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Rassegna stampa, 20 settembre 2004

Autore:
Scalfi, Romano



Jean-François Thiry
La Russia dopo Beslan

Alcune voci sulla stampa russa commentano l'accaduto: superando le tentazioni di fermarsi a cercare un colpevole o a riporre ogni speranza nella "verticale del potere", l'impegno prioritario è a costruire la società civile, una cultura della responsabilità di contro a odio e indifferenza, "reali moltiplicatori" del terrorismo.

"Come non poteva più esistere l'America di prima dopo l'11 settembre, così la Russia di prima non può più esistere dopo l'esplosione degli aerei, l'attentato al metrò "Riz°skaja" e soprattutto la tragedia di Beslan. L'unità patriottica della maggioranza, che esattamente 5 anni fa era stata la reazione all'esplosione dei caseggiati a Mosca e a Volgodonsk, ha lasciato il posto a un profondo sconcerto e shock; se non si propone in tutta fretta al paese e alle sue élite un chiaro programma per uscire dal vicolo cieco, il fiasco è inevitabile. A reggere il mondo sono le idee che dominano le masse; il mondo va alla deriva perché non riesce più a mettere a fuoco un significato" - commentava Aleksandr Archangel'skij sulle "Izvestija" del 13 settembre, nella sua rubrica bisettimanale "Osservatorio".
Quasi tutta la stampa russa, quotidiani e settimanali, a ridosso degli eventi ha reagito -naturalmente dopo le "doverose" parole di condoglianze ed espressioni di orrore di fronte all'accaduto - concentrandosi su una serie di questioni che si potrebbero sintetizzare con il titolo usato dal settimanale "Vlast'" (n. 36, 13 settembre), e cioè: "Chi è il colpevole?".
Al centro del dibattito il grado di responsabilità delle varie istanze: "La maggioranza della popolazione accusa i servizi speciali di mancanza di professionalità nel corso della liberazione degli ostaggi. Gli interventi delle autorità, al contrario, sono stati giudicati positivamente dai nostri concittadini" ("Izvestija", 8 settembre). Dappertutto, la ricerca dell'anello debole: "Forse l'apparato di cui dispone Putin è debole, con limitate possibilità di governo, esercito e servizi sociali sono malfermi ed esigui?" ("Globus", 7 settembre). Perfino la domanda "che fare" si riduce quasi esclusivamente al problema di migliorare il sistema (identificandolo sovente con quello di aumentare il controllo dello Stato): "Dobbiamo imparare a prevenire, e non solo a reagire a quanto è già successo... La lotta contro un pericolo generalizzato non può limitarsi ad usare mezzi bellici. Vanno usati vari strumenti, compresi quelli diplomatici, finanziari, migratori. Debbono essere tutti adottati e fatti interagire" ("Izvestija", 13 settembre).


Quali armi contro il terrorismo?
Due voci si sono scostate dal coro. Aleksandr Archangel'skij, in "Osservatorio" del 6 settembre , intitolato quel giorno "Fa' ciò che devi", osserva: "La vita deve rinascere trapassando il dolore. La forza di cui ha parlato con veemenza Vladimir Putin nel suo appello televisivo alla nazione, non consiste solo, anzi forse non consiste tanto nella ferrea adeguatezza dei servizi speciali. Consiste forse piuttosto nella capacità di continuare pacatamente la propria opera indipendentemente dalle circostanze negative. E innanzitutto l'opera di costruire una cultura. E la debolezza, di cui Putin ha parlato in toni altrettanto veementi ("i deboli vengono fatti fuori"), non è un atteggiamento di mollezza nei confronti del nemico, ma la prontezza morale ad arrendersi alla mercé dei vincitori. Indicando nella fiera del libro in corso a Mosca proprio nei giorni del tragico sequestro di Beslan, Archangel'skij conclude: "Il terrore purtroppo non sarà stato debellato per le date della prossima fiera del libro. Ma noi ci prepareremo ad essa, non al terrore. Perché la vita terrena continuerà esattamente fino a quando noi continueremo ad avere coscienza qui ed ora che essa continua".
Ma l'intervento più fuori dagli schemi appartiene probabilmente a Michail Chodorkovskij, l'oligarca della YUKOS da quasi un anno in prigione: una sua lettera aperta in occasione dei fatti di Beslan è stata ripresa l'8 settembre da quasi tutti i principali quotidiani. Intitolata "Trasformare i propri sentimenti in aiuto", dice tra l'altro: "Il paese è nel dolore. Tutti noi ci chiediamo: che fare? come continuare a vivere dopo queste cose? Quando le lacrime si trasformano in furia, in una furia davanti a cui crollano le leggi divine e umane, è proprio questa furia che si aspettano da noi quelli che vogliono mietere la propria messe sulle lacrime e sulle sofferenze degli innocenti, che sognano di scatenare una spirale di sangue e di rancori.
È stata commessa una mostruosa ingiustizia, sarebbe difficile immaginarsi un'ingiustizia più grande, è impossibile spiegarsela, si vorrebbe fare qualcosa, essere di qualche aiuto, e non si sa come fare.
Sono certo che tutti noi possiamo trovare in noi stessi le forze per trasformare i propri sentimenti in aiuto, in aiuto di coloro che ne hanno bisogno, in aiuto affinché una cosa simile non succeda più in futuro.
E se anche non abbiamo forze, possibilità, risposte, possiamo almeno pregare. Pregare per le anime innocenti che hanno sofferto, pregare perché Dio ci dia forze e capacità di comprendere, perché ci aiuti a trovare una risposta. Una risposta che in fondo abbiamo già nella nostra anima, nel nostro cuore. Infatti, tanti adesso hanno bisogno del nostro sostegno, sono vicino a noi, basta solo guardarsi intorno e aiutare, e prestare aiuto mettendosi insieme, e tutti insieme, unendosi, non permettere che cose simili possano ripetersi, non permettere l'indifferenza.
L'odio di alcuni, moltiplicato per l'indifferenza di altri, ecco ciò che fa saltare case, scuole, aerei, che mutila i nostri bambini. Non esistono servizi speciali al mondo, che possano difendere un popolo indifferente, una società indifferente. Oggi è chiaro che ci attendono lunghi anni fianco a fianco con il terrore, fianco a fianco con morti ingiuste, e dipende solo da noi se esse saranno di più o di meno.
Dipende se spunteranno odio e indifferenza, oppure aiuto e solidarietà.
Non si può sconfiggere l'odio con la furia: non faranno che moltiplicarsi a vicenda. Fermezza e solidarietà, aiuto e comprensione reciproca: ecco dove sta la nostra vittoria, e insieme la protezione per i nostri figli.
È questa la società civile".

