Mostre Gennaio 2022
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Il nostro itinerario prende avvio da Torino, presso la Fondazione Accorsi Ometto. Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Massimo Campigli, Filippo de Pisis, René Paresce, Gino Severini, Mario Tozzi sono gli artisti che hanno ridisegnato le sorti della pittura italiana nel XX secolo, in quel quinquennio d’oro che va dal 1928 al 1933 e in cui si è compiuta l’avventura francese de Les Italiens de Paris, titola della rassegna in questione .La mostra restituisce il clima artistico, propositivo, dialogante e provocatorio, di un crocevia spazio-temporale unico e irripetibile: attraverso una settantina di opere si ritrova quella tensione europeista maturata tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, un’epoca che vide Parigi farsi scenario di una cultura cosmopolita e interattiva, antitradizionale, in cui maturare il confronto con i movimenti avanguardisti.
Ma eccoci ora a Milano per una ricchissima serie di proposte.
Presso il Museo Diocesano ben due mostre in clima natalizio. L’Annunciazione di Tiziano Vecellio (1490-1576) è il Capolavoro per Milano 2021, iniziativa giunta alla sua XIII edizione che, come di consuetudine, accompagna i visitatori per tutto il periodo natalizio. La grande tela (280×193 cm), opera della piena maturità del maestro veneto, caratterizzata dalla vibrante ricerca luministica, proviene dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, in deposito dalla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, patrimonio del Fondo Edifici di Culto amministrato dal Ministero dell’Interno. L’opera è stata eseguita attorno al 1558 per la famiglia Pinelli, banchieri e mercanti di origine genovese trasferitisi a Napoli, per la loro cappella nel transetto della chiesa, dedicata alla Vergine Annunciata nel 1575 da Cosimo Pinelli. Firmata “Titianus f” sull’inginocchiatoio, l’Annunciazione costituisce uno dei capisaldi della maturità dell’artista e rappresenta un raro episodio di pittura veneta nella Napoli del Cinquecento. La tela rivela i più alti raggiungimenti del Tiziano maturo evidenti negli straordinari effetti luministici, in particolare nelle scintillanti vesti nell’angelo, in damasco rosa e argenteo, intessuto di fili d’oro, nella resa dei bagliori che intridono la materia pittorica e nella libertà della composizione. Lo spazio è dominato da una sola presenza architettonica, l’imponente colonna alle spalle della Vergine, mentre sullo sfondo, a sinistra, si apre uno scorcio con un paesaggio autunnale, con toni di marrone e rosso che spiccano sull’azzurro del cielo. La Vergine si raccoglie umilmente con le braccia incrociate sul petto, mentre l’angelo la raggiunge con un gesto dinamico e dal cielo scende un fascio di luce contornato da un turbinio di angeli.
Il Ventennale di inaugurazione del Museo è l’occasione per esporre nelle sale del museo per la prima volta un’importante donazione, il “presepe del Gernetto” di Francesco Londonio (1723-1783), così chiamato dalla villa Gernetto a Lesmo, in Brianza, per la quale fu realizzato, probabilmente su commissione del conte Giacomo Mellerio. Il “presepe del Gernetto” è costituito da un gruppo di circa sessanta figure (tra le quali la Sacra Famiglia con i re Magi, alcuni pastori, paggi, fanciulli, contadini, ma anche animali, talvolta inseriti in vere e proprie quinte sceniche) dipinte a tempera su carta e cartoncino sagomati. Francesco Londonio, artista lombardo specializzato in scene campestri, animali e – appunto – presepi, le realizzò probabilmente intorno agli anni sessanta-settanta del Settecento, in un momento in cui la sua attività era particolarmente apprezzata da una committenza costituita dalla antica e nuova nobiltà lombarda. Il ritrovamento del presepe ha permesso l’avvio degli studi, che sarà necessario approfondire, ma è molto probabile che le opere costituissero in origine tre distinti nuclei di “presepi di carta”; in due di questi si distingue la mano di Londonio mentre un terzo piccolo gruppo di figure è riferito a un suo imitatore.
Rimaniamo sempre in clima natalizio. Presso Palazzo Marino ritorna l’offerta alla città, in tempo di Natale, di alcuni capolavori. Quest’anno la rassegna ha per titolo Il Rinascimento di Bergamo e Brescia. Lotto Moretto Savoldo Moroni. Sono quattro le opere che sono esposte in Sala Alessi. La prima, di Lorenzo Lotto, si intitola Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria e arriva dall’Accademia Carrara di Bergamo; la seconda è firmata da Alessandro Bonvicino detto il Moretto: San Nicola di Bari presenta gli allievi di Galeazzo Rovellio alla Madonna in Trono con Bambino (Pala Rovellio) (1539); la terza è opera di Giovanni Girolamo Savoldo ed è conosciuta come Adorazione dei pastori (1540 circa) – queste ultime due opere sono custodite presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia –; la quarta, di Giovanni Battista Moroni, è la Madonna col Bambino e i Santi Caterina, Francesco e l’offerente.
