Rassegna stampa, 9 settembre 2004
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Sintesi sugli ultimi fatti di terrore
La politica (dati ripresi dal Corriere della sera, 9 settembre)
La Russia mette una taglia di 300 milioni di rubli (oltre 10 milioni di dollari) sulla testa di Shamil Basayev e Aslan Maskhadov, i due leader ceceni considerati gli ideatori del sequestro di Beslan. E sposa la dottrina della guerra preventiva al terrore. «Mosca è pronta a sferrare colpi preventivi contro le basi dei terroristi in ogni regione del mondo» ha annunciato il capo di Stato maggiore Jurij Baluevskij. «Questo non significa - ha aggiunto - che useremo armi nucleari: i mezzi saranno determinati in base alle concrete situazioni». Più che a una vera e propria guerra, come quelle contro l'Afghanistan o l'Iraq, è possibile che Mosca pensi ad azioni mirate. Magari simili a quella di febbraio in Qatar, quando l'ex presidente ceceno Zelimkhan Jandarbiev saltò in aria sulla sua auto. Per l'omicidio la polizia di Doha arrestò due 007 di Mosca.
Il Procuratore generale russo Vladimir Ustinov ha riferito a Putin su Beslan riassumendo le confessioni di Nur-Pashi Kulaev, il presunto terrorista arrestato. Una trentina di uomini e almeno 2 donne riuniti in un bosco, con armi ed esplosivi; viaggio a Beslan su 3 macchine e scontro a fuoco con la polizia lungo la strada. E' l'inizio del raid alla scuola descritto da Ustinov. Che ha aggiunto: «I leader del commando dicevano agli ostaggi che sarebbero tutti morti». Ma ci sono più versioni su quanti e chi fossero gli autori del sequestro. Ustinov, comparso anche in tv, ha sorvolato sulla presenza di arabi, parlando di 8 terroristi identificati sui 30 corpi trovati interi e spiegando che un cadavere è a pezzi e un sequestratore è in arresto. Il suo vice Sergei Fridinskij, secondo l'agenzia Interfax , ha detto che i sequestratori ai quali è stato dato un nome sono 12 e che alcuni di loro «hanno preso parte agli scontri che provocarono 90 morti in Inguscezia ad agosto». Ci sono altri video del sequestro, ha chiuso Fridinski, ma per ora sono secretati e in ogni caso «alcune parti non potranno mai essere mostrate». E ancora: soldati reduci dalla battaglia in Ossezia hanno parlato durante i funerali di 10 teste di cuoio morte a Beslan: «Abbiamo preso vivi 4 membri del commando, tra cui una donna. Due terroristi sono scappati, ma li troveremo e li faremo a pezzi». Le indagini continuano: ieri in Cecenia sono state arrestate due donne, 16 e 34 anni, sospettate di essere kamikaze pronte a colpire. E si aggiorna il bilancio della strage: i morti sono 358 (di 32 corpi restano frammenti e per altri 105 l'identificazione avverrà grazie al Dna), i dispersi, alla fine, potrebbero essere poche decine; 54 feriti sono in gravi condizioni.
Mosca pare orientata a collegare la tragedia di Beslan alla rete mondiale del terrore. E trova sponda a Gerusalemme. Il 5 settembre, 24 ore dopo l'annuncio di Putin che la Russia era stata attaccata dal terrorismo internazionale, il premier Ariel Sharon l'ha chiamato offrendo solidarietà e collaborazione. Il giorno dopo, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha incontrato in Israele il collega Silvan Shalom e Sharon. Visita programmata da tempo, agenda stravolta: si è parlato di terrorismo, Sharon ha detto che Israele da tempo è alle prese «con quello arabo e palestinese, uguale a quello che ha colpito la Russia». Lavrov ha frenato: «La guerra al terrorismo non è guerra all'Islam». Ma i due Paesi hanno stretto un'alleanza basata su reciproco sostegno diplomatico e d'intelligence nella guerra al terrore.
Ieri il ministro degli Esteri britannico Jack Shaw ha definito «comprensibile» l'annuncio che la Russia potrebbe ricorrere ad attacchi preventivi. Ma, mentre Mosca aderisce alla dottrina partorita da Washington per la guerra senza frontiere al terrore, i rapporti tra Usa e Russia si raffreddano. Gli Usa dicono di riconoscere il diritto di ogni Stato a difendersi, ma collegano l'attacco a Beslan alla questione cecena. Non solo: Washington ha sottolineato l'importanza di una soluzione politica per la crisi russo-cecena e dopo l'attacco di Putin - «invitate voi Bin Laden per trattare» - ha detto che continuerà a parlare con l'ala moderata cecena. Lapidario Lavrov: «I nostri problemi interni li risolviamo da soli».
Ieri a Vladikavkaz, capitale dell'Ossezia del Nord, oltre duemila persone hanno manifestato davanti al Parlamento contro Putin e il governo regionale, che ha rifiutato di negoziare con i terroristi. Il presidente osseto Alexander Dzasokhov ha annunciato che si dimetterà con tutto l'esecutivo.
