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Italiani: dati e cifre per una giusta glocalizzazione

Autore:
Sciffo, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
Per tanti aspetti, siamo un popolo di contraddizioni, globali e locali. Potremmo magari tentare la via di mezzo tra globalizzazione e localismo e inaugurare la via del glocalismo... Facciamo un po' parlare le tabelle e le statistiche...



Per tanti aspetti, siamo un popolo di contraddizioni, globali e locali. Potremmo magari tentare la via di mezzo tra globalizzazione e localismo e inaugurare la via del "glocalismo"… Facciamo un po' parlare le tabelle e le statistiche…

Una indagine EVSSG [1990] illustra i "tipi di fiducia" per aree territoriali:

  Nord Centro Sud Zona
Bianca
Zona
Rossa
ITALIA
Nelle istituzioni 14,2 18 22,6 13,8 12,1 18,0
             
Nella Chiesa 52,7 54,4 72,0 53,0 50,6 60,2
Negli altri 51,8 42,7 39,4 60,5 44,3 45,6
Familismo 36,4 40,1 29,4 39,8 39,9 34,5
             
Relativismo morale 61,0 58,8 40,5 59,6 59,4 52,6


Le cifre non dicono nulla da sole, ma il loro mutismo è qui eloquente: ne esce un'Italia con due anime e tre cuori, inestricabili gli uni gli altri. Perché?
L'italiano si commuove quando sente la parola "famiglia" usata come un gettone ma spesso cade in tentazione e tradisce la moglie; la sua compagna fa lo stesso ma s'emoziona a sentir parlare di viaggi. Sono i segnali di una gente colonizzata? Facciamo due conti. Nel 1961 l'analfabetismo riguardava più dell'8% della popolazione (16% in meridione), il 50% parlava solo in dialetto e il 76,7% era privo di titolo di studio. Sarà la scolarizzazione di massa a unificare l'Italia, partendo dalla minoranza linguistica degli italofoni che nel 1860 erano soltanto 600.000, concentrati in Toscana: tutti, in seguito, dovettero volenti o nolenti "sciacquare i panni in Arno".
Lo sradicamento che segna la nostra storia recente, con il suo sapore di nostalgia e di rivendicazione, accompagna la secolarizzazione italiana coi modi di una colonizzazione di se stessi: la parte inerte di sé prende il sopravvento sulla pregiata, in un dramma recitato sul palcoscenico dell'anima. Siamo gli auto-sconfitti, o meglio i punitori di sé stessi.
Nel 1956 i "cattolici praticanti" erano il 69% della popolazione, nel 1969 il 51,6%, nel 1978 scendevano al 35,7% sino al 30% degli anni Novanta. Un vero e proprio caso di bilocazione morale che grava sul 90% degli italiani, cattolici nei principi, relativisti nella prassi; forse anche per questo la rivoluzione, qui, non la si è potuta fare. Vivono sulla penisola gli europei meno inclini a considerare la società come fonte della morale (38,5%), ma che non credono nemmeno sia la legge di Dio a stabilire il bene e il male (47,9%): un vantaggio, se si pensa che i primi in simile graduatoria sono gli statunitensi.
A differenza di altri paesi post-cattolici come l'Irlanda e la Spagna, pochi italici (il 24%) ritengono l'aborto una pratica ingiustificabile; lungo l'anno 1996 infatti a Milano su 9907 nati, sono stati effettuati 5276 aborti. Perché? Il vuoto che essi lasciano nei cuori o nelle strade o nelle scuole che avrebbero potuto accoglierli e il silenzio delle case deserte delle loro possibili voci, suggerisce un'ipotesi: e se la cappa di tristezza che avvolge la città fosse la loro assenza?
Le migliori analisi socio-economiche non tengono conto di simili fattori imponderabili. Parlano di economie "sotto sforzo", di "reti lunghe" che "accompagnino l'impresa nel mondo", dell'avvento del "lavorare comunicando": il loro gergo si fa a tratti insostenibile, poiché purtroppo rappresenta il sudario di troppe vite dedite alla lubrificazione della megamacchina. Sta per prendere il sopravvento una nuova forma di egemonia, il "capitalismo della conoscenza": un'oligarchia gaia e sprezzante allevata tra Istituti di Ricerca e Gruppi di studio, tra l'indagine sociale e la consulenza, tra qualità totale e service. I suoi rampolli viaggiano molto, sono imprenditori di sé stessi e ogni tanto "chattano" sull'internet; la produzione industriale ormai post-fordista non li affascina, cercano le nuove professioni "in empatia con l'azienda" secondo l'imminente "modello coreano": sono figli dello yuppismo, cioè nipoti del sessantotto.