A 200 anni dalla morte di Napoleone, l’Archivio di Stato di Milano propone una mostra dedicata alle ricadute archivistiche di quel «turbine memorando piombato dalle Alpi», come lo avrebbe definito molti anni dopo il direttore degli archivi governativi lombardi Giuseppe Viglezzi. Mentre l’Italia era investita dall’impetuosa avanzata delle truppe comandate dal generale Bonaparte, nel chiuso degli archivi prendeva il via una battaglia più silenziosa, ma destinata a produrre effetti duraturi nel tempo. Nel giro di un quarto di secolo, dal 1796 al 1821, molti archivi italiani subirono razzie, trasferimenti improvvisi, accorpamenti e smembramenti, frutto delle alterne vicende belliche che segnarono l’età napoleonica e i primi anni della Restaurazione. La mostra segue quattro filoni narrativi intrecciati tra loro. Il contesto storico che fa da sfondo alle vicende archivistiche è introdotto attraverso una cronologia essenziale, con una selezione di documenti dall’alto significato simbolico: intestazioni finemente decorate per esaltare l’avvio di una nuova era di uguaglianza e libertà, progetti di monumenti e stampe dedicati all’esaltazione e alla caduta dell’imperatore, sigilli e molti altri pezzi rari tratti dai fondi più preziosi del nostro patrimonio. Siamo portati poi alla scoperta delle vicende interne dell’Archivio, dove ci vengono mostrate tutte le contraddizioni di un periodo nel quale l’istituto, non ancora affrancato dalla sua antica veste di Archivio segreto, tentò di aprirsi a un nuovo pubblico di eruditi e studiosi. Terza sezione è dedicata alle peripezie subite dalla documentazione nel corso di quella travagliata epoca. A emergere è una Milano crocevia di un continuo flusso di casse ricolme di documenti, protagonisti di un ideale tour tra Venezia, Parigi, Vienna e molte altre città italiane ed europee, le cui tappe furono scandite dai trionfi e dalle sconfitte francesi. La nostra storia non poteva che concludersi con l’esilio del suo protagonista assoluto sulla sperduta isola di Sant’Elena. Nell’ultima stanza dell’esposizione si racconta il curioso destino di tre ciocche di capelli di Napoleone, sequestrate nel 1817 a Natale Santini, suo collaboratore giunto in Italia con il singolare “cimelio”. I capelli entrarono dunque a far parte del fascicolo archivistico relativo alle indagini sul Santini, arrivando sino a noi all’interno del fondo Presidenza di governo. Un destino assai beffardo per Napoleone, idealmente “archiviato” proprio tra quelle stesse carte di cui egli era stato per quasi quindici anni padrone assoluto.
Ancora in tema napoleonico, ma questa volta presentato da una rassegna organizzata dall’Ambrosiana. L’esposizione presenta incisioni, disegni, relazioni, scritti satirici, libretti, opere teoriche a stampa e periodici provenienti dal patrimonio della Biblioteca Ambrosiana nonché beni dalle collezioni di dipinti e cimeli della Pinacoteca. Il variegato materiale consente un approfondimento sulla rappresentazione che, nella sua più vasta accezione antropologica, costituisce un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni culturali che la città di Milano vive in epoca napoleonica. Come si presenta, o meglio ‘rappresenta’, il nuovo potere? Come è percepito e a sua volta rappresentato? La rassegna analizza diversi campi d’indagine, come lo sviluppo della festa e delle altre forme celebrative dalla repubblica Cisalpina sino al Regno d’Italia, o l’organizzazione dello spazio urbano che rivela, tra strutture effimere e permanenti, un nuovo assetto frutto di un profondo ripensamento. Gli spettacoli teatrali, inoltre, con il loro fermento creativo, si pongono in dialogo con i grandi eventi del tempo e partecipano alla costruzione del nuovo cittadino.
La rappresentazione investe infine anche gli aspetti più quotidiani della vita, dalle nuove allegorie che compaiono in ambito burocratico sino alla moda per il vestiario e l’acconciatura. Nelle prime sale della mostra si compie un percorso cronologico che inizia con l’ingresso delle truppe francesi a Milano e giunge fino al 1814. Particolarmente degno di nota è l’ispirato ritratto di Napoleone dipinto da Andrea Appiani subito dopo l’arrivo dell’allora giovane generale in città. Le incisioni esposte sono firmate da importanti personalità artistiche dell’età neoclassica milanese, come Alessandro Sanquirico e Gaspare Galliari; è inoltre presente un disegno di Giovanni Perego.