"Non c'è verticale senza orizzontale"
Ancora Archangel'skij, il 20 settembre, commenta la "rivoluzione del 13 settembre" introdotta da Putin nel sistema politico della Russia, subordinandolo definitivamente alla regola di una verticale centralizzata. Un provvedimento che è ormai una realtà di cui prendere atto.
Quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine? Archangel'skij ne sintetizza tre: "Il nuovo governatore-tipo smetterà definitivamente di occuparsi di sciocchezze tipo i problemi della popolazione locale; avrà lo sguardo rivolto in alto, e non puntato verso il basso; tre-quattro valigette ben imbottite, spedite una volta all'anno a Mosca, risolveranno sia il problema delle preferenze che quello del potere personale. I suoi subalterni, nominati e controllati da Mosca, si ammaleranno ben presto di strabismo: dovranno guardare sia in direzione del governatore che in direzione del reale dirigente della capitale e cominceranno ad odiarli entrambi. Non aumenterà la governabilità; la verticale non starà in piedi. In secondo luogo - prosegue Archangel'skij - già attualmente la nuova élite si scontra con una mostruosa crisi di personale. Non si sa chi nominare ai posti-chiave a livello federale: uno non è leale, l'altro è uno sconosciuto, l'altro ancora è un ladro o una perfetta nullità... Da dove allora prendere i candidati ai posti di governatore?". Una terza conseguenza è che "l'inevitabile rafforzarsi dei servizi speciali, se non viene compensato dal rafforzamento della volontà civile, condurrà a ciò di cui abbiamo già visto i primi sintomi neppure una settimana fa. All'arbitrio e alla destatalizzazione. Se la polizia può pestare a morte i sospetti, e gli ufficiali che uccidono e usano la violenza nei confronti dei terroristi sotto interrogatorio non vengono messi sotto processo, significa che lo Stato non esiste più. Ma solo caos e guerriglia partigiana".
D'altro canto, mettere indiscriminatamente sotto accusa la "verticale del potere" sarebbe assurdo oltre che ingenuo, in Russia non esiste ancora una "società civile" omogenea: il dislivello culturale tra le singole regioni è immenso - alcuni gruppi di popolazione vivono nel XXI secolo, altri sono fermi al XIX. Nella riforma del sistema politico russo intrapresa da Putin c'è un'opportunità da sfruttare, che Archangel'skij individua nel "concentrare gli sforzi per far rinascere le municipalità, le autonomie locali, la tradizione dello zemstvo, per ridestare l'iniziativa civica al livello di base, che può diventare cruciale nella vita russa. Se il potere con l'aiuto della "piccola" società, instabile, eterogenea ma pur sempre viva riuscirà a consolidare orizzontalmente la verticale e a preparare il paese a una nuova fase di federalismo, il 13 settembre potrà significare una ritirata provvisoria in vista della futura vittoria, una sorta di 18 brumaio di Napoleone. Altrimenti - e non importa di chi sarà la colpa - ne nascerà il 18 brumaio di Luigi Buonaparte. Perché non c'è verticale che possa stare in piedi senza orizzontale".

Diacono Andrej Kuraev, Come guardare l'islam dopo Beslan?, "Izvestija" 15 settembre", p. 5
Il noto pubblicista religioso, dopo aver citato l'episodio, all'interno della scuola di Beslan, di un bambino deriso per la crocetta al collo e che al grido "Cristo è risorto" ha dato il via alla fuga (episodio riportato da "Komsomol'skaja Pravda"), commenta che "i fatti di Beslan non sono semplicemente un delitto, ma un delitto religioso, rituale, l'uccisione di bambini effettuata con la preghiera e in nome della fede del terrorista, al grido di Allah lo vuole".
Individua lo scopo dei terroristi nel seminare il panico tra la gente, e il coraggio ce lo può rendere solo una visione religiosa della vita, che consente di vedere la vita anche attraverso e dopo la morte.
Pone un distinguo tra la fede islamica dei terroristi e l'islam professato da molti altri. Sta di fatto però che all'inizio del XXI secolo le sorti dell'umanità si trovano nelle mani dei teologi musulmani e della loro interpretazione del Corano. Lo Stato russo dovrebbe sostenere e dare spazio alle voci dell'islam moderato, e limitare invece la predicazione dei musulmani che si dichiarano per la violenza.
Sottolinea un'idea molto interessante: manca a tutt'oggi nel mondo musulmano una condanna unanime e chiara dell'accaduto, e in generale del terrorismo religioso in quanto tale. Unica voce fuori dal coro il direttore del canale Al Arabiya, Abdel Rachman ar-Rashed, che in un articolo su un giornale arabo che esce a Londra, Al-Sharq al-Awsat ha scritto: "Diciamoci questa amara verità: tutti i terroristi del mondo sono musulmani. Noi musulmani non possiamo discolparci pubblicamente, se non riconosciamo questo vergognoso fatto". La sua voce è caduta nel vuoto, perché i leader islamici non riconosceranno mai, come non lo riconosceranno il clero e gli intellettuali islamici, che il male è insito nel fanatismo che corrode la società araba.


