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Pensieri apocalittici di un russo

Autore:
Sciffo, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
C'è una lettera scritta dal pensatore russo Vladimir Solovev all'amico Tavernier nel 1896 che dice: "E per cominciare, io guardo alla fine. Réspice finem. Su questo tema ci sono cose attestate dalla parola di Dio: 1) il Vangelo sarà predicato su tutta la terra, cioè la verità sarà offerta al genere umano o a tutte le nazioni; 2) il Figlio dell'uomo troverà poca fede sulla terra; cioè i veri credenti formeranno alla fine che una minoranza numericamente insignificante e la maggior parte dell'umanità seguirà l'Anticristo...

3) nondimeno dopo una lotta breve e accanita, il partito del male sarà vinto e la minoranza dei veri credenti trionferà completamente. Da queste tre verità semplici e incontestabili per ogni credente, io deduco tutto il piano della politica cristiana. Innanzitutto la predicazione del Vangelo sulla terra intera non può limitarsi all'atto esteriore di diffondere la Bibbia o dei libri di preghiera fra i negri e i papuasi. Questo è solo un mezzo per il vero fine che è di mettere l'umanità in questo dilemma: accettare o rigettare la verità con cognizione di causa, ossia la verità ben esposta e ben compresa. Una verità accettata o rifiutata per incomprensione non può decidere del destino di un essere ragionevole. Si tratta dunque di vincere tutti gli errori intellettuali che impediscono attualmente agli uomini di comprendere bene la verità rivelata. Bisogna che la questione d'essere o non essere vero credente non dipenda da circostanze secondarie e condizioni accidentali, ma che possa essere decisa da un atto di volontà o da una determinazione completa di sé stessi, assolutamente morale o assolutamente immorale. Ora, sarete d'accordo che la dottrina cristiana non ha raggiunto per il momento lo stato desiderato e che essa può ancora essere rigettata da uomini di buona fede a causa dei malintesi teorici. Si tratta dunque: 1) d'una instaurazione generale della filosofia cristiana, senza la quale la predicazione del Vangelo non può essere effettuata; 2) dato che la verità sarà definitivamente accettata solo da una minoranza più o meno perseguitata, occorre abbandonare l'idea di potenza e grandezza esterne della teocrazia come fine immediato della politica cristiana. Il suo fine è la giustizia, e la gloria non è che una conseguenza che verrà di per sé; 3) infine, la certezza del trionfo definitivo della minoranza non deve portarci a un'attesa passiva. Il trionfo non può essere un miracolo puro e semplice, un atto assoluto di Gesù Cristo, perché se cosi fosse, tutta la storia del cristianesimo sarebbe superflua. E evidente che Gesù Cristo per trionfare giustamente e ragionevolmente ha bisogno della nostra collaborazione; e poiché i credenti non saranno che una minoranza, debbono in misura maggiore soddisfare alle condizioni della loro forza qualitativa e intrinseca: la prima della quali è l'unita morale e religiosa che non può essere stabilita arbitrariamente, ma deve avere una base legittima e tradizionale, un'obbligazione imposta dalla pietà. E poiché nel mondo cristiano vi è un solo centro di unita legittima e tradizionale, ne segue che i veri credenti debbono raccogliersi attorno a esso, cosa tanto più facile dacché non c'è più centro coattivo e ciascuno pertanto può unirsi nella misura indicatagli dalla sua coscienza. So che ci sono preti e monaci che la pensano altrimenti, e ciò è un errore che si dovrà chiamare eresia quando sarà nettamente formulato".
E' una provocazione. Come il volto di Cristo crocifisso e dolente di alcuni grandi dipinti del Manierismo: incute pena e dolore. Il tono perentorio e apocalittico della lettera di Solov'ev non inficia tuttavia la perizia dell'analisi: piuttosto, contraddice Machiavelli e mostra che "il fine non giustifica i mezzi bensì li suggerisce", per cui un fine buono richiede buoni mezzi. Per abbandonare la pseudocultura contemporanea occorre volgersi ad altre voci. Nello specifico, la lezione di Solov'ev (e di Simone Weil) ricorda che il fine e la fine del tempo sono misteri, manifestazione di Cristo esprimibile soltanto mediante allegorie. Del russo, caldeggiamo la lettura di I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo (Vita&Pensiero, 1996), un'opera che contrasta il nichilismo, che è antagonista di Nietzsche, soprattutto in tema ecumenico e riguardo all'Anticristo, qui considerato il vero "agitatore sociale" di questa fine secolo.
A titolo di curiosità, sia Nietzsche sia Oscar Wilde sia Solov'ev, autori di allegorie metafisiche insuperate, pur morendo nel 1900 (in Italia, anno del regicidio) videro il Novecento meglio di tanti loro citatissimi successori: ironia delle date.

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