Condividi:

Rassegna stampa, 29 novembre 2004

Autore:
P.Romano Scalfi
Fonte:
CulturaCattolica.it

È uscito il primo numero del bollettino «Ekzarchat» (datato 2 novembre 2004), edito a Pietroburgo, che pubblica due appelli, rispettivamente ai «fedeli dell’Esarcato della Chiesa cattolica russa di rito bizantino» e al clero della Chiesa greco-cattolica russa, e all’episcopato e al clero della Chiesa latina.
Entrambi i documenti sono firmati dai sacerdoti Golovanov, Rostislav Kolupaev, Filipp e Alipij e Kirill Mironov.
Nel primo appello si dà notizia del Sinodo di agosto, che ha eletto secondo le norme del diritto canonico delle Chiese orientali, un reggente nella persona di padre Sergij Golovanov. Sottolineando la complessità della situazione, si afferma che questi sono i primi passi per giungere a una normalizzazione, e si esortano i fedeli a non credere a quanti instillano loro dubbi sulla validità canonica dell’accaduto, pur nella libertà di ciascuno di accettare o no i passi fatti.
D’altro canto, si ribadisce: «Restiamo in preghiera ad attendere le decisioni della Santa Sede che, speriamo, potranno risolvere definitivamente tutti i problemi. Chiediamo a tutti di unirsi a noi in preghiera, affinché Dio ci doni la possibilità di ottenere nel più breve tempo possibile queste decisioni dell’autorità ecclesiastica suprema».
Nel frattempo, si esplicita la volontà di lavorare in campo educativo e pastorale, per assicurare una normale cura d’anime alle comunità e il ripristino di una vita monastica di rito orientale.
Il secondo appello traccia una storia dell’Esarcato in Russia dall’epoca della sua fondazione, e fino al sinodo dell’agosto 2004.

La visita del Dalai Lama in Russia, «Kommersant», 29 novembre
L’ingresso nella Federazione Russa gli è stato finalmente concesso, e in data odierna inizia la sospirata visita del leader buddista in Kalmykia (3 giorni). Per quanto Mosca abbia insistito sul carattere esclusivamente pastorale della visita, Pechino ha espresso il suo forte scontento.

Sui fatti in Ucraina
«Nezavisimaja gazeta», 29 novembre, ospita un interessante intervento critico del politologo Stanislav Belkovskij, vicino all’Amministrazione del Presidente Putin, presidente dell’Istituto di Strategia Nazionale. «La Russia ha perso, l’Ucraina si è spaccata», è il sottotitolo. «Quello che è avvenuto in Ucraina è una vera e propria rivoluzione. E va riconosciuto, comunque sia il nostro atteggiamento verso la rivoluzione, e la rivoluzione di novembre in Ucraina in particolare.
L’élite politica russa, abituata a vivere nel mondo degli stereotipi che si è creata lei stessa, non l’ha ancora capito. L’idea che ciò che è successo a Kiev sia un rivolgimento ben pagato, organizzato da tecnocrati della politica, non ha niente a che vedere con la realtà. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza non perché erano state pagate. E neppure perché gli piacesse molto il candidato Juscenko. Sapevano semplicemente che i risultati delle elezioni sarebbero stati falsificati, e che quindi una nuova fase della storia ucraina poteva cominciare solo in piazza. La rivoluzione era inevitabile perché il modello precedente di potere in un singolo paese del mondo postsovietico ha fatto il suo tempo.
La rivoluzione ha messo in luce lo stridente contrasto fra le diverse regioni ucraine. Sono contraddizioni obiettive, sorte in seguito ai processi storici di formazione dello Stato ucraino attuale. La Russia è risultata perdente: una sconfitta che resta anche nel caso in cui alla fine Janukovic riesca a diventare presidente. In seguito a una campagna elettorale sporca e cinica come mai in passato, in cui Mosca ha avuto un ruolo non secondario, l’élite politica ucraina ha perso la fiducia in tutto ciò che viene dalla Russia. E non sono sicuro che questa fiducia sia recuperabile sotto l’attuale leadership del Cremlino». Oltre a mettere l’accento sugli errori commessi dal Cremlino, e personalmente da Putin negli ultimi sei mesi, il politologo sottolinea il grave problema della divisione creatasi in Ucraina, a cui dovrebbe corrispondere un nuovo sistema politico, che prenda atto delle differenze di identità esistenti nel paese.

