assistito alla morte tragica di suo padre che è stato travolto da un fiume di acqua impetuosa. Il viaggio servirà al protagonista per vincere le sue paure. Lo sfondo della storia è un mondo ipotetico in cui il famoso asteroide che avrebbe impattato la terra facendo estinguere i dinosauri, l’ha mancata. E così questi si sono “evoluti”. Sono dediti all’agricoltura, scavando grossi solchi nel terreno con il loro muso, all’allevamento e alla pastorizia. Il fatto non è ancora così terribile, si può ben sopportare, anche se la storia scivola via in maniera prevedibile, con qualche colpo di scena qua e là, ma senza incisività. Tutto bene, nell’ordine di un evoluzionismo spinto, cui siamo ormai abituati da tempo, se non fosse che la Disney, in collaborazione con la Pixar, ha superato se stessa nel mettere al primo posto gli animali e un gradino sotto, anzi, molti gradini sotto, gli uomini. Siamo abituati ormai da decenni a fumetti con protagonisti animali antropomorfici (paperino, topolino & Co.), ma mai gli animali erano stati messi sopra l’uomo nella scala evolutiva (anche solo per finzione). L’uomo in questione è un bambino orfano che per sopravvivere va a rubare pannocchie dal silos della famiglia di dinosauri. All’inizio del film, per questi furti, viene chiamato “il parassita”. Il bambino viene rappresentato come un cane (gli manca solo la coda): va a quattro zampe, guaisce, fa le feste, ringhia e non parla. I dinosauri (dai brontosauri agli pterodattili) invece parlano tutti e sono loro a dare un nome al bambino, lo chiamano “spot” (sarà nel senso di “puntino”, di “spot”, di “pasticcio”, di “traccia” o di “macchia”?). Non è più l’uomo a dare un nome alle cose e agli esseri viventi sono gli animali a dare un nome all’uomo. Il bambino, che è astuto, insegna molte cose al piccolo dinosauro nel corso del viaggio, ma questo non è sufficiente a mitigare il senso di “abbassamento” che viene suscitato e che gli ideatori della Disney hanno voluto operare. La cosa più malinconica sarà scoprire che forse il film verrà gradito dalla maggioranza delle persone che lo andranno a vedere. Chi è ancora memore della dignità che ci è data come uomini? In un’epoca in cui tante volte si ripete che gli animali sono meglio degli uomini e gli uomini sono come animali è anche prevedibile che ci sia una buona accoglienza di pubblico.

Gianluca Stocchi

Vai a "I film"