Di dove viene il nuovo modello di società? Aldo Bonomi parla di un vero e proprio capitalismo molecolare caratterizzato dalla "fabbrica diffusa sul territorio" e dalla inevitabile "modernizzazione del produrre per competere", e lascia solo intravedere le ricadute sociali di simile avvento sulla società al lavoro nel Nord Italia. Interessante la sua suddivisione del settentrione nei "sette Nord" dentro i quali si articola il fantomatico "popolo dei produttori": la frontiera (dalla Liguria adiacente alla Costa Azzurra al basso Piemonte cioè le "Alpi del mare" all'asse Torino-Lione, dall'euroregione Insubrica tra Verbania e il Canton Ticino al "Tirolo Alpina" alla friulano-giuliana "Arge Alpe Adria", esperimenti di regionalismo europeo in ordine alla logistica dei trasporti); l'asse pedemontano (Biella, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia sino al vicentino e al trevigiano) tanto desideroso di nuove reti stradali e di comunicazione svincolata dai centri maggiori; le aree tristi (Valtellina e Valcamonica, Valsugana e Carnia e Gorizia) laddove le comunità montane recalcitrano a essere dominate dalle reti lunghe di un potere invadente insediato lontano; il sistema urbano industriale (Torino, Milano, Genova ma anche Ivrea e porto Marghera) che passa dall'assistenzialismo alla lotta per la sopravvivenza, creando ampie frange di working poor, poveri benché lavoratori, serbatoi di rancore recriminazione schiavitù a buon mercato; la Padania (qui Bonomi la confonde non innocentemente con il modello emiliano delle cooperative rosse) intenta a ridurre le spese e ottimizzare i profitti, confondendo l'investimento con la speculazione, il guadagno con l'usura, il coraggio con la viltà; le aree cerniera deboli (Alessandria, Pavia, Piacenza, Crema e Cremona sino a Rovigo e Ferrara), interstizi arretrati nel mosaico della mondializzazione; il mitico Nordest (il Triveneto degli antifederalisti, da Verona a Padova a Venezia, con diramazioni sino a Bolzano, a Udine, a Pesaro) dove lo sviluppo da povertà a opulenza è stato convulso, con sradicamenti di tipo suicida e casi di autosegregazione: il lavoratore autonomo indipendente rivendicativo e tuttofare, il cui orario lavorativo supera le 12-14 ore giornaliere. Su questa regione un tempo bianca come la balena del capitano Achab, si stempera lo scenario dei "sette Nord", terra oltraggiata dal tasso più alto di traffico veicolare in Europa, dall'esasperazione della transizione più lunga della storia recente (iniziata nel 1992 e ancora lontana dal concludersi), dalla domanda che anche presso i gruppi finanziari più potenti inizia a serpeggiare: riusciremo a sopravvivere?
Anche su un autobus di linea interurbana sono cose che si percepiscono, tanto quanto nell'ufficio ricerca di una holding. Il "capitalismo come natura" ha sostituito completamente qualunque altro modo di essere produttivi, con buona pace dei "commerci equo-solidali". Il gap tra grandi e piccoli, la divaricazione, la competizione senza termini fissi di confronto, tutto suggerisce che i ricchi diventeranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Su tale mondo sempre acceso, il sole splende 24 ore al giorno e le stagioni mutano al mutare della pianificazione economica. Ciascuno lo intuisce, seduto al volante in un ingorgo o alla tastiera o durante il check-in in un grande scalo: all'orizzonte il sole assume toni rosso-arancio, per un tramonto alterato da particelle nocive in sospensione atmosferica. Proprio adesso che sarebbe importante sapersi rispondere come fece Novalis: "dove stiamo andando? Sempre verso casa".

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