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Rassegna stampa,28 febbraio 2005

Fonte:
CulturaCattolica.it

Dibattito sul vertice di Bratislava

Il vertice è stato vissuto dall’opinione pubblica russa come il tentativo, per altro non riuscito, del presidente americano di far lezione di democrazia alla Russia (K. Kosacev, presidente del comitato per gli affari internazionali presso la Duma, «Izvestija», 28 febbraio, p. 4), ma non si è giunti al risultato auspicato, di raggiungere cioè una collaborazione strategica.

Abbastanza controcorrente come sempre, Aleksandr Archangel’skij, nell’articolo La verticale e la guerra, «Izvestija», 28 febbraio, sottolinea la diffusa atmosfera creatasi negli ultimi tempi, dietro la spinta delle reali o fittizie opposizioni che si profilano sia nel paese, sia nei paesi circonvicini, sia rispetto alla scena internazionale.
Prendendo spunto dall’intervento di Kas’janov propostosi come candidato alle future presidenziali, il pubblicista – uno degli osservatori di «Izvestija» – commenta le reazioni dei media al vertice di Bratislava, sottolineando che in Russia stiamo assistendo al sorgere di una nuova «variante di linguaggio politico sovietico con sottostante quadro del mondo geopolitico, che viene attivamente e consapevolmente introdotto dai politici di professione».
Pur usando espressioni più eufemistiche di quelle degli anni della guerra fredda, il senso in cui è stato presentato il vertice resta il medesimo di allora: «L’America batte il ferro per spezzare la catena dell’unità interna [dell’ex blocco di Varsavia, ora ribattezzato zona di interessi e sfera di influsso russe], crea una testa di ponte per la futura guerra. In passato “teste di ponte” di questo tipo sono state l’Ungheria nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1968, la Polonia nel 1981; adesso sono Tbilisi, Riga e l’Ucraina». In altri termini, i politologi stanno preparando una nuova versione di modello del mondo brezhneviano, quello instauratosi dopo Praga fino all’Afghanistan.
Con questo – prosegue Archangel’skij – non voglio sostenere che l’Europa sia una sincera amica desiderosa di far entrare la Russia sui suoi mercati, o che l’America sia un angelo in carne ed ossa che augura alla Russia un pronto risanamento. Però, la guerra con la Russia può rendersi necessaria all’Europa e all’America solo in un caso: se la Russia, perdendo la testa e cadendo nelle mani di politici irresponsabili e criminali, si arroccherà contro tutto il mondo ad usare le armi nucleari. Cosa che non avverrà mai, che nessun cittadino responsabile potrà mai permettere.
Questo del resto lo sanno anche i politologi della «neolingua», che – continua Archangel’skij – «stanno galvanizzando la follia geopolitica sovietica a un solo scopo: la mitologia della verticale del potere può alimentarsi solo con l’energia di una crescente minaccia. Che proviene necessariamente dall’esterno. Perché se la minaccia cresce dall’interno, sorgerebbe la legittima domanda: come mai la verticale non può farci niente? Invece, la vaga prospettiva di una possibile guerra, calda o fredda non importa, possiede in questo senso un immenso potenziale consolidante».
«Intanto, restano in ombra i veri pericoli militari incombenti. L’epidemia del virus ceceno nei territori circostanti: Ingushetija, Kabardino-Balkarija, Dagestan. Esattamente come l’Unione Sovietica, perdendo tempo e denaro per opporsi alla fittizia minaccia atomica americana, aveva sottovalutato i reali pericoli che poi l’hanno spazzata via alla radice: l’Afghanistan, ad esempio. E poi si è stupita, quando in un istante è crollata una costruzione che sembrava incrollabile, grazie alla mitologia militaristica. E nessun appello all’entourage ostile, agli intrighi americani contro l’URSS e alla politica servile di Shevarnadze è servito. C’era la DDR, ed è sparita. Si è cominciato con lei, e poi è caduto tutto il Patto di Varsavia. Ecco a che cosa è servita tutta la propaganda, tutta la mobilitazione delle risorse della mitologia militaristica, e anche tutta la verticale».
«Insomma, basta montare bufere, – conclude il pubblicista – bisogna piuttosto introdurre corsi di alfabetizzazione politica. La persona libera in un paese libero. Una società civile forte. Delle persone che sappiano affrontare la concorrenza. Tra l’altro, sono tutte parole del presidente. E non di quello americano».

