Da "Farcela con la morte" di F. Hadjadj
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I morenti come segno o la trascendenza dei morenti (titolo mio)
Le cure palliative possono essere un altro modo ancora di disprezzare il morente se le prodighiamo squadrandolo dalla nostra altezza piena di salute. La verità è che la salute autentica non è in noi e che il più elevato dei doni non proviene da noi. La salute autentica è portare bene la propria croce, il dono più elevato proviene dal morente stesso, che ci sveglia dalla nostra sonnolenza, rivela i nostri sepolcri imbiancati, apre le tombe del nostro frettoloso imborghesimento. Non siamo tanto noi ad accompagnarlo, ma lui ad accompagnare noi, rammentandoci l’esatto valore della vita e precedendoci nella morte, parte per prepararci un posto, è la nostra avanguardia. A parte l’aspetto tecnico che consiste nel lenire il dolore, l’accompagnamento dei morenti consiste nel mostrare loro che non sono un peso per noi, anzi ci aiutano, siamo noi ad avere bisogno di loro. Il nostro amore sarebbe ben misero se non leggessero nel nostro sguardo la loro più viva dignità e perfino quella regalità conferita loro dalla sofferenza. Il nostro aiuto sarebbe ben vano se non disponessimo tutto perché possano impegnarsi nell’ultima battaglia, più spirituale che fisica, in modo che ci superino e diventino un esempio…
Ma lo spirito dell’accanimento terapeutico rende simili trasformazioni sempre più difficili...
La rianimazione non deve superare il raccoglimento e la stanza n.16, con la prostata cancerosa, è senza alcun dubbio il luogo che l’Altissimo ha scelto come sua dimora...
Come partorire i propri genitori (titolo dell’autore)
Spiritualità e materialità con i nostri vecchi (titolo mio)
Dopo Dio, dobbiamo a loro il nostro essere. Come possiamo restituire quanto è loro dovuto? E’ facile essere giusto con un nostro pari, ma come essere giusti con un padre o una madre? La relazione è asimmetrica. Rendere loro ciò che ci hanno dato significherebbe partorirli a nostra volta. Partorire il proprio padre e la propria madre…anche se si è maschi la cosa sarebbe possibile, e senza utero artificiale né macchina del tempo. Non si tratta di qualche sofisticazione tecnica, ma di semplicità di cuore. Quando sono malati, quando sono senili…possiamo interrompere questa gravidanza attraverso la loro eutanasia. Possiamo portarla a termine, ma rifiutare la loro espulsione a causa dell’accanimento terapeutico. Possiamo, infine, gestirli nell’amore e metterli al mondo che è al di là. Tutto ciò non può avvenire senza dolore. Prima è necessario imboccare la pappa, o cambiare il pannolone, rimboccare le coperte. Si può perfino arrivare a imitare quella carità romana dipinta due volte da Rubens……Niente di più scioccante per la nostra sensibilità, niente di più conforme al nostro cuore. Una giovane donna dà il seno a Cimone, suo padre, che è in prigione, condannato a morire di fame. La figlia ha il permesso di fargli visita, ma non di portargli il cibo. Perciò, dato che ha un neonato, lo allatta. Non come allatta il suo piccolo: i volti non sono rivolti l’uno verso l’altro: entrambi allontanano lo sguardo perché quel gesto fa violenza al corso ordinario della natura. ma entrambi arrivano all’estremo dell’amore, la figlia soccorrendo il padre in quel modo sbalorditivo, il padre accettando il soccorso nonostante l’umiliazione. Non è questa una grazia inaudita? Non è la realizzazione del primissimo amore, quello che da piccoli avevamo verso papà e mamma, il primo uomo e la prima donna che abbiamo abbracciato?
F. Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella Editrice, pp. 173,174