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Uomini & isole: gli scrittori anglocattolici

Autore:
Sciffo, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
La Britannia, si sa, è un mondo a parte, nelle sue contraddizioni di fedele infedeltà alla religione "papista" e di infedele fedeltà alla tradizione (che per gli inglesi va dalla imperdibile partita di cricket al breakfast sino ai solenni canti liturgici della High Church).
L'amore anglosassone per l'ordine troppo spesso coincise con l'attaccamento all'ordine costituito, tanto che i migliori scrittori del XX secolo dovettero ironizzare sé stessi per approdare al porto sicuro dell'autenticità. Erano Chesterton, Belloc, T.S. Eliot.

Dell'isola d'Inghilterra, Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) rappresenta, da solo, un capitolo di storia e costume: brioso di humour, gli preme anzitutto di farci sapere di essere uscito incolume dall'epoca vittoriana, progressista e decadente, senza averci rimesso l'osso del collo.
Quasi tutti conoscono la sua creatura, Padre Brown, saggio e stravagante; meno noto il saggio Ortodossia (1908), un invito a "pensare giustamente secondo l'ordine", bizzarro e serissimo documento dell'imminente conversione di un uomo che si credeva inguaribilmente moderno e che invece, guardando in fondo al cuore, scoprì il desiderio dell'eterno.
Il viaggio dalle manie egocentriche contemporanee al suicidio del pensiero e poi verso la libertà della gioia (cristiana) consiste tanto nel pensare con la propria testa, quanto nel pensare rettamente secondo verità. La tradizione, chestertonianamente parlando, "è dare il voto all'oscura tra tutte le classi, quella dei nostri avi: la democrazia dei morti, che ci insegna a non trascurare l'opinione di un saggio, anche se e il nostro servitore; che ci chiede di non trascurare l'opinione di un saggio, anche se è nostro padre".
Fumo negli occhi per i patiti delle cose lontane e spregiatori delle vicine, Chesterton mette con le spalle al muro coloro che, per non amare persone e cose reali, si legano a realtà virtuali:
"Il cristianesimo è venuto nel mondo prima di tutto per affermare con violenza che l'uomo doveva guardare non solamente dentro di sé, ma anche fuori; doveva ammirare con stupore ed entusiasmo un divino drappello e un divino capitano. Il solo piacere che si prova a essere cristiani è quello di non sentirsi soli con la Luce Interiore, è di riconoscere un'altra Luce, splendida come il sole, chiara come la luna, terribile come un'armata con tutte le sue bandiere".
Così, l'ordine chiama a cose belle e difficili, in quanto "è facile esser pazzi, facile essere eretici; è sempre facile essere modernisti come essere snob. E sempre facile cadere", commenta Chesterton a proposito della Chiesa: ma in virtù della grazia essa, pur traballante, attraversa epoche e insidie senza cadere. Alla vera liberazione, che esplica la parte migliore, non peggiore, di sé, perverrà chi volesse proseguire nella lettura con La resurrezione di Roma e Tommaso d'Aquino. Di prim'ordine, la lezione chestertoniana va ripresa proprio adesso che l'intelligenza sembra oscurata dal culto del razionale e dell'irrazionale, culto compresente spesso nella psiche della medesima persona: la polemica con la moda del buddhismo (già allora) è attuale e ne smaschera tutto lo snobismo.
Ciò che conta però, è il ritrovamento operato da Chesterton: il peccato originale, occultato, rimosso e rifiutato dai moderni, secondo i quali i preti avrebbero oscurato e amareggiato gli animi. L'autore replica guardando il mondo. "Vedo subito che non è vero. I Paesi d'Europa rimasti sotto l'influenza dei preti sono precisamente quelli dove ancora si canta, si danza, e ci si mettono vestiti sgargianti e l'arte vive all'aperto. La dottrina e la disciplina cattolica possono essere dei muri, ma sono dei muri di una palestra di giochi. Immaginiamoci dei fanciulli che stanno giocando sul piano erboso di qualche isolotto elevato sul mare; finché c'era un muro intorno all'orlo dell'altura, essi potevano sbizzarrirsi nei giochi più frenetici; ora il parapetto è stato buttato giù, lasciando scoperto il pericolo del precipizio. I fanciulli non sono caduti, ma i loro amici, al ritorno, li hanno trovati rannicchiati e impauriti al centro dell'isolotto, e il loro canto era cessato".
La riscoperta del peccato originale, a dispetto di ottimismo, scientismo e progressismo, è di fatto il contributo degli anglocattolici novecenteschi: Hilaire Belloc, T.E. Hulme, Malcolm Muggeridge, i quali, leggendo con precisione la storia, trovarono che il cristianesimo "lungi dall'appertenere alle età oscure, fu attraverso l'oscurità dei tempi il solo sentiero radioso che non fosse oscuro".
L'eredità raccolta dal poeta T.S. Eliot (1888-1965, nato in America e poi venuto a Londra) consiste appunto nell'ironia contro la boriosa rispettabilità filistea, mentre finge di assecondarla. Eliot, poeta, drammaturgo e critico, premio Nobel per la Letteratura nel 1949, subisce però da sempre una duplice angheria: il misconoscimento del suo genio "dopo il 1927" (anno della conversione) e l'etichetta di conservatore (nel senso di reazionario) soprattutto per mano di quanti in realtà trarrebbero vantaggio dal suo magistero. Accusato da tutti, avanguardisti e clericali insieme, intimoriti dal fatto che creatività e fede, indipendenza e obbedienza possano convivere nel medesimo cuore, nella medesima mente. I capi d'imputazione sembrano riassunti in un suo scritto, L'idea di una società cristiana (Gribaudi), ove egli pone la non ingenua scelta tra culture, pagana o cristiana, sottolineando la crisi della democrazia, ormai ambigua perché "il totalitarismo può mantenere i termini "libertà" e "democrazia" e dar loro un significato diverso".
Infatti "il problema di vivere cristianamente in una società non cristiana ci è ben presente ormai: sorge in quanto noi siamo implicati in una rete di istituzioni che nelle loro manifestazioni non appaiono ormai più neutre, ma decisamente non cristiane. Le conseguenze sono dannose per chiunque: tanto più industrializzato sarà un Paese, tanto più facilmente vi attecchirà una filosofia materialistica e [gli uomini saranno] staccati dalla tradizione, straniati dalla religione e disposti a forme di suggestione collettiva: in altre parole, una folla. Che non cesserà di esser tale se ben nutrita, ben vestita, alloggiata in belle case".
La soggezione delle masse ai propri istinti e alla manipolazione dei potenti "durerà almeno finche la vecchia società non sia giunta a un tale punto di disperazione da acconsentire a qualsiasi mutamento" che non sia la democrazia totalitaria col suo puritanesimo, "moralità igienica al servizio dell'efficienza".
Eliot, che aveva poetato i medesimi motivi nei Cori da La rocca (1934), concludeva che "l'unica speranza per una società che voglia prosperare e perseverare nella propria attività creativa a pro delle arti civili è diventare cristiana. Una prospettiva che implica, a dir poco, disciplina, difficoltà e disagi: ma qui, come ovunque, l'alternativa all'inferno è il purgatorio".

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