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"Ersatz", cioè il surrogato della verità

Autore:
Sciffo, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
Dopo l'Illuminismo, il cosiddetto desiderio di edificare una società "a misura d'uomo" conduce l'Europa ai totalitarismi: cioè a un sistema dove il buon funzionamento della macchina sociale prevale sull'esigenza della persona. Evidentemente, è sbagliata la misura dell'uomo, è una misura irreale.

Dal Settecento illuminista, il successo e il prestigio mondani cominciarono a prendere il posto dell'antica "salvezza dell'anima". Sinché gli occidentali si applicarono, nel tardo Novecento, alle vacanze quasi fossero un lavoro e al lavoro quasi fosse una vacanza. Le straordinarie innovazioni si affiancano spesso a un pauroso vuoto morale, le cose sfuggono di mano all'uomo e imbizzarrite contro di lui, come nell'apprendista stregone, vanno da sé verso l'abisso.
Anni fa, il vescovo di Bologna cardinal Giacomo Biffi definì la gente emiliana "sazia e disperata": e in effetti, il benessere materiale perseguito come fine a sé stesso è una sazietà pagata a rate, che tenderebbe a cancellare dall'animo umano l'autenticità dell'esperienza, la mano ruvida e amorevole della realtà, l'evidenza obliqua dell'Autore del creato: viene meno la gratitudine di svegliarsi la mattina, di coricarsi la sera. C'è una cultura dominante dentro di noi che tende a sopprimere l'anelito a "qualcosa di più" della semplice sopravvivenza tra culla e bara e che offre forme di sopravvivenza raffinate, sazie e ricolme di agi e comfort.
Lo spettro che s'aggira per l'Europa non è, come credettero Marx ed Engels, il comunismo bensì l'ersatz, il surrogato, il fac-simile della vita. Di tutti i miraggi, infatti il sogno fatto all'ombra della sazietà è il pessimo, perché precipita la persona a un livello inferiore a quello dal quale era partita: da figlio a schiavo.
Segni eloquentissimi della dissoluzione sono l'inaridirsi di gratitudine e riconoscenza, e l'eccessiva tolleranza della menzogna. Quando cessano di essere grati, gli uomini patiscono veri turbamenti: inquietudini ingiustificate, ingiustificabili ottimismi, smania di star svegli ad oltranza la notte, incapacità di comprendere i gesti disinteressati, impossibilità di stare fermi, attrazione verso l'ingorgo (centri commerciali e/o autostrade). L'industria culturale, ma anche automobilistica, e la produzione di cose, ma soprattutto di divertimento, poggiano sull'incapacità dei contemporanei di rimanere fermi: la quiete operosa sarebbe davvero il primo rimedio all'insensato viavai di cose, uomini e merci. Non contribuisce a sanare la piaga l'ideologia egemone, il "politicamente corretto" per immaginare il quale basta riandare all'Urss e agli Usa al tempo della Guerra Fredda, quando la libertà di pensare e di dire era apparentemente illimitata, in realtà brutalmente irreggimentata nelle opzioni convenzionali: destra, sinistra, reazionari, riformatori, e via enumerando.
La lotta al "politicamente corretto" è insomma lotta morale, cioè anche fisica, una vera e propria Resistenza combattuta con altre armi. Tra i metodi, si potrebbe anche fermarsi a sostare: stand still, "fermati", recita un verso del poeta barocco John Donne; teach us sit still, "insegnaci a stare fermi", ripeterà un altro poeta, T. S. Eliot, tre secoli dopo. Pascal osservava che "quando tutto si muove egualmente nulla si muove in apparenza come su una nave. Quando tutti vanno verso la sfrenatezza, nessuno sembra che ci vada. Chi si ferma, fa rilevare i movimento degli altri, come un punto fisso" (Pensées, 68).
Chi dunque si arresta, ritrova, riconosce e infine potrebbe anche provare riconoscenza. La moda del momento è la disattenzione, il movimento distratto, la curiosità per ogni cosa ma attenzione per nulla: è un mondo di soddisfatti, il peggiore dei mondi possibili; sarebbe un bel dilemma anche per un genio come Platone, in quanto per aprirsi alla conoscenza del vero e alla ricerca della felicita occorre concentrazione sull'essenziale, rinuncia, disponibilità.

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