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Habemus Papam e infallibilità

Fonte:
CulturaCattolica.it
[Come il precedente John Doe, questo articolo si colloca a seguito di Il mio caro carrozzone, in cui mi confesso cattolico secondo l’Ordinamento costituito da quattro articoli: 1° il Papa, 2° la messa, 3° i dogmi, 4° il pensiero di Cristo, un Ordinamento alquanto negletto nel carrozzone.]

Il tema di Moretti, anche in La messa è finita e altri film, è quello della confusione millenaria di autorità e comando
- se penso che era il tema della mia Tesi di laurea!, L’autorità 1967 -:
che è un medesimo tema che si tratti di Papa, di psicoanalista, di politico, vedi “Di’ qualcosa di sinistra, no, di’ qualcosa!”
(in ciò che scrivo sono debitore a Maria Delia Contri).

Fino a un certo punto il suo Papa è un nevrotico confesso, il che motiva le critiche degli spiriti pii, ma ciò li pone in cattiva posizione:
infatti neppure si accorgono che sarebbe stato lo stesso film, però senza trovarci nulla da ridire, se Moretti avesse rappresentato un Papa in variante-muscoli anziché in variante-crisi, mentre invece si sarebbe trattato solo di una variante sul versante opposto, il solito schema western eroe/antieroe:
infatti non sarebbe stato diverso un film concentrato su un Wojtila psichicamente nonché fisicamente nerboruto.

Se proprio mi dedicassi a una sceneggiatura sul Papa, la scriverei su Papa Borgia ossia un Papa unanimemente esecrato, per esplorarne certi fatti interessanti senza censurarli nell’esecrazione, come la sua dichiarata miscredenza, o l’essere essere stato compagno esemplare di una donna, Vannozza Cattanei, e non un Papa da prostitute, oltre che un padre esemplare per i suoi figli;
oppure su Giovanni Paolo I inventandomi il suo assassinio, di cui allegherei me stesso come il braccio papicida, perché?:
in effetti anni fa ho fatto il buffone davanti ad amici, confessando che l’ho ammazzato io in un raptus di indignazione, per avergli sentito proferire quell’enormità che “Dio è anche un po’ mamma”:
un Dante riveduto e corretto lo manderebbe all’inferno invece di Bonifacio VIII.

Nessuno osserva che nel film di Moretti, il Papa del finale non è più il Papa-crisi, un debole che fa “per viltà il gran rifiuto”, bensì uno che ha pensato e ha tratto una conclusione, che anzitutto riferisco:
“Ho capito di non essere in grado. Non posso condurre, ma sono uno che deve essere condotto”:
egli ha un solido e consapevole volere, vuole non-fare il Papa del comando senza autorità, il capo o guida del carrozzone, l’eroe della pia baracca, e poiché al contempo non intende abbandonarla preferisce restare tra i guidati e occuparsi d’altro:
direi che si colloca qui il nome morettiano del Papa, Melville, il cui Achab è alle prese con una balena bianca che ucciderà o lo ucciderà (“Oh Chiesa che uccidi con l’onda!”, scriveva qualche decennio fa un brillante psicotico milanese sul sentiero intorno al Castello di Milano).

Ora che Moretti ha fatto alzare la testa al Papa, alziamola noi su Moretti, osservando che a sua volta lui non vuole, proprio come il Papa, fare il super-psicoanalista, “il migliore” come era chiamato Togliatti (ricordo che Moretti si è anche rifiutato di mettersi a capo della Sinistra), ed è questo simultaneo rifiuto a richiamare la mia attenzione.

Non che Moretti manchi di intelligenza psicoanalitica quando fa dire a un Cardinale “Il concetto di anima e quello di inconscio non possono coesistere”, ben detto!:
infatti il concetto di anima fa parte del carrozzone, comando senza autorità.

Ora assimilerò il concetto di autorità a quello di infallibilità, e questo a quello di guarigione (ne ho appena parlato in un Convegno a Urbino, sabato 7 maggio) che gli psicoanalisti non si sentono più di sostenere, e parlano di necessario fallimento (una parola, guarda caso, opposta a “infallibilità”):
con un pizzico di umorismo nero, potrei parlare di fallimento assistito (dallo psicoanalista).

L’infallibilità è facile da concepire, e il suo concetto precede il Papa, lo dirò asciuttamente:
essa pertiene a ogni individuo che nel suo comportamento, incluso il comportamento del suo pensiero, obbedisca alla frase o Norma fondamentale “L’albero si giudica dai frutti”:
questa condensa innocenza (non produzione di danno e in particolare di patologia) e consistenza (non contraddizione), che sono le due condizioni della fede come la definisco io cioè come giudizio razionale di affidabilità (Gesù è affidabile in ambedue i giudizi):
non c’è fallimento con questa norma (la medesima della parabola dei talenti e del figliol “prodigo”).

Tra l’altro, il Vice di Gesù dovrebbe ricordare per primo chi ha pronunciato per primo questa frase.

Comprendo Pio IX, che il Papa lo voleva infallibile anche bevendo il caffè:
ma il nocciolo di ciò che dico sta nella verità che l’infallibilità è logicamente disponibile a ogni umano, il quale però poi si specializza nel danneggiarsi e danneggiare con ogni mezzo, nonché nel contraddirsi una frase sì e una frase sì.

Il Papa è un certo caso singolare di infallibilità (con l’apporto del Santo Spirito, che ricorda anche lui la frase di Gesù), storicamente dimostratosi fallibilissimo nel non desiderarla:
desiderarla è importante, perché il Santo Spirito non agisce per automatismo o algoritmo, non è funzione del Web.

P S

Riferisco una battuta di J. Lacan, non nota a Moretti e neppure pensata da lui:
“Se il Papa andasse dall’analista, comincerebbe parlandogli di suo padre”.

Certo, gli ci vorrebbe un analista come J. Lacan, o modestamente come me già suo analizzando, per orientarlo a pensare che il Padre di Freud non è il papà ma il Padre del “Padre nostro”:
ma in proposito il cattolicesimo, con il suo psicologismo di un Secolo (il XX), è davvero in … crisi, come tutti gli altri:
intendo orientarlo a un pensiero da … