Diseredati
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Intervistato a proposito della nostra epoca politica e del corrispondente “calo del desiderio” come si esprime il Rapporto Censis 2010, rispondo telegraficamente.
Non mi fido della parola “desiderio”, oscura e scivolosa, mi fido soltanto di due frasi riconoscibili da tutti e che sono una sola:
1° “L’albero si giudica dai frutti”,
dunque non si giudica dall’albero, e
2° “Non chi dice Signore Signore”,
dunque anche il Signore si giudica dai frutti.
Sappiamo o dovremmo sapere che Gesù non molla su questo punto che ripete in ogni salsa (parola che viene da “sale”), penso ora alla parabola dei talenti, in cui il frutto è niente di meno che il 100% , e a un altro momento parla ancora del centuplo.
Non solo, ma fa di peggio, quello che non raddoppia il capitale lo manda all’inferno, fino a concludere:
“A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”:
ne conosco che per questa ragione lo crocifiggerebbero di nuovo.
La nostra consueta confusione mentale ci fa equivocare il figlio con il frutto, che si mangia, si vende e altro ancora:
invece il figlio è un soggetto come me anche a un mese di vita, perché?, perché figlio significa erede, nient’altro, e un erede è già adulto anche a un giorno di vita:
è molto sensato che a Gesù regalino oro, incenso e mirra, non orsetti di péluche.
E’ l’eredità - che significa possesso legittimo e non rapinoso - a mettere in moto:
e finalmente posso riappropriarmi di quella parola corrotta, perché “desiderio” se significa qualcosa significa messa in moto, e avendone voglia.
Aggiungo benché troppo rapidamente che desiderio e vocazione sono sinonimi.
Solo un erede ha desiderio, il desiderio non è un corredo naturale:
oggi siamo più diseredati che mai.
Su questa onda di pensiero, ancora Gesù ha potuto dire non metaforicamente “Erediteranno la terra”.
Il frutto incrementa l’eredità nel confermarla.
Ancora troppo rapidamente aggiungo che è il pensiero del frutto a permettere di riappropriarmi di una parola altrettanto corrotta,”amore”.
Chi avrebbe mai pensato che Gesù è un economista?
E anche S. Francesco:
povero non perché poveraccio (“poverello”), ma perché nel processo di produzione della ricchezza si pone nel posto del “servitore”, che è povero dei cinque talenti semplicemente perché il suo è il posto di quello che li traffica per raddoppiarli:
per poi restituirli a un tesoro comune, di cui godrà da una posizione di potere virtuoso (parabola delle mine simile a quella dei talenti).
Giacomo B. Contri
20 dicembre 2010