I commenti della stampa e gli umori dell'opinione pubblica
I giornali in genere sono stati duri con Putin e la sua politica, in relazione ai recenti fatti di terrorismo culminati nella strage di Beslan, identificando in essi la sconfitta della linea del presidente: in realtà l'apparente legalità instaurata è solo una facciata, la corruzione prosegue e dilaga, la guerra interna è una realtà. Non è un caso che nei giorni scorsi sia stato licenziato il direttore di «Izvestija», formalmente per aver pubblicato sabato una serie di foto molto crude su Beslan, in realtà perché autore di giudizi troppo indipendenti e di una linea non abbastanza ossequiente all'amministrazione presidenziale. Su queste posizioni di dura critica si trovano unite a «Izvestija» anche «Nezavisimaja gazeta» e «Kommersant», mentre la governativa «Rossijskaja gazeta» mantiene un rigoroso riserbo, presentando i fatti nell'ottica delle autorità.
Duramente criticata anche la manifestazione svoltasi lunedì pomeriggio sulla Piazza Rossa intorno a San Basilio: la gente (160.000 persone) è stata reclutata esattamente come in epoca sovietica, dalle varie fabbriche e istituti sono stati precettati numeri precisi di manifestanti. Tra quanti sono andati spontaneamente, slogan e cartelloni erano i più disparati (dal dollaro al sito del presidente ecc.), mentre il giorno dopo sui quotidiani il succo della questione è stato riportato come: «Non ci faremo mettere in ginocchio», «La Russia è più forte dei terroristi», e così via. Su praticamente tutti i giornali, è stato messo in luce il carattere «commissionato» e politicizzato della manifestazione, di contro alla spontaneità della manifestazione svoltasi a Roma con 150.000 persone (su quasi tutti i giornali sono state pubblicate una accanto all'altra le foto delle due manifestazioni, con eloquenti immagini degli slogan dell'una e dell'altra). Da notare che anche la Chiesa, pur facendo pregare per le vittime del terrore, ha insistito a livello ufficiale sulla «Russia forte e unita» ad esempio, domenica 5 settembre il Patriarca è intervenuto al Festival della gioventù ortodossa citando come esempio da seguire nella situazione odierna le battaglie di Borodino, Kulikovo, la liberazione dopo i torbidi, facendo (dopo il canto del Requiem) un discorso puramente nazionale. Belkovskij, ideologo della Corporazione di azione ortodossa, ha fatto varie dichiarazioni sulla stampa sulla necessità di creare un'élite ortodossa per coagulare intorno ad essa l'unità del paese.
Tra le voci «fuori dal coro» una lettera dell'oligarca Chodorchovskij, da un anno in prigione (ripresa dai maggiori quotidiani in data 8 settembre), sulla necessità di pregare per le vittime, dove si sottolinea che ciò che permette il terrorismo sono l'irresponsabilità e l'indifferenza, moltiplicatori della violenza; un commento di Archangel'skij («Izvestija», 6 settembre), intitolato «Fa' quel che devi», che richiama alla responsabilità, alla cultura, citando la Fiera del libro svoltasi a Mosca la settimana prima come un esempio di responsabilità civile. Cultura ed educazione sono le vere armi con cui è possibile combattere il terrorismo.
Galina Brynceva, La fede dà speranza, «Rossijskaja gazeta», 9 settembre
Si riprende l'appello del patriarca a condannare il terrorismo e a combatterlo; ad esso si è unito anche il co-presidente dei mufti della Russia Ismail-chazrat Shangareev.
Una settimana prima della tragedia degli aerei esplosi Romir Monitoring aveva fatto un sondaggio sui problemi di fede in 102 punti abitati, a 1500 rispondenti dai 18 anni in su: l'80% si è detto credente.
Alla domanda: «Con quanta frequenza trova il tempo per pregare?», le percentuali sono le seguenti:
mai | 37% |
più raramente di 1 volta al mese | 21% |
una volta al giorno | 13% |
più volte in un mese | 12% |
più volte in una settimana | 8% |
più volte al giorno | 7% |
non hanno saputo rispondere | 2% |
Le più coerenti nella fede sono le donne e le persone anziane. Il 54% delle donne e il 58% degli anziani pregano almeno più volte al mese; la risposta «mai» si riscontra soprattutto tra i giovani e gli uomini.
Si sviluppano i rapporti tra Patriarcato e ministero degli esteri, «portal-credo.ru», 8 settembre
Viene ripreso un comunicato dell'agenzia Novosti, sul primo incontro avvenuto tra il patriarca e il ministro Lavrov l'8 settembre nella residenza del patriarca. Quest'ultimo ha detto tra l'altro che «dobbiamo proseguire una buona collaborazione. I nostri concittadini che vivono in diversi paesi e continenti oggi hanno bisogno di sostegno spirituale». Queste aspirazioni sono condivise anche dal ministro, in base alle sue dichiarazioni, secondo cui vorrebbe coordinare la sua attività con i cittadini all'estero con la Chiesa ortodossa russa. Lavrov è stato tra i sostenitori della ristrutturazione della chiesa ortodossa di San Nicola a New York.
Intervista a padre Michail Ardov (Chiesa ortodossa all'estero), sugli ultimi fatti, «portal-credo.ru», 8 settembre
Questi rileva che è stato assente un giudizio cristiano, perché le guerre sono una punizione inviata da Dio per «richiamarci al pentimento e alla moralità, alla rinascita morale». Su questo nessuno, né il patriarca Aleksej né il vescovo Feofan, ha parlato chiaro. Ecco la cosa più terribile in questa situazione, che mostra chiaramente la debolezza spirituale del patriarcato di Mosca.