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Silence

“… Cristo non è morto per i buoni, per i belli, ma per i derelitti e i corrotti…” esclama il giovane gesuita, padre Rodriguez che, con un altro amico missionario, nel 1633 sbarca clandestinamente in un Giappone dove è in atto una feroce persecuzione verso i cristiani da parte dello shogun locale.

SILENCE, drammatico, 2017, regia di Martin Scorsese

“… Cristo non è morto per i buoni, per i belli, ma per i derelitti e i corrotti…” esclama il giovane gesuita, padre Rodriguez che, con un altro amico missionario, nel 1633 sbarca clandestinamente in un Giappone dove è in atto una feroce persecuzione verso i cristiani da parte dello shogun locale. Per quanto consapevoli del rischio di questa missione, i due sacerdoti chiedono al loro superiore di partire verso la terra del Sol Levante perché hanno una duplice urgenza spirituale: tenere accese le braci dell’esperienza delle comunità cristiane giapponesi “nascoste” e scoprire la verità circa la notizia che il loro maestro e confessore padre Ferreira ha abiurato alla fede, dopo aver testimoniato per anni il Cristianesimo. La loro guida è l’ambiguo Kichjiro, un giapponese cristiano apostata: lui è uno dei vili “derelitti e corrotti” che per paura e debolezza d’animo tradisce continuamente i due giovani missionari e ogni volta chiede di confessarsi e di essere perdonato.
Perché Rodriguez, per quanto fortemente addolorato, lo assolve sempre?
“… Dio, il Tuo silenzio è pesante, la mia preghiera è al niente?”: Rodriguez solo, affamato, in fuga dai persecutori, comincia ad avere dei dubbi circa la fede in quel volto di Cristo che ha accompagnato la sua giovinezza e generato la propria vocazione. Perché di fronte al dolore innocente dei cristiani che vengono torturati ed uccisi Dio tace? Catturato, inizia il calvario di una fede messa duramente alla prova dall’inquisitore Inohue: il gesuita subisce interrogatori tesi a destare in lui la mancanza di pietà verso le vittime innocenti dei persecutori e a sgretolare a poco a poco le certezze del suo essere prete e cristiano. Inohue è infatti persuaso che non si devono uccidere i missionari, ma convincerli a rinunciare a seminare il Cristianesimo nella “palude” giapponese dove esistono una cultura e una tradizione, un modo di concepire la realtà e la persona totalmente refrattarie all’annuncio della Buona Novella. Insomma, quella di Inohue è una lenta tortura dello spirito del giovane gesuita con il fine di insinuare continui dubbi circa l’utilità della sua presenza e della sua missione.
Rodriguez sembra cedere durante l’ultimo colloquio drammatico con il suo “maestro” Ferreira che, astutamente, l’inquisitore pone alla fine del suo calvario spirituale: Rodriguez calpesta il fumie, cioè l’immagine del volto di Cristo, gesto con cui i cristiani abiuravano. Ma non è proprio così che si conclude il racconto del film, tratto dal romanzo dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo: viene arrestato un cristiano, più volte traditore, perché al suo collo porta una piccolissima medaglietta cristiana e una donna, durante un funerale buddista, mette nascostamente tra le mani intrecciate del defunto un minuscolo crocefisso. Nel silenzio di un pluridecennale domicilio coatto, qualcuno ha testimoniato la gloria di una Presenza.
Silence” è un film pensato e desiderato da Scorsese da una vita. Letto il romanzo di Shusaku Endo nel 1987, più volte il regista ha voluto farne una trasposizione cinematografica in quanto il libro presenta tutti i temi a lui cari: il confronto serrato tra colpa e perdono, tra caduta e redenzione, tra angoscia e misericordia e l’eterno conflitto tra il Bene e il Male. Nel 2011 finalmente inizia la gestazione, durata più di tre anni. Nel 2015, iniziano otto mesi di riprese. Alla fine di novembre 2016: anteprima del film alla presenza di papa Francesco che ha definito l’opera “un’esemplare storia del Cristianesimo”.
In una lunga intervista fatta dal gesuita Antonio Spadaro e pubblicata dalla rivista Civiltà Cattolica, il regista Scorsese ha dichiarato di essersi ispirato a “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, al “Diario di un curato di campagna” di Robert Bresson, e a “Ordet” di Carl Theodore Dreyer. Inoltre, sempre nell’intervista, afferma: “… questo film è stato con me, ho vissuto con lui… il romanzo di Endo è stato una specie di sprone a riflettere sulla fede, sulla vita e su come si vive, sulla grazia e su come la si riceve…”.

Giovanni Mocchetti

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