Luigi Geninazzi, La società civile in Ucraina esiste, «Avvenire», 28 novembre
La rivoluzione arancione pregusta il sapore della vittoria. Certo, la partita è solo rinviata ma lo spettro della guerra civile si è definitivamente allontanato. Tutto fa pensare che l'Ucraina tornerà presto alle urne. Lo vuole il Parlamento ed anche se l'ultima parola spetta al capo dello Stato sembra ormai che non ci sia altra soluzione alla drammatica crisi di questi giorni. L'Ucraina può tirare un respiro di sollievo: non è più un Paese con due presidenti rivali e non sarà mai una nazione schiava di un potere arrogante e truffaldino. Ha protestato con grande dignità senza cedere alla violenza, ha rivendicato nelle piazze il diritto fondamentale di ogni popolo ad avere elezioni libere e corrette. E tira un respiro di sollievo anche l'Occidente che ha "interferito" a giusta ragione chiedendo la ripetizione del voto ucraino. Le folle di dimostranti attorno al Parlamento di Kiev, quella macchia arancione dei sostenitori di Viktor Jushchenko, il candidato sconfitto dai numeri ufficiali che ha denunciato colossali brogli nel voto di domenica scorsa, ci hanno riportato alla memoria gli scioperi degli anni Ottanta in Polonia, le proteste dell'89 in Centro Europa e la rivolta popolare contro Milosevic nella Serbia del 2000. Dimenticata e trascurata dall'opinione pubblica internazionale, l'Ucraina giunge alla ribalta nel 2004, l'anno che ha visto l'ingresso nella Ue di molti Paesi ex comunisti, e ci ricorda che esiste un'altra Europa dell'Est, ben diversa da quella che quindici anni fa ha imboccato la strada della democrazia. D'improvviso l'Ucraina (il cui nome significa terra di confine) si trova a ridosso dell'Unione europea ed acquista un ruolo geo-politico di grande importanza. Non a caso ha fatto litigare Russia e Occidente come non succedeva dai tempi della guerra fredda. Il destino di questo Paese è di essere strattonato da Est e da Ovest, con gli ucraini costretti a combattersi tra loro. È successo negli anni tragici della rivoluzione bolscevica, con "la guardia bianca" in guerra contro l'Armata Rossa. Uno scontro ideologico, per fortuna meno sanguinoso, che è tornato ad affacciarsi in questi giorni tra i due rivali di Kiev, il "filo-occidentale" Jushchenko e il "filo-russo" Janukovich. Ad alcuni è sembrato che i grandi burattinai del dramma ucraino stessero a Mosca ed a Washington. Da un lato la lobby polacco-lituano-americana, dall'altro le pressioni del Cremlino. La conclusione è scontata: l'Occidente mira a staccare l'Ucraina dalla Russia. È una visione semplificata che fa torto alla realtà. Nessuno vorrà negare i profondi legami che esistono tra queste due nazioni slave. L'errore di Putin non consiste nel rivendicarli bensì nel modo con cui li difende. Sostenere a spada tratta un ex burocrate rozzo e arrogante come Janukovich e negare la realtà dei brogli elettorali denunciati da tutti gli osservatori non sembrano essere i modi migliori per affermare i propri legittimi interessi. Quanto sta avvenendo in Ucraina è lo scontro tra una società civile che chiede il rispetto dei fondamentali diritti democratici ed un potere che falsifica la volontà popolare. Se rischia di diventare uno scontro tra Est ed Ovest la colpa è di chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata. Putin dovrebbe seriamente riflettere sull'abbaglio che ha preso in Ucraina. La Russia ne avrebbe tutto da guadagnare.

Vai a "Russia: passato e presente"