Tatarak - Sweet rush
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In una Polonia che vive ancora il ricordo e il dolore per i morti della seconda guerra mondiale, Marta vive in un piccolo borgo con il marito medico. Lui scopre che lei è malata di cancro, ma preferisce non dirle che le rimane poco da vivere. Nel frattempo lei si invaghisce del giovanissimo Bogus: un’attrazione, strana, che sfocerà in tragedia. Questa è la storia di un film che il regista polacco Andrzej Wajda sta realizzando dal racconto Tatarak (ovvero il calamo, pianta che cresce lungo le rive dei fiumi) dello scrittore Jaroslaw Iwaszkiewicz.
La storia di finzione del film si intreccia con il “dietro le quinte”, dell’attrice protagonista Krystyna Janda alle prese non solo con le scene da girare sotto le indicazioni di Wajda ma anche con una sua profonda sofferenza personale. A questi momenti si intrecciano monologhi “al presente”, in cui l’attrice ricorda quel set, funestato dalla malattia del marito Edward Klosinski (noto direttore della fotografia che collaborò anche con Wajda, per esempio in L’uomo di ferro e L’uomo di marmo), cui il film è dedicato e che in pochi mesi fu portato via dal cancro.
Intrecciando realtà e finzione in modo magistrale e niente affatto intellettualistico (anche i monologhi “da camera” dell’attrice sono di grande intensità e artisticamente potenti, concepiti come quadri), e con una profondità cui forse non siamo abituati, con Tatarak Wajda non mette in scena solo il consueto “film nel film” per dimostrarci la distanza tra vita e cinema, ma ci propone una riflessione profondissima sul dolore e sulla morte. L’attrice vive sulla sua carne il dramma che è chiamata a interpretare: da ciò ci viene restituito in tutta la sua pienezza il dramma della malattia e della morte, ma anche del valore eterno di un amore che neanche la morte può cancellare (come, con semplice intensità, fa pensare il gesto di continuare a chiamare il cellulare del marito per risentirne la voce). Attraverso un dolore mai così vero e senza inutili abbellimenti cinematografici (anche nella parte recitata, come i dialoghi intensissimi tra la protagonista e l’amica sul ricordo dei giovani morti in guerra), Wajda – di recente autore del potentissimo Katyn, e ora alle prese con un film sulla vita di Lech Walesa – ci propone uno degli esempi più alti del suo cinema. Con alcuni momenti davvero indimenticabili: come quando, in un bivio assolutamente drammatico tra ciò che è arte (e quindi in un certo senso comunque verità) e ciò che reale, la protagonista non regge più strappando il velo della finzione. E regalandoci un momento di verità in cui è impossibile resistere alla commozione.
Antonio Autieri
tratto da Sentieri del cinema