Il pubblicista aveva già dedicato a temi analoghi anche la sua rubrica settimanale su «Izvestija» («L’osservatore») del 21 febbraio, intitolata Ah, trovare la posizione...
In questo articolo, il giornalista criticava il comportamento «stupido e meschino» delle élite politiche portate alla ribalta della vita politica dall’ondata rivoluzionaria in Ucraina e in Georgia. Accusa l’Ucraina di essersi «affrettata a fare un’operazione di totale reprivatizzazione che ha messo a nudo i reali scopi di coloro che si celavano dietro i romantici al Majdan». Rimprovera inoltre a Juscenko di essersi preso come consigliere economico sul problema degli investimenti russi l’oppositore Nemcov, senza neppure consultare Putin, e privandosi così tra l’altro della possibilità di vedere affluire capitali russi in Ucraina. Quanto alla Georgia, critica lo scandalo provocato dall’invito a Fradkov di rendere omaggio alle vittime cadute per l’integrità territoriale del paese, cosa che il ministro di un paese che, giusto o sbagliato che fosse, aveva sostenuto l’Abchazija e l’Ossezia, non poteva fare.
Non ne consegue però, aggiunge Archangel’skij, la condanna di tutte le rivoluzioni, così come non ne consegue neppure l’inneggiare a tutti i costi alla rivoluzione come tale, in quanto processo risolutorio di tutti i problemi. «Solo un pazzo o un criminale può augurarsi la rivoluzione e la sua pericolosa euforia, e solo un criminale o un pazzo non capisce che essa porta alla luce ogni genere di torbidi, dopo i quali la vita va ricostruita daccapo. Ma solo di rado gli autori delle rivoluzioni sono gli stessi rivoluzionari; a generare l’ondata sono in genere proprio quelli che volevano invece illibertà e calma», i vari Miloshevic, Shevarnadze e Kucma, con la loro «rigida verticale di potere e distrutta orizzontale di società». I famosi soldi degli americani (che per altro circolano anche sui nostri mercati politici, osserva Archangel’skij), non servono che ad alimentare l’aspetto organizzativo. «L’energia degli eversori viene fornita dagli stessi che vengono rovesciati. E da nessun altro».
Quanto all’opposizione interna, in Russia, Archangel’skij si mostra molto critico: l’opposizione nel paese è parassitaria rispetto al potere, non è in grado di proporre un proprio programma alternativo, pur criticando i meccanismi di Putin è attaccata anch’essa a vecchi schemi... Tuttavia, l’invito espresso da Gleb Pavlovskij all’opposizione (nel corso di un recente intervento pubblico), a intavolare un dialogo con il potere, invece di paventare un’eventuale rivoluzione, è falso: il sistema così com’è oggi è un clan chiuso in se stesso, che ti fagocita o ti respinge. «Evitare alla lunga una rivoluzione – conclude Archangel’skij – sarà possibile solo aprendo realmente il mercato della concorrenza politica, con tutti i rischi che questo comporta. La rivoluzione oggi si può fermarla solo dall’alto, dal basso potrebbe essere inghiottita solo da una rivolta distruttiva, che sarebbe peggio anche di una rivoluzione manovrata».


Nuovo movimento giovanile «filo-Putin»

«Kommersant», 28 febbraio, p. 7, dà notizia del primo convegno svoltosi, in atmosfera di assoluta segretezza nei dintorni di Mosca, per la formazione del nuovo movimento giovanile «Nashi» (cioè «I nostri»), sotto l’egida del movimento già esistente «In marcia insieme», e del suo leader Vasilij Jakemenko. Al convegno ha partecipato anche il vice dell’amministrazione presidenziale, Vladislav Surkov. Il nuovo gruppo, che raccoglie adolescenti tra i 15 e i 18 anni, avrebbe il compito di serrare le fila, di «fermare la rivoluzione arancione e le ingerenze americane». Anche qui si è parlato di elezioni del 2008, e della prospettiva di far scendere in piazza 300.000 persone, per «difendere la Russia». Da notare che, a differenza dei putiniani «In marcia insieme», nel nuovo movimento il nome di Putin non viene mai fatto. Nel corso dell’assemblea si è registrato anche un episodio di violenza contro il leader giovanile di «Jabloko», Il’ja Jashin, che si era presentato nelle vesti di semplice studente e invece, smascherato come «esponente dei peggiori nemici della Russia», è stato preso a calci e buttato a testa in giù nella neve. In termini critici parla del fenomeno anche «Nezavisimaja gazeta», pp. 1-2, sottolineando che si tratta di «portatori dell’ideologia imperialista, basata sulla ricerca del nemico». Jashin non ha escluso che in futuro il movimento potrebbe formare delle «squadracce», e che comunque esso si inquadra nella nuova ideologia autoritaria che il potere tenta di elaborare dopo Beslan.

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