Presso la sede espositiva di Palazzo Reale l’attesa mostra su Monet, nelle opere del Museo Marmottan di Parigi, Si tratta di un percorso espositivo dove ad accogliere il pubblico ci sono 53 opere di Monet tra cui le sue Ninfee (1916-1919), Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905) e Le rose (1925-1926), la sua ultima e magica opera: un prestito straordinario non solo perché riunisce alcune delle punte di diamante della produzione artistica di Monet, ma anche per l’enorme difficoltà di questo periodo nel far viaggiare le opere da un paese all’altro. Il percorso cronologico ripercorre l’intera parabola artistica del Maestro impressionista, letta attraverso le opere che l’artista stesso considerava fondamentali, private, tanto da custodirle gelosamente nella sua abitazione di Giverny; opere che lui stesso non volle mai vendere e che ci raccontano le più grandi emozioni legate al suo genio artistico. Il Musée Marmottan Monet - la cui storia è raccontata nel percorso della mostra - possiede il nucleo più grande al mondo di opere di Monet, frutto di una generosa donazione di Michel, suo figlio, avvenuta nel 1966 verso il museo parigino - che prenderà proprio il nome di “Marmottan Monet”. La mostra, suddivisa in 7 sezioni introduce alla scoperta di opere chiave dell’Impressionismo e della produzione artistica di Monet sul tema della riflessione della luce e dei suoi mutamenti nell’opera stessa dell’artista, l’alfa e l’omega del suo approccio artistico. Nell’insieme si vuole dare conto dell’intero excursus artistico del Maestro impressionista, a partire dai primissimi lavori che raccontano del nuovo modo di dipingere en plein air e da opere di piccolo formato, si passa ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville e delle sue tante dimore.
Dopo quasi cinque mesi di attività ininterrotta, il Memoriale della Shoah di Milano, di concerto con il Consolato degli Stati Uniti d’America, la William G.Congdon Foundation e la Fondazione Intercultura, presenta la mostra “William Congdon – In the Death of One”. Il grande riscontro ricevuto per l’apertura estiva del Memoriale, da parte di turisti italiani, internazionali e milanesi che hanno avuto l’opportunità di scoprire questo luogo così vicino, ma allo stesso tempo estremamente lontano, ha intensificato ancora di più l’urgenza di comunicare e soprattutto ricordare gli orrori dell’indifferenza. L’obiettivo di questa mostra è quello di dare finalmente voce ai disegni e ai diari, rimasti fino ad ora in gran parte inediti di William Congdon. Nel 1945, il pittore ha prestato servizio come volontario per l’American Field Service al seguito delle truppe di liberazione del campo di concentramento di Bergen-Belsen. Si tratta di un’organizzazione di ambulanzieri e barellieri volontari durante la prima e la seconda guerra mondiale, che poi ha proseguito la propria attività di volontariato a livello mondiale, attraverso l’organizzazione degli scambi studenteschi per i ragazzi delle scuole superiori per favorire il dialogo interculturale, di cui Intercultura è la diramazione italiana. La partecipazione dell’artista agli eventi bellici ha segnato in lui una sensibilità peculiare nei confronti dei drammi collettivi, che si ritrova nelle sue opere come una carezza che lacera l’animo umano. Gli appunti presi durante la sua tragica esperienza dicono del suo sforzo di non smarrire il senso della “unicità dell’Uno”. Le figure, i volti, le immagini e le voci presenti nella mostra accompagnano, quindi, i visitatori non solo in un viaggio all’interno di Bergen Belsen, ma anche di sé stessi.
La Galleria Rubin propone una rassegna molto interessante dal titolo Capita che talvolta il cammino sia bello. Si tratta di una mostra per ricordare i 150 anni dalla nascita del pittore francese Georges Rouault (1871-1958). In galleria vengono esposte sette grafiche e una fotografia di Erwin Blumenfeld ritraente l’artista stesso. Le grafiche, appartenenti a diversi cicli, sono realizzate in acquatinta e lasciano trasparire i principali temi dell’opera di Rouault. Il ciclo Miserere è una vasta serie di ben 58 opere. Presentata per la prima volta nel 1948, fu avviata oltre vent’anni prima e si tratta di un grande lavoro che invita l’essere umano a osservare i dolori personali con uno sguardo nuovo. Di questo ciclo la galleria propone tre capolavori dalle tavole XIII, XXII, XLIX. L’altro ciclo esposto, Cirque de l’Étoile Filante comprende opere dedicate alla realtà del circo. Il componimento artistico, che consiste sia di immagini che di brani in prosa, fu interamente curato dall’artista anche nella parte narrativa. In galleria sono anche visibili tre acquetinte rappresentanti diversi tipi di artisti circensi; sarà inoltre esposta un’opera grafica sciolta dal titolo La baie des trépassés. Infine, si potrà ammirare il ritratto fotografico dell’artista eseguito da Erwin Blumenfeld, amico di famiglia. Le opere esposte permetteranno di compiere un percorso alla scoperta di un artista assolutamente peculiare, che non aderì mai a nessun movimento del suo tempo e per questo isolato all’interno della storia dell’arte. Un artista che si concentra su quel che definisce «lo spettacolo della vita», dipingendo nelle prostitute e nei pagliacci il peccato originale dell’uomo e il dramma che si nasconde dietro all’illusorietà di un’allegria vestita dai suoi personaggi come una maschera, in un’allusione al divertissement tanto criticato da Pascal. Il tutto condotto con una maladresse, un’imperfezione del segno, volta a intensificarne la carica suggestiva
