Rassegna stampa, 30 novembre 2004
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Intervista al ministro dell’istruzione russo, «Itogi», 30 novembre, pp. 50-54
Il 9 dicembre il governo discuterà le linee prioritarie di sviluppo del sistema di istruzione in Russia. Sulle prospettive della scuola nel paese viene interpellato il ministro Andrej Fursenko.
Questi afferma che «il compito principale è creare nuove possibilità, conservando quello che già funziona nella scuola». Occorre comunque introdurre delle modifiche, dettate dalla rapidità con cui cambia la vita stessa.
Un secondo ordine di problemi è costituito da quelli «volti ad assicurare la qualità dell’istruzione» e ad assicurare «un livello paritario di preparazione a tutti coloro che entrano nella scuola».
Sussiste anche il problema della gratuità della scuola, e dell’aumento di stipendio agli insegnanti, per incentivare i giovani che potrebbero introdurre nella scuola nuove metodologie. A questo scopo, il ministero proporrà alle Regioni di caricare sul proprio bilancio il finanziamento del programma scolastico di base, che costituisce il 75% circa di tutti gli oneri. La scuola di base sarà quindi gratuita, i genitori pagheranno per le materie facoltative. D’altro canto, lo stipendio dell’insegnante dovrebbe essere commisurato anche alla sua qualifica e qualità di insegnamento, e in questo senso occorre lasciare più spazio di azione ai direttori scolastici.
Nel complesso, il ministro si mostra molto preoccupato di migliorare lo standard tecnico e scientifico, e di aggiornare l’istruzione a modelli più evoluti in questo senso.
Non gli viene fatta la domanda – in genere di prammatica – sull’insegnamento della religione, su cui per altro il ministro Fursenko ha già preso più volte posizione in passato, l’ultima volta il 15 novembre a Perm’, nell’ambito del «Forum sociale 2004» (cfr. rassegna del 18 novembre). In quell’occasione aveva detto che già a fine anno dovrebbero essere pronti i testi di almeno due manuali. Il ministro ha precisato che insegnare solo una religione, cosa che avverrebbe nel caso in cui si introducesse la materia «Fondamenti di cultura ortodossa», sarebbe sbagliato e incoerente, perché la Russia è un paese pluriconfessionale. Vero però, ha aggiunto, che per il suo ruolo storico preponderante, all’ortodossia sarà dedicato ampio spazio. Gli insegnanti dovranno essere esclusivamente laici, e il problema andrà posto in modo tale che ciascuno possa poi fare liberamente la propria scelta.
Il problema dell’educazione religiosa viene da tempo dibattuto in Russia: da parte della Chiesa ortodossa russa la posizione è molto netta, ed è stata autorevolmente ribadita anche dal Concilio dei vescovi dell’ottobre 2004, dove il patriarca e il metropolita Kirill, denunciando la crescente minaccia costituita dalle «sette religiose» e i fenomeni di terrorismo che talvolta si collegano ad esse, hanno dichiarato che è necessario lavorare in campo educativo, ammettendo, forse per la prima volta, che la Chiesa finora non è riuscita a fare pressoché nulla per i giovani e in campo educativo in generale.
La Chiesa ortodossa caldeggia, in particolare, l’introduzione nella scuola pubblica della materia facoltativa «Fondamenti di cultura ortodossa». Su questo tema è in atto ormai dall’ottobre 2002 una vivace polemica, non ancora conclusasi. Infatti, il mondo intellettuale sostiene che un tale insegnamento violerebbe la laicità e soprattutto la pluriconfessionalità della scuola, in un Paese religiosamente variegato come è la Federazione Russa, e che in sostanza questo significherebbe un’ingerenza della Chiesa nella scuola. Sorgono anche problemi pratici (la preparazione degli insegnanti, gli strumenti didattici a disposizione ecc.), ma certamente la questione ideologica è al primo posto.
La posizione del Ministero è invece nettamente a favore di una più neutrale «Storia delle religioni», che dovrebbe essere introdotta come materia d’obbligo e che potrebbe fornire il fondamento etico da tutti invocato come lo scopo fondamentale per l’insegnamento religioso nella scuola: da notare che questo valore morale della religione non è contestato da nessuno, e non vede interventi contrari.
Va anche aggiunto che la stessa Chiesa ortodossa non ha l’idea di introdurre l’insegnamento dell’Ortodossia come proposta di fede (catechismo), ma come cultura nazionale atta a sostenere l’identità nazionale e culturale russa, e chiamata a colmare il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica.
