Hofmannsthal, poeta moderno dell'armonia asburgica
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Acquistai il suo libriccino, la Lettera di lord Chandos (BUR), in un tardo mattino d'inverno, freddo e pieno di sole, e tornai a casa a piedi dalla libreria mentre la mia città di provincia (la lombardoveneta e briantea Monza) segnava il mezzogiorno con le sue numerose campane.
L'aforisma iniziale del Libro degli amici (Adelphi) fu il proverbiale "chicco di melagrana", l'iniziazione orfica: "l'uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sé, ma ha bisogno del mondo per scoprirlo; a questo sono però necessarie l'azione e la sofferenza".
Avrei ritrovato Hofmannsthal, immobile come una sfinge, a ogni curva del mio cammino. O meglio: la sua lezione si sarebbe sovrapposta ai miei ricordi, ai miei atti mancati, alle mie tendenze culturali. Io stesso vissi confusamente, negli anni Ottanta, l'intuizione di ciò che lo scrittore chiamava "preesistenza", e Platone "anamnesi", cioè che le cose a volte le ricordiamo mentre le facciamo.
In effetti, il mio grande amore per la lettura e per lo scrivere (segnalato a mia mamma già dalla maestra elementare, anno 1975) causava scontento: pochi autori mi davano soddisfazione, affascinavano per mesi e stagioni; il resto, disattenzione e disaffezione. Questi ultimi erano scrittori della rivendicazione o del tedio oppure scrivevano per vendicarsi di qualcosa; alla scuola media, tale era la tendenza ideologica delle letture e la mia estraneità arrivava al punto di eseguire qualche "scheda libro" senza neppure aver letto il libro. Me ne pento, adesso, ma il fatto resta, come una spia culturale accesasi per tutta una generazione, la mia.
Più avanti incontrai il settorialismo, che in ambito accademico ha vari nomi: da filologia a specialismo. Sin dal liceo, quando leggevo sottobanco libri non canonici, qualcosa mi diceva che le Letterature non si distinguono secondo la "nazionalità" quanto secondo una certa "tradizione"; e la passione per il teatro barocco di Calderòn de la Barca mi sbarcò infine ai lidi di Hofmannsthal (che degli autos sacramentales spagnoli fu un fine amatore).
Una seconda volta l'autore austriaco venne a me. Discussa la tesi di laurea, intrapreso il servizio civile, iniziata l'avventura d'amore con colei che adesso è mia moglie: stavolta Hofmannsthal significava l'incontro con due anziani maestri, il germanista gesuita Guido Sommavilla e lo studioso-operaio Mario Marcolla. Entravo così nell'alveo di una cultura alternativa a quella ufficiale, segreta e apparentemente sconfitta, per la quale vige l'assioma hofmannsthaliano "le norme della buona creanza, rettamente intese, sono di guida anche nel dominio spirituale".
A distanza di anni ammetto che leggere una pagina di Hofmannsthal sia un duello: con la morte, con la bellezza, con la caducità. Il poeta viennese mi ha rammentato che amici possono essere anche i morti. Da allora, ogni incontro è, in un certo modo, un riconoscimento; e ogni viaggio, un ritorno. Con il termine allomatico, l'autore designava il processo di trasformazione "alchemica" di due personalità quando entrano in relazione, modificandosi. Confesso che è la riconoscenza a spingermi a scrivere; una vista che scorge le trame sottili, secondo quanto Hofmannsthal sanciva dicendo: "un uomo conosce i ricordi dei propri nonni e partecipa delle speranze dei propri nipoti, abbracciando così, con la mente, 120 anni di vita".
Si vada a riaprire un suo libro, capiterà un saggettino prezioso come un cammeo, L'Austria nello specchio della sua poesia redatto nel sanguinoso anno 1916. Si capirà in che senso egli fu cosmopolita e regionalista, ad un tempo.
"Il particolarismo delle contrade, delle regioni, dei circondari, anzi delle città e dei sobborghi, si accentua naturalmente ancora molto più negli individui.
Vedete un essere come Stifter, impiegato, uomo di scuola, abbastanza riconosciuto uomo di scuola, volentieri adoperato dal ministero, che offre una certa analogia con Keller segretario della città di Zurigo, col pastore svevo Morike, se volete.
Ma il cammino per lui conduce, invece che al sociale, al singolo, anzi al solitario. Originali, reduci, rassegnati sono le sue figure: il vecchio barone von Riesach nel suo giardino, il reduce Felice nel villaggio sulla landa, Brigitta nella sua puszta, lo scapolo nella sua isola. Un'occupazione vicina alla natura, di giardiniere, di medico condotto, pittore, d'appassionato di cose antiche, li riattacca, pii contemplativi, al paesaggio, da cui la vita li ha staccati.
Alla natura è lasciata l'ultima parola, uno scroscio di pioggia, una nevicata scioglie tutto, il proprio destino viene rimesso alla natura."
Al di là di ogni provincialismo, la gratitudine costituisce la stoffa delle opere del viennese ed è anche, se è lecito, l'alimento dei miei studi. Gratitudine ovvero riconoscenza, l'affetto che sa che noi riceviamo in dono più di quanto sapremo ricambiare in tutta una vita: è una disposizione d'animo che stempera tutto in musica.
Dalle pagine musicali di Hofmannsthal imparo dunque che la poesia è sempre avvolta nel pudore e conduce sempre a una purificazione. Il poeta che annotava nel 1922 "gli scrittori psicologici moderni approfondiscono ciò che dovrebbe esser sorvolato e trattano superficialmente ciò che dovrebbe essere scavato" visse, incredibile!, nella stessa capitale mitteleuropea dove lavorava Freud, dove nacque la psicanalisi.
Un'ultima verità mi lega a Hofmannsthal, il fatto che "gli uomini della nostra epoca confusa vivono la loro vita più vera in episodi accidentali, malintesi non chiariti, fruttuose distrazioni".
Ormai solo un imprevisto ci può salvare, concludeva il ligure suo illustre collega, Eugenio Montale. Hofmannsthal indica invece un orizzonte aperto: l'amore dei legami famigliari, fratelli o genitori, la stasi e la quiete da opporre all'attivismo, il matrimonio come vincolo sacramentale che superi il mero "contratto". Per questo la sua voce non sarà mai attuale, ma sempre da riscoprire e amare, per quel consiglio sussurrato a noi abitatori della fine di un secolo alla fine di un millennio: "la profondità va nascosta. Dove? In superficie".