Proponiamo ora una mostra fotografica dedicata a Ferdinando Scianna presso Still Fotografia. Primo italiano ammesso nel 1982 alla Magnum, introdotto da Cartier Bresson nella leggendaria agenzia fondata da Robert Capa e da Cartier-Bresson stesso. Basterebbe questo per far capire l’ossimoro di “Non chiamatemi maestro”, il titolo della mostra di Ferdinando Scianna (Bagheria, Sicilia, 1943). Il percorso presenta 50 immagini che raccontano, attraverso molte delle sue fotografie più iconiche (dai viaggi in Spagna, America Latina, New York, Parigi alla sua amata Sicilia), la carriera di questo grande artista contemporaneo, noto anche per la sua non comune perizia narrativa e per l’abilità nella nobile arte dell’aforisma. Navigare tra le sue frasi, così come tra le sue fotografie, è un viaggio appassionante: “Le mie immagini, e non soltanto quelle siciliane, sono spesso molto nere. Io vedo e compongo a partire dall’ombra. Il sole mi interessa perché fa ombra. Immagini drammatiche di un mondo drammatico”. Scianna ha ricevuto numerosi e importanti premi internazionali; ha pubblicato oltre sessanti volumi; ha lavorato nel reportage, nel ritratto, nella moda e nella pubblicità. Scrive di critica fotografica e di comunicazione, negli ultimi anni pratica una letteratura ibrida, incrociata sul dialogo testo / immagine (ossia sul Primo Comandamento cui dovrebbe obbedire ogni libro illustrato). “Il mio mestiere è fare fotografie – dice Scianna – e le fotografie non possono rappresentare le metafore. Le fotografie mostrano, non dimostrano”. Frase che trova immediata corrispondenza in una delle sue fotografie più note presenti in mostra, scattata a Beirut nel 1976 durante la guerra civile libanese, dove un combattente cristiano maronita imbraccia, in posizione di tiro, un fucile automatico Colt M16, sul calcio una decalcomania, ovale, della Madonna.
Presso la Fondazione Stelline è allestita una interessante mostra sui 100 anni della Scuola Beato Angelico, La Bellezza del Sacro. Milano e la Scuola Beato Angelico 1921- 2021. Attingendo alla straordinaria ricchezza dell’archivio fotografico della Scuola Beato Angelico, il percorso espositivo della mostra offre una narrazione che attraverso 40 fotografie e testi descrittivi, affronta per temi lo sviluppo del rapporto tra la Scuola e il contesto civile ed ecclesiale. In particolare vuole offrire ai visitatori una panoramica sugli aspetti che in un secolo hanno legato indissolubilmente l’istituzione alla città che la accoglie. La mostra vuole, infatti, riflettere e porre in luce il contributo offerto dalla Scuola, durante questo suo secolo di vita, in particolare alla città di Milano e al territorio lombardo, indicando al contempo le linee per una sua rinnovata presenza nell’attuale contesto cittadino e internazionale. Fondata nel capoluogo lombardo nel 1921 da mons. Giuseppe Polvara, la Scuola Beato Angelico è espressione italiana del movimento liturgico e del dialogo tra la Chiesa e le arti: in questi cento anni di presenza, infatti, ha costruito, restaurato, adeguato e decorato centinaia di chiese sul territorio nazionale e all’estero, formando migliaia di allievi tra cui il fotografo Gabriele Basilico, il regista Ermanno Olmi, l’architetto Mario Botta, gli artisti Marcello Chiarenza e Adrian Paci. Il percorso espositivo vuole documentare lo sviluppo dell’artigianato e la nascita del design per la produzione di suppellettile liturgica; l’impegno sia per la progettazione e la costruzione di nuove chiese, sia per il restauro e la valorizzazione dei beni architettonici ecclesiali; la nascita della Famiglia Beato Angelico e l’opera di restauro e valorizzazione della basilica e dell’oratorio di San Pietro al Monte a Civate (Lecco); il lavoro di fotografi nazionali e internazionali che, attraverso la propria opera, hanno contribuito allo sviluppo della nuova identità visiva della rivista Arte Cristiana. Infine, il contributo che la nascita di una Scuola d’arte nella Milano degli anni Venti – dove vedono la luce importanti istituzioni quali la Triennale e l’Università Cattolica – ha offerto alla città. A partire dagli anni dei cardinali Schuster e Montini, infatti, la Scuola Beato Angelico – oggi una Fondazione di Culto legata alla Diocesi di Milano e presieduta da mons. Luca Bressan – partecipa allo sviluppo moderno di Milano e del territorio lombardo attraverso la promozione della formazione e dello studio dell’arte cristiana, la produzione di arte per la liturgia e il restauro del patrimonio locale. A tal proposito occorre citare l’impegno della Famiglia Beato Angelico e l’opera svolta dalla Scuola a San Pietro al Monte, sopra Civate, sito in attesa del riconoscimento di “patrimonio dell’umanità” da parte dell’Unesco.
