L'ironia degli austriaci? Apre un mondo migliore...
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"La letteratura di oggi sono ricette scritte da malati": graffiante e secco l'aforisma dell'austriaco Karl Kraus (1874-1936), assieme a tanti altri aforismi raccolti in Detti e contraddetti (Bompiani).
Il compianto filosofo Emanuele Samek Lodovici, negli anni settanta seppe utilizzare i motti krausiani a vantaggio del "nuovo illuminismo cristiano" che reputava necessario, cioè la impellente demitizzazione dei demitizzatori, della ridicolizzazione di quanti ridicolizzano ogni cosa.
Del "bravissimo" viennese Kraus vanno continuamente ripetuti gli aforismi contro la psicoanalisi e contro i detrattori della psicoanalisi ("La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui ritiene di essere la terapia"), contro le donne e contro i detrattori delle donne, contro la società fatuo-borghese e contro i suoi fittizi nemici: al termine del tour-de-force ironico, riconquisteremo forse il senso dell'ordine morale, attraverso la penosa esperienza del disordine camuffato di rispettabilità e la percezione di un possibile ordine metafisico, lasciandoci alle spalle le piccinerie della Scienza.
"Questi sono i veri miracoli della tecnica: risarcirci di qualcosa che intanto essa ha rovinato per sempre", fu l'ultimo graffio krausiano.
L'austroungarico Hans Sedlmayr (1896-1984) ci riguadagna infine la contemplazione della bellezza, della verità dell'arte, della dignità dell'opera creativa. Tra i massimi studiosi di storia dell'arte, libero dal sofisma di avanguardie e sperimentalismi, quando affermò ex cathedra che l'uomo trova se stesso riconoscendo l'ordine delle cose (e si perde allorché lo infrange con malizia e frode), Sedlmayr divenne la bestia nera dei critici d'arte. Insuperabile il suo attacco a fondo al Surrealismo che, dalla sua analisi, manifesta infine la propria essenza, la deliberata libidine, ora inumana e sempre sadica, di caos e degradazione. Grandezza, competenza, perspicuità apparentano Sedlmayr e T. S. Eliot, altro grande costruttore accusato di essere "reazionario".
I fortunati che andranno a rileggersi le limpide pagine di Perdita del centro (Rusconi) e di La morte della luce (Rusconi), osserveranno due affreschi della situazione spirituale contemporanea attraverso l'espressione artistica: i pericoli dell'epoca tecnologica sono tutti previsti, come eresie con tanto di dogmi ai quali gli individui presunti indipendenti si uniformano.
Eric Auerbach diceva che "un'opera che esprima cose orribili viene compresa meglio da coloro che, alla sua vista, provano raccapriccio e si sentono invadere dal furore".
Riconoscenti dell'ordine, del bello e del vero, siamo grati a Sedlmayr di averci affrancati dal moderno ricatto: l'accusa, tutt'altro che infamante, di non essere "moderni".