Due grandi tedeschi, pensatori controcorrente
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A mezzo millennio dal "gran rifiuto" (che Martin Lutero fece) di tenere insieme Chiesa visibile e Chiesa invisibile, chi sono gli eredi dei Protestanti tedeschi?
La scristianizzazione della cultura tedesca è davvero avanzata: complice il Kulturkampf dell'Impero Prussiano dell'epoca del Bismark e, poi, del quindicennio nazista, il cui humus fu una cultura del tutto anticristiana. Infine, il lungo dopoguerra socialdemocratico e materialista. Si veda che cosa diventa la città di Berlino durante i festival di musica satanica: un sabba a cielo aperto.
Nel Novecento, la filosofia tedesca ha dato un contributo monumentale alla storia: l'opera di quattro pensatori si para per incontrarci, quattro testimoni che nel XX secolo rivelarono ordine e disordine, tra Germania e Austria. La figura del primo, Carl Schmitt (1888-1985), è titanica e controversa: giurista tra i maggiori, aderì al nazionalsocialismo durante gli anni Trenta e Quaranta, cosa che non gli precluse la comprensione dell'esito disastroso del grande progetto dell'uomo novecentesco di riorganizzare su se stesso l'universo, la legge, l'ordine delle cose.
Non si può non aver letto di Schmitt il brevissimo Cattolicesimo romano e forma politica (Giuffrè editrice), un opuscolo che in poche densissime pagine riassume l'esito politico e religioso dell'epoca moderna: "C'è un sentimento antiromano" scrive infatti l'autore nel 1925, "per via del quale i popoli non ben evangelizzati provano ripulsa per quell'inimitabile equilibrio di terreno e di eterno, di naturale e di sovrannaturale che è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana".
Essa, dice Schmitt, è una "complexio oppositorum", cioè la commistione di qualunque opposto si dia nella realtà: coesistenza di Vecchio e Nuovo Testamento, di corpo e anima, di orgoglio e umiltà delle contraddizioni della vita; entro di essa vige il principio dell'et-et, e questo e quello, "sia questo sia quello". Il cattolicesimo romano pare l'elisir contro la piaga contemporanea, il dualismo: ribadendo la grandezza creativa di ogni forma, incarnando tangibilmente il corpo mistico di Cristo e quindi la giustizia, rappresenta l'invisibile grazie al dono dei sacramenti, scioglie l'uomo dalle sue lacerazioni mediante il perdono. Soprattutto, dona il radicamento e l'amore per la propria radice terrena, col proprio destino celeste; infine, permette la comunicazione, in quanto possiede il linguaggio, e quella lingua ancor più universale che è il simbolo. La Chiesa cattolica e la sua Città santa si pongono, nella lettura schmittiana, non solo come il passato, bensì come il presente e il futuro dell'umanità che voglia intendersi tale. Le poche pagine di Schmitt ironizzano per stile e bellezza la troppa carta stampata di certa ideologia, di certa pubblicistica.
Lungo fu il servizio di un altro filosofo tedesco: Josef Pieper (1904-1997), il quale ci viene incontro con la pacata tranquillità d'animo che contraddistingue gli antichi saggi: incontrare la sua opera è dono rasserenante, non perché semplifichi il caos del presente, ma perché restituisce la giusta riconoscenza.
Riandando all'origine del filosofare, lo "stupore" ovvero "meraviglia", Pieper ricorda a ognuno l'essenziale, che il nostro cuore desidera prima di tutto; la sua filosofia, così precisa nel linguaggio, così pertinente nel trattare e così equilibrata nel discutere, ha analogia con la poesia; come dice san Tommaso, "il filosofo è vicino al poeta: entrambi hanno a che fare con ciò che desta stupore".
Egli ha dunque un posto eminente in qualsivoglia storia dell'ordine, e non tanto per la mole dei suoi scritti: lo stile pieperiano apre dietro di sé una tradizione possibile, nel solco di altri, maggiori. La trattazione delle singole virtù cardinali e teologali, l'antropologia medievale, il tomismo, il senso della filosofia come amor di sapienza, il primato della libertà intellettuale contro l'ideologia: dei libri di Pieper ricorderemo Che cosa significa filosofare? (Patron) e Per la filosofia (Arse) che, assieme a Sull'amore (Morcelliana), sono capolavori irreperibili, mentre si procuri di leggere Verità delle cose (Editrice Massimo) e Essere autentici (Città Nuova).
Se la Rivelazione cristiana consiste nell'ascolto dell'annuncio e la filosofia nella visione, Pieper domanda di ascoltare e vedere.
L'intelletto d'amore, nella tradizione classico-cristiana, non è esclusivo di sapienti e studiosi, tutt'altro: quanti santi ripieni della dottrina mediante la beata ignoranza. Pieper lo rammenta a un'epoca piena di sé e dunque vuota. In tale conoscenza per connaturalità "l'uomo buono conosce che cosa sia bene per partecipazione, per interiore consonanza grazie al fiuto sicuro dell'amante: l'amore è infatti ciò per cui l'estraneo diviene proprio, origine della connaturalità".