Ci spostiamo ora a Gallarate (Va), presso il Museo MAGA. La rassegna, dal titolo “Impressionisti. Alle origini della modernità” presenta dipinti, disegni, acquarelli, incisioni e sculture, che conducono il pubblico lungo un percorso di scoperta delle trasformazioni della cultura visiva europea nella seconda metà del XIX secolo, che spazia dal Realismo, all’Impressionismo e al Post-Impressionismo, e raccontano la definitiva uscita dell’arte dal regno del mito e la sua compromissione con la vita moderna, terreno in cui cercare la nuova bellezza. L’itinerario di visita si articola in una serie di sezioni, scandita dai titoli di capolavori letterari di fine Ottocento, attraverso le opere degli artisti che hanno esposto nelle otto mostre ufficiali dell’impressionismo dal 1874 al 1886, in dialogo con le arti applicate, la moda, la musica e la letteratura. La prima, intitolata Correspondances come la famosa poesia, tratta da Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire del 1857, si concentra sul rapporto tra uomo e natura e propone, tra gli altri, i capolavori di Gustave Courbet, Claude Monet e Alfred Sisley, a fianco di quelli di artisti meno noti ma di fondamentale importanza per la rivoluzione impressionista. L’anima naturalista di Émile Zola che si ritrova nel suo Le Ventre de Paris, stimola uno sguardo disincantato e diretto sulla violenza e la durezza della vita tanto urbana quanto rurale, lo stesso che si ritrova ne La barricade (1871) di Éduard Manet o ne La faneuse (1890) di Camille Pissarro. La sezione La Comedie Humaine, dalla raccolta di scritti di Honoré de Balzac, analizza la pratica di ritrarre i propri compagni di pittura e critici, poeti, amici di tutti i giorni, in una corrispondenza di sensi e di emozioni che conduce nell’atmosfera di quegli anni. In mostra si trova una serie di ritratti tra cui quello di Bracquemond realizzato da Édouard Manet o quelli di Wagner eseguiti da Pierre-Auguste Renoir e da Pierre Bonnard. À Rebours, il romanzo di Joris-Karl Huysmans, ispira le ricerche di artisti quali Paul Cézanne o Paul Gauguin che, in modi differenti si allontanano dalla lezione impressionista per seguire percorsi autonomi che anticiperanno la nascita delle avanguardie. Il percorso espositivo prosegue con artisti quali Auguste Renoir, Berthe Morisot, Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini e Federico Zandomeneghi, capaci di rappresentare le trasformazioni sociali di quella che Baudelaire definiva La Vie Moderne (1863).
La nostra prossina tappa è Pavia, ma per la precisione la Certosa. L’esposizione, l’esposizione Immagini in Canto. I Corali della Certosa di Pavia presenta quello che è uno dei tesori meno noti del Museo statale della Certosa, i sontuosi graduali miniati cinquecenteschi. In concomitanza vi è l’apertura del locale della Biblioteca, un ambiente che è tutt’ora di pertinenza del Monastero e che, per questo particolare evento la comunità monastica ha messo generosamente a disposizione per accogliere il pubblico davanti ai Corali che per secoli vi sono stati conservati. La mostra viene proposta a conclusione dell’intervento di restauro del Codice 822, magnifico esemplare miniato di “Graduale”, cioè volume che raccoglie i canti delle messe che si susseguono nel Calendario Liturgico della Chiesa Cattolica. Di questi colossali codici la ricca Certosa pavese ne vantava almeno 39, come ricorda l’inventario dei beni del monastero redatto il 16 dicembre 1782, al momento della sua soppressione. Da quel momento iniziò la diaspora di uno dei grandi giacimenti librari lombardi. La Biblioteca della Certosa riuniva, infatti, più di 10 mila volumi, tra codici miniati, manoscritti e incunaboli. Un insieme unico che prese in parte la via della biblioteca Braidense di Milano, in parte di quella Universitaria di Pavia disperdendosi poi lungo rivoli ancora in parte ignoti.
Arriviamo ora a Venezia, per una rassegna allestita negli spazi di Palazzo Franchetti dal titolo Campigli e gli Etruschi: una pagana felicità; si intende analizzare il profondo dialogo fra trentacinque opere di Massimo Campigli (Firenze, 1895 ? Saint-Tropez, 1971) con una cinquantina di reperti risalenti al periodo etrusco, con cui l’artista condivide atmosfere, segni, colori, emozioni. Le composizioni, dall’impostazione chiaramente arcaica, spaziano dal 1928 al 1966. Molte delle testimonianze della civiltà etrusca sono inedite ed esposte qui per la prima volta, frutto di sequestri e restituzioni. Sono forme che rappresentano statue votive. Figure femminili con busti/clessidra immerse nella dimensione atemporale dell’astrazione. Ispirandosi a tali profili espressivi, Campigli ottiene quella particolare pittura, quel taglio compositivo originalissimo dove il tempo perde spessore. Ed è come vivere in una quiete impassibile, dove lo spazio è invaso dalle donne anfora. Gli esegeti di Campigli si sono spesso soffermati sulla sua attenzione per la donna, così decisiva per il suo universo creativo. Senza mai considerarla, a parte pochissime eccezioni, oggetto sessuale. Da notare le eleganti strategie compositive che Campigli utilizza, all’interno delle quali i segni impiegati veicolano sottotesti con più significati: la collana come gioiello e come catena, il diabolo come cordicella e come legame, la ringhiera come abbellimento e come inferriata. La mostra si sofferma sul rapporto dell’artista con l’altra metà del cielo, con le donne che diventano clessidre, eleganti nei loro gioielli. Figure femminili rese mediante schemi geometrizzanti che si differenziano nelle cromie e nelle gestualità, assumendo aspetti vagamente irreali. Tutte visioni che scatenano in Campigli una pagana felicità, come la descrive, dopo aver visitato nel 1928 il Museo Etrusco di Villa Giulia: “Nei miei quadri entrò una pagana felicità tanto nello spirito dei soggetti che nello spirito del lavoro che si fece più libero e lirico”.