Lettera del cardinal Husar sull'ordinamento patriarcale nella Chiesa greco-cattolica ucraina, L'vov 6 settembre
Partendo dall'espressione contenuta nel messaggio del Papa, circa la necessità di attendere i tempi di Dio per istituire il patriarcato, il cardinal Husar esorta i fedeli a non perdersi d'animo e a leggerla come una conferma della legittimità della richiesta avanzata.

Segue poi un'analisi dell'ordinamento patriarcale:
aspetti storici (il XX secolo è stato una pagina terribile, anche nella storia della Chiesa greco-cattolica, ma anche di costruzione attraverso grandi personalità come il metropolita Slipyj).
Si dà la definizione di patriarcato come struttura tipica delle Chiese orientali.
Chi istituisce il patriarcato? La Chiesa stessa, con il riconoscimento del Concilio Ecumenico o del Papa.
A queste considerazioni, segue l'analisi se la Chiesa greco-cattolica ucraina risponde ai requisiti necessari per l'istituzione del patriarcato, cui viene data risposta affermativa.

Particolare spazio viene dato all'analisi del contesto "ecumenico". Dapprima vengono elencati i rimproveri mossi al progetto patriarcale, che sarebbe colpevole di voler indebolire i legami con la Santa Sede in favore di una maggior autonomia, di fomentare umori nazionalistici, di costituire un ostacolo all'unione dei cristiani in Ucraina; il patriarcato inoltre costituirebbe un gesto di spregio nei confronti del Patriarcato di Mosca, che considera l'Ucraina un proprio territorio canonico, e favorisce l'uniatismo, considerato uno strumento non più valido di unità tra i cristiani.
Rispetto a questi rimproveri, il cardinal Husar richiama ad un atteggiamento di pacatezza, "perché non vogliamo che l'istituzione del patriarcato greco-cattolico ucraino arrechi sofferenze ad altri. Nella difficile situazione in cui ci troviamo, dobbiamo difendere pacatamente e ponderatamente i nostri diritti, rispettando anche i giustificati diritti degli altri".
Husar prende poi in considerazione più dettagliatamente il problema "ecumenico", ribadendo: "Riteniamo che il nostro Patriarcato sarà un importante fattore per il miglioramento delle relazioni tra cristiani, e non porterà dissidi". Lamenta la reazione delle Chiese ortodosse, che "senza aver studiato la nostra storia e senza conoscere le nostre reali necessità, hanno assunto una posizione assai ostile, consegnata al Santo Padre attraverso il patriarcato di Mosca. Tuttavia noi non abbiamo mai pensato alla creazione del patriarcato come a una minaccia o un attentato alle Chiesa ortodosse, volto a limitarne i diritti". Da ultimo, rigetta decisamente l'accusa di volersi assumere maggior autonomia da Roma.
Sottolinea poi che il patriarcato non è una mera forma giuridica, ma una maturazione della coscienza ecclesiale, è un mezzo e non un fine: il fine della Chiesa può essere solo la salvezza degli uomini attraverso il servizio a Dio e al prossimo.
Conclude sottolineando la necessità di attendere la benedizione del Papa: "Senza la benedizione del Santo e senza la conveniente umiltà da parte nostra, il nostro patriarcato potrebbe trasformarsi in una ferita nel corpo della Chiesa universale, e questo deve indurci ad essere avveduti. Siamo certi che il papa un giorno benedirà il patriarcato di Kiev e della Galizia. Il momento in cui ciò avverrà dev'essere il frutto maturo generato nelle anime dei fedeli sotto l'azione dello Spirito Santo. Per questo il problema non è l'assenso personale del papa ma, come Egli stesso ha detto, il sacramento della Benedizione divina. Proprio per la Sua grazia questo patriarcato, una volta benedetto, può diventare quello che noi desideriamo, perché sia realmente un trionfo per tutta la comunità cristiana".

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