Resoconti sulla visita del Dalai-Lama
Ne parla diffusamente «Kommersant», 1 dicembre, p. 7, dando un resoconto dell’incontro con i fedeli, osteggiato dall’inclemenza del tempo e dai cordoni di poliziotti che impedivano ai mezzi di avvicinarsi a più di 3 km dal luogo dell’incontro, e poi alla folla di migliaia di persone di avvicinarsi al leader religioso. Il Dalai-Lama ha parlato soprattutto degli aspetti etici dell’insegnamento di Budda, che possono accomunare buddisti e cristiani. Nella stessa giornata il Dalai-Lama ha incontrato anche l’arcivescovo ortodosso della Kalmykija Zosima, scambiandosi con lui dei doni.
Nella stessa data, «Izvestija» sottolinea che i fedeli mobilitati sono stati più di 50.000.
Alla visita è dedicata anche la prima pagine di «NG Religii», 1 dicembre; vi si sottolinea il carattere strettamente religioso dell’iniziativa, che non prevede alcun incontro con le autorità civili per non creare incidenti politici con la Cina. L’ultima visita del leader religioso in Russia era stata, sempre in Kalmykija, nel 1992.
L’andamento del dialogo con gli ortodossi all’estero, «NG religii», 1 dicembre
Ne parla nel corso di un’intervista l’arcivescovo Mark Arndt di Berlino, dopo il terzo round di trattative, svoltosi recentemente a Mosca. Sottolinea la necessità di riprendere la famosa «Dichiarazione di lealtà» del metropolita Sergij del 1927, che costituì uno dei principali punti di rottura con la Chiesa all’Estero, alla luce di quanto esposto nella «Concezione della dottrina sociale» approvata dal Concilio del patriarcato di Mosca nel 2000 e positivamente valutata anche dalla Chiesa ortodossa all’Estero. Bisogna stilare un documento congiunto delle due Chiese, che dia nuovo impulso al ravvicinamento.
Dimostra una certa prudenza nel parlare delle prospettive della riunione, pur dichiarandosi ottimista, e afferma che per l’unione occorre la convocazione del Concilio di tutta la Chiesa ortodossa russa all’Estero, che si prospetta di convocare tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006. Ammette l’esistenza di forti opposizioni alla riunione, all’interno della sua Chiesa, a livello sia di posizioni ideali come di problemi tecnici, legati alla giurisdizione dei sacerdoti, ai beni di proprietà delle comunità e così via.
Chiesa e Stato in Ucraina
Cominciano ad apparire reazioni e commenti che coinvolgono elementi di tipo religioso ed ecclesiastico.
Il 26 novembre il Presidente dei pentecostali in Russia, vescovo Rjachovskij, ha rivolto un appello ai cittadini ucraini, invitandoli a meditare sulla secolare unità fra i popoli russo e ucraino, che non è datata solo all’epoca sovietica. Esorta dunque alla pace, all’unità, e ad evitare spargimenti di sangue e lotte fratricide.
Il 27 novembre il cardinal Husar ha pubblicato un documento, con le sue considerazioni sulla situazione («risu.org.ua»). Premettendo che fin dall’inizio della campagna elettorale la Chiesa greco-cattolica ucraina, come le altre Chiese, aveva invitato a pregare affinché le elezioni fossero oneste ed eque, il Porporato sostiene che «nel fervore degli ultimi giorni è divenuto evidente che il nostro popolo è maturato fino al punto di poter creare uno Stato di diritto, dove tutti siano uguali davanti alla legge e ciascuno abbia la possibilità di esprimersi». Certo, bisogna fare i conti con la libertà dell’uomo, che può volgere le proprie energie e quelle della società sia al bene che al male: è quanto si constata davanti alle numerose comprovate falsificazioni delle elezioni. Qui sono gravi le responsabilità degli attuali governanti, che perpetrano modelli di comportamento dell’epoca sovietica. Il presule invita poi a pregare perché la situazioni non degeneri e si risolva in violenza, come già avvenne in passato, ma affinché con gli sforzi di tutti si superino le divisioni e si riscopra l’unità e la solidarietà di un popolo.
Negli stessi giorni i primati delle Chiese ortodossa del patriarcato di Kiev, greco-cattolica, battista, pentecostale, e il vescovo Trofimjak vicepresidente della Conferenza dei vescovi cattolici latini dell’Ucraina, hanno scritto una lettera aperta a Kucma, in quanto garante della Costituzione, osservando che quando il Presidente non agisce in tal senso, è costretto ad assumersi tali responsabilità il popolo, che in quest’occasione è sceso in piazza per far valere la giustizia. A far questo l’hanno indotto proprio «le incoerenti, e talvolta criminali e anticostituzionali azioni dell’autorità governativa. La forza della protesta popolare testimonia che i diritti della persona sono stati brutalmente calpestati. Sarebbe stato impossibile suscitare tali sentimenti solo per gli interessi personali di uno dei candidati alla presidenza. E tutto il mondo ne ha preso atto». I leader religiosi esortano quindi energicamente Kucma ad assumersi le proprie responsabilità («Con Dio non si può scherzare»), e gli assicurano la loro preghiera per il suo equo operato in difesa della Costituzione e del diritto. Da parte sua, il cardinal Husar si è proposto come intermediario tra le parti (30 novembre).