Giungiamo ora a Rovigo per due mostre. La prima è allestita a Palazzo Roncale e racconta l’alluvione che 70 anni fa distrusse il Polesine. La tragedia che ha coinvolto il Polesine inizia il 14 novembre 1951, quando tra Canaro e Occhiobello il Po apre una breccia di oltre duecento metri. Per undici giorni, fino al 25 novembre, le acque del grande fiume dilagano incontrastate, sommergendo 100mila ettari di territorio. Oltre la metà dell’intera superficie della provincia di Rovigo si ritrovò coperta dalle acque fangose e fredde del Grande Fiume, che aveva strappato case e portato via suoli. Questa catastrofe naturale senza precedenti causò un centinaio di morti e costrinse all’esodo 180.000 persone. La popolazione polesana che, nel 1951 era di 357.963 abitanti, scese a nemmeno 280.000 unità. Una mostra che intende indagare le ripercussioni che ha avuto tale tragedia nel tessuto fisico, sociale ed economico del territorio negli anni successivi sino ad oggi per capire ”cosa”, oltre al ricordo, al dolore, alle tragedie personali e sociali, derivi oggi da quell’Alluvione.
A Palazzo Roverella una mostra dedicata ad uno dei fotografi più amati, Robert Doisneau (1912-1994), una mostra dedicata a un pescatore. Così che amava definirsi il fotografo francese, maestro della fotografia che ha saputo raccontare con empatia la società parigina del Novecento, captando momenti di grazia ed espressioni di felicità. Artista o fotoreporter, ci ha lasciato immagini che riescono a strapparci un sorriso e, allo stesso tempo, a stringerci il cuore. Perché il suo approccio all’umanità era ben più complesso della semplice leggerezza che si tende ad associare alle sue immagini. «In realtà», diceva, «la mia vera passione è la pesca; la fotografia è solo un hobby». Il passatempo di uno dei più grandi fotografi del XX secolo.
Il Castello di Caldes è sede suggestiva della mostra Huomini d’armi, lettere e religione. Solandri illustri dal Cinquecento al Novecento, in cui si documenta l’attività di alcuni dei più importanti personaggi che, nel corso dei secoli, hanno avuto i natali nella Val di Sole e tra questi, in particolare, quanti hanno dato un contributo significativo alla cultura e all’arte del loro tempo.
Articolata in cinque sezioni la mostra fa conoscere le vite di questi personaggi con racconti, ritratti, stampe, libri, medaglie, sculture e fotografie. Figura solandra di primo piano fu ad esempio Jacopo Aconcio di Ossana (1492/1520 – 1566/67), erudito, diplomatico e uomo di legge a Vienna, Milano, Basilea e Zurigo, che visse a Londra, dove accompagnò all’attività di ingegnere quella di filosofo, dando alle stampe alcuni dei testi più avanzati del tempo sul tema della tolleranza; o ancora editori, entrambi di Termenago, come Donato Fezzi, (1528-1597), stampatore attivo sotto il vescovo Madruzzo e poi a Bressanone, e Nicolò Bevilacqua (1510/20 – 1573) formatosi a Venezia e capace di avviare a Torino la prima tipografia sabauda. Non mancherà una sezione sugli artisti, tra questi il pittore Francesco Marchetti (1641-1698) e Antonio e Francesco Guardi (1712-1793), membri di una famiglia di pittori che nel Settecento farà fortuna a Venezia, o Bartolomeo Bezzi (1851-1923), maestro che, nell’Ottocento, si cimentò con successo sul tema del paesaggio, fino ad arrivare al pittore di Caldes, Paolo Vallorz, scomparso pochi anni fa che raggiunse successo e fama anche all’estero. La rassegna si soffermerà anche su alcune figure poco note come Giovanni Antonio Berera (1711 – 1799), violinista e costruttore di strumenti musicali qui riscoperto come incisore. Una sezione è dedicata agli ecclesiastici attivi nella carriera diplomatica e mecenati d’arte sacra, come Giacomo Migazzi (1570-1635) o Giacomo Massimiliano Thun, nativo di Caldes, principe vescovo di Gurk e committente del pittore Paul Troger. Una sezione evocherà anche il periodo napoleonico con la vicenda hoferiana, i moti del Quarantotto, i patrioti risorgimentali come il garibaldino Ergisto Bezzi (1835-1920).
