Materia e spirito, qualche cenno per non equivocare (con l’aiuto di F. Hadjadj)
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Ma perché la trascendenza non mi segue al gabinetto? (titolo mio, preso da un passaggio di questo brano)
Il pregiudizio, secondo il quale Dio e il suo paradiso non
sarebbero altro che scappatoie che necessariamente conducono
al disprezzo dei nostri giorni profani, proviene probabilmente
da questo: molti si immaginano che la trascendenza
si incontri solamente nell'eccezionale e nel rarissimo.
Un orgasmo di luce. Un grande enteroclisma spirituale.
Una cosa riservata solamente a un piccolo numero di eletti
e negata ai proletari dell'anima. Mai sarebbe possibile incontrarla
dal droghiere all'angolo. Né sedere vicino a essa al giardinetto pubblico.
Di fronte a fughe simili, si comincia per forza con il mettere
in dubbio il proprio quotidiano: «Se solo potessi abbracciarla
in un'estasi permanente, quest'accidenti di trascendenza!
Ma devo farmi la doccia, mettere il pullover che
mi ha regalato la mamma e andare alla cena di famiglia dallo
zio Raymond». Poi, siccome non si può sempre dubitare
del proprio quotidiano, si finisce per mettere in dubbio la
trascendenza stessa: «Perché si può trovarla soltanto vicino
all'altare o in un eremo? Perché non mi segue al gabinetto?
Cosa le impedisce di accompagnarmi in cucina? E’ superba, ecco tutto».
In un caso come nell'altro, si confonde la trascendenza con un' esteriorità. Sta al di fuori della vita di tutti i giorni. E così la vita di tutti i giorni, offesa, non può che metterla fuori a sua volta. La trova troppo sprezzante. E non la inviterà mai più.
Ma, forse, sulla trascendenza ci siamo sbagliati fin dal
principio. Sarebbe stato necessario guardare con più attenzione
quell'attenzione che Malebranche chiama una «preghiera
naturale» e che le cose esaudiscono con la loro improvvisa
presenza. Perché, in verità, «la trascendenza è la
cosa più ordinaria del mondo».
La trascendenza dello zio Raymond (titolo dell’autore)
La trascendenza si trova anche nel papavero, nella ruota di bicicletta e nello zio Raymond. La conversazione dello zio può essere
per voi fastidiosa, ma egli vi sta davanti, l'ineffabile in bretelle,
il mistero rosso e sudato, e basterebbe che spostaste la
vostra attenzione dall'inanità dei suoi discorsi verso l'incosciente poesia della sua esistenza, affinché la noiosa banalità del vederlo si trasformi in un miracolo lucente. La sua corpulenza, con il mento e il petto che cascano come cera fusa e raffreddata, non è forse più viva di una statua di Michelangelo?
I raschiarnenti prodotti dal vecchio catarro che lo zio continua a riciclare nel fusto taurino della sua gola, non sono più desolati dei primi accordi della Ciaccona di Bach? Non vi ha forse detto Buongiomo? Non ha sollevato il braccio, mostrando sotto l'ascella l'unica aureola che egli pretenda di avere? Sebbene non creda né in Dio né nel diavolo il fatto stesso che decida di agire è un enigma. Enigma non soltanto del suo esser senza perché, qui, davanti a voi,
in equilibrio senza fili e rete, sopra al nulla, ma anche
enigma di un'azione deliberata che suppone una speranza
inestirpabile. Perché se in Raymond non ci fosse la speranza - fame di felicità tanto reale quanto la sua fame di pollo alla diavola che ingurgita a quattro ganasce con mani e bocca unte d'olio - perché farebbe ancora un gesto, perché prenderebbe ancora un'ala?
«L'uomo supera l'uomo» dice Pascal, e Nietzsche: «Quel
che è grande nell'uomo è che egli è un ponte e non una meta:
ciò che si può amare nell'uomo è che egli è transizione e
tramonto». Con Raymond trascendi Raymond. Per chi
vuole considerarlo con attenzione, lo zio è un'epifania, bolsa
e rubiconda certo, ma un’epifania ugualmente... E poco a poco
la sua sala da pranzo, tappezzata di una carta da parati
con un imbecille fiorame goffrato, può sganciare gli ormeggi,
prendere aria come il casseretto di una nave in partenza.
(F.Hadjadj, Il Paradiso alla porta, Lindau pp 13,15)