In difesa di Janukovic è invece intervenuto apertamente il metropolita Ilarion di Doneck (Patriarcato di Mosca), deprecando divisioni e conflitti, che possono generare in situazioni simili all’ex Iugoslavia, alla Moldavia e alla Georgia, e ricordando gli inizi degli anni ’90, quando nella regione di Ivano-Frankovsk, dov’era a quell’epoca, era divampato l’odio interreligioso al grido di «Via i popy moscoviti!». Invece Janukovic è una persona per bene, un esperto di economia, un buon ortodosso, che potrà assicurare un futuro di benessere: per questo il vescovo stesso ha votato sempre per lui.
Il Patriarca Aleksij ha inviato il 29 novembre un telegramma a Kucma (sito ufficiale del Patriarcato), esprimendo la propria preoccupazione e speranza «nel ripristino della pace e della concordia nella vita politica dell’Ucraina», auspicando che si realizzino gli sforzi della «maggioranza dei cittadini dell’Ucraina, desiderosi di rafforzare il paese, di conservare un’autentica indipendenza e di ampliare le relazioni fraterne con la Russia».
Un collaboratore di Kirke in Not, Mark Tomashek, in un’intervista a «Radio vaticana» il 30 novembre ha dichiarato che fra tutte le confessioni religiose solo la Chiesa ortodossa russa del patriarcato di Mosca ostacola il dialogo sociale in Ucraina. «vescovi e sacerdoti cattolici sono aperti al dialogo con tutti, musulmani di Crimea, ebrei, ortodossi e atei. Ma bisogna che diventi una strada a doppio senso. Invece, il patriarcato di Mosca si è isolato rispetto a tutte le altre Chiese del paese», e le ultime elezioni hanno reso ancor più evidente questa divisione (un qualche vescovo ha addirittura minacciato i fedeli di allontanarli dai sacramenti per due mesi, se non avessero votato Janukovic). «A questo punto – ha concluso Tomashek – assisteremo a unìinteressante evoluzione della situazione nelle relazioni ecumeniche. Adesso i fedeli possono stabilire con certezza quali Chiese sono aperte ai principi universali dell’etica e della morale, e quale sostiene gli interessi di determinati partiti e gruppi» («portal.credo.ru»).
Andrej Kuraev, Perché la Chiesa ortodossa russa appoggiava Janukovic?, «Izvestija», 2 dicembre
Il noto pubblicista e diacono ortodosso rileva l’aperta partecipazione della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca alla campagna elettorale in Ucraina, attraverso esplicite dichiarazioni del metropolita Vladimir, distribuzione di volantini ecc. nelle chiese, celebrazioni di funzioni il 21 novembre per impetrare la vittoria al «servo di Dio Viktor Janukovic», e addirittura la composizione di un’apposita preghiera per lui.
Si noti che in Russia, al contrario, le autorità religiose sono molto accorte e caute in casi analoghi di vicende elettorali. Da che cosa è stata motivata invece questa posizione? L’Ucraina – continua Kuraev – non si è ancora formata come entità unitaria. Vi sono ben 6 regioni molto diverse fra loro per storia, cultura, tradizioni, che hanno sguardi radicalmente diversi sulla propria storia nazionale e sulle relazioni con la Russia da un lato, e con l’Occidente dall’altro, vi sono cattolici, ortodossi e tatari.
All’inizio degli anni ’90 hanno preso il sopravvento gli «occidentalisti» galiziani, con i loro soprusi. La posizione così apertamente schierata della Chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca è un disperato tentativo di difendere l’integrità dell’Ucraina dalle ingerenze dell’Occidente, è un’azione patriottica al contrario di quanto fanno chiese nazionali come il sedicente «Patriarcato di Kiev», che sostenendo Juscenko sono a favore della completa smobilitazione dell’indipendenza dell’Ucraina da parte del mondo politico occidentale.
Dichiarazione di padre Kovalevskij sulla festa del 4 novembre, «portal-credo.ru», 29 novembre
«A parer mio questo fatto non ha un valore anticattolico. L’epoca dei Torbidi fu effettivamente un periodo molto difficile nella storia russa, in cui anche parte della società russa sostenne gli occupanti. Fu una lotta politica, per interessi nazionali, e non una lotta interconfessionale». Pur non condividendo personalmente nel modo più assoluto la festa del 7 novembre, come inizio della rivoluzione bolscevica, padre Igor’ sottolinea poi che bisogna essere attenti a tutti coloro per i quali, in qualche modo, questa giornata ha un valore positivo festivo.