La prossima tappa è a Piacenza con la mostra Tesori danteschi a Piacenza: il Landiano 190, frammenti, incunaboli e cinquecentine, presso i Musei civici di Palazzo Farnese, mostra che si inserisce nell’iniziativa Dante e la Divina Commedia in Emilia-Romagna, un percorso espositivo diffuso promosso dal Servizio Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con la Società Dantesca Italiana, in occasione del settimo centenario della morte di Dante (1321-2021). Fulcro dell’esposizione è il Codice Landiano 190 (1336), già considerato l’antiquissimus, cioè il manoscritto più antico di data certa della Commedia di Dante, oltre a questo, nella sede centrale dello spazio mostre ci sarà l’esposizione di edizioni del Quattro e Cinquecento. Grazie a questi incunaboli e cinquecentine è possibile ripercorrere approfonditamente le fasi della diffusione della Commedia. Sono presentati anche frammenti manoscritti che tramandano brevi brani della Commedia, talora accompagnati da commenti, recuperati dalla legatura di altri volumi o dalla coperta di documenti d’archivio. L’esposizione prevede anche un percorso, didattico e iconografico, che offre al visitatore spunti relativi alla storia di Dante e della Commedia e al suo influsso nella tradizione letteraria, artistica, nella pubblicità e nella cinematografia (Dante e i grandi dell’arte, Dante tra cinema e pubblicità, Il pauroso Inferno del Dorè, Dante di profilo, Modi e Moda del poeta, Il cielo in una stanza, Cartoline da Dante, Dante a strisce).
Il piccolo centro di Fabriano (An) propone una rassegna sul pittore Allegretto Nuzi, fabrianese d’origine e toscano di formazione, lavorò stabilmente a Fabriano dal 1347 fino alla morte nel 1373, creando un numero rilevante di opere diverse, dagli altaroli per il culto privato ai polittici di grandi dimensioni, a cicli affrescati. La qualità dei fondi oro del Maestro ebbe, da subito e ancora più nei secoli successivi, uno straordinario successo e queste opere vennero contese da estimatori e collezionisti, finendo in musei e collezioni importanti non solo fuori da Fabriano ma anche dall’Italia, tanto che nel nostro paese non restano i dipinti di devozione individuale. Questa mostra riesce a riportare a Fabriano una trentina di opere del grande Maestro prestate per l’occasione, fra cui undici tavole da musei stranieri. Per dare contezza del singolare momento artistico fabrianese della seconda metà del ’300, queste opere sono affiancate a una serie di sculture di altri artisti del territorio, sculture che nelle loro cromie, ma non solo, risentono in modo evidente dell’influenza di Allegretto e della sua scuola. Proprio questa capillare “riconduzione all’origine” consente anche di riunire parti da tempo disperse di polittici, di mettere a confronto opere che con chiarezza delineano il percorso di un Maestro che a pieno titolo può essere definito tale. La dispersione e la conseguente scarsa conoscenza diretta delle sue opere lo avevano relegato a un ruolo apparentemente locale.
Anche Gubbio (Pg) dedica una mostra alla riscoperta di un pittore quattrocentesco Ottaviano Nelli e il ’400 a Gubbio. Oro e colore nel cuore dell’Appennino. La rassegna propone polittici, anconette, affreschi strappati, ricostruzioni dell’artista eugubino considerato uno dei maggiori rappresentanti umbri del gotico internazionale. La mostra realizzata nel 2018 dal titolo Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi è da considerarsi l’antefatto di quella attuale odierno, poiché Mello, il principale pittore eugubino del Trecento, se la tradizione locale dovesse un giorno trovar riscontro documentario, fu il nonno di Ottaviano di Martino Nelli. Protagonista assoluto di questo secondo capitolo, Ottaviano è testimone oculare dell’affermarsi del governo dei Montefeltro su Gubbio con il succedersi di Antonio, Guidantonio e Federico. Proprio a quest’ultimo, in occasione del VI centenario della nascita Gubbio dedicherà il prossimo anno un grande evento espositivo».
Parigi era viva. De Chirico, Savinio e gli Italiens (1928-1933)
Torino – Fondazione Accorsi Ometto
21 ottobre 2021 - 30 gennaio 2022
Orari: martedì, mercoledì e venerdì 10.00-18.00, giovedì 10.00-21.00, sabato e domenica 10.00-19.00
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.fondazioneaccorsi-ometto.it
L’Annunciazione di Tiziano
Milano – Museo Diocesano Carlo Maria Martini
6 novembre 2021 – 6 febbraio 2022
Orari: martedì - domenica: 10.00-18.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.chiostrisanteustorgio.it
Il Presepe di carta di Francesco Landonio (1723 – 1783)
Milano – Museo Diocesano Carlo Maria Martini
25 novembre 2021 – 6 febbraio 2022
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.chiostrisanteustorgio.it
Il Rinascimento di Bergamo e Brescia. Lotto Moretto Savoldo Moroni
Milano – Palazzo Marino
2 dicembre 2021 – 16 gennaio 2022
Orari: tutti i giorni 9.30 - 20.00, giovedì 9.30 - 22.30
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.comune.milano.it
“Nelle sommosse e nelle guerre”. Gli archivi milanesi durante l’età napoleonica
Milano – Archivio di Stato
10 ottobre 2021 – 31 gennaio 2022
Orari: lunedì, mercoledì e venerdì 9.30 - 15.30, martedì e giovedì 9.30- 18.00
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.archiviodistatomilano.beniculturali.it
Napoleone all’Ambrosiana. Percorsi della rappresentanza
Milano – Biblioteca Ambrosiana
5 ottobre 2021 – 23 gennaio 2022
Orari: martedì-venerdì 14.00-18.00, sabato -domenica 10.00-18.00
Biglietti: 15€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.ambrosiana.it
Monet. Opere dal Musée Marmottan Monet di Parigi
Milano – Palazzo Reale
18 settembre 2021 – 30 gennaio 2022
Orari: lunedì 10.00-19.30, martedì - domenica 10.00-19.30, giovedì 10.00-22.30
Biglietti: 14€ intero, 12€ ridotto
Informazioni: www.palazzoreale.it
William Congdon. In the death of one
Milano – Memoriale della Shoah
14 ottobre 2021 – 31 gennaio 2022
Orari: domenica - giovedì 10.00 - 15.00
Biglietti: 10€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.memorialeshoah.it
Capita che talvolta il cammino sia bello. Georges Rouault
Milano – Galleria Rubin (Via Santa Marta 10)
Orari: martedì – sabato 15.00-19.00
Biglietti: ingresso gratuito
Informazioni: www.galleriarubin.com
Ferdinando Scianna. Non chiamatemi maestro
Milano – Still Fotografia (Via Zamenhof 11)
27 ottobre 2021 -22 gennaio 2022
Orari: martedì-venerdì 10.00-18.00, giovedì 10,00-19.30, sabato 15.00-19.00
Biglietti: info@stillfotografia.it
Informazioni: www.stillfotografia.it
La Bellezza del Sacro. Milano e la Scuola Beato Angelico 1921 – 2021
Milano – Fondazione Stelline
9 dicembre 2021 – 16 gennaio 2022
Orari: tutti i giorni 9.00-20.00
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.stelline.it
Impressionisti. Alle origini della modernità
Gallarate (Va) – MAGA
29 maggio 2021 -9 gennaio 2022
Orari: martedì, mercoledì, giovedì e venerdì 10.00 – 18.00, sabato e domenica 11.00 – 19.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.museomaga.it
Immagini in Canto. I Corali della Certosa di Pavia
Pavia – Biblioteca della Certosa
4 novembre 2021 – 9 gennaio 202,
Orari: venerdì - domenica 9.30-11.30; 14.30-16.30
Biglietti: ingresso gratuito
Informazioni: www.certosadipavia.it
Campigli e gli Etruschi: una pagana felicità
Venezia – Palazzo Franchetti
23 maggio 2021 – 31 gennaio 2022
Orari: lunedì-venerdì 9.00 – 18.00, sabato - domenica 10.00 – 18.00.
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.acp-palazzofranchetti.com
70 anni dopo la Grande Alluvione
Rovigo – Palazzo Roncale
23 ottobre 2021 – 30 gennaio 2022
Orari: lunedì - venerdì 9.00- 19.00, sabato, domenica 9.00- 20.00
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.palazzoroverella.com
Robert Doisneau
Rovigo – Palazzo Roverella
23 settembre 2021 – 30 gennaio 2022
Orari: lunedì - venerdì 9.00- 19.00, sabato, domenica 9.00- 20.00
Biglietti: 5€ intero, 3,50€ ridotto
Informazioni: www.palazzoreverella.com
Huomini d’armi, lettere e religione. Salandri illustri dal Cinquecento al Novecento
Caldes (Tn) – Castello Caldes
9 ottobre 2021 - 9 gennaio 2022
Orari: sabato e domenica 9.30–17.00
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.buonconsiglio.it
Tesori danteschi a Piacenza: il Landriano 190, frammenti, incunaboli, cinquecentine
Piacenza – Palazzo Farnese
20 ottobre 2021 – 31 gennaio 2022
Orari: martedì - domenica 10.00-13.00/ 15.00- 18.00
Biglietti: Ingresso gratuito
Informazioni: www.palazzofarnese.piacenza.it
Oro e colore nel cuore dell’Appennino. Allegretto Nuzi e il ’300 a Fabriano
Fabriano (An) – Pinacoteca civica Bruno Molajoli
15 ottobre 2021 - 30 gennaio 2022
Orari: martedì - domenica 10.00- 13.00/ 15.00- 18.00
Biglietti: 5€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.pinacotecafabriano.it
Oro e colore nel cuore dell’Appennino. Ottaviano Nelli e il ’400 a Gubbio
Gubbio (Pg) – Palazzo Ducale e Palazzo Consoli
23 settembre 2021 - 9 gennaio 2022
Orari: tutti i giorni 10.00-18.30
Biglietti: 10€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.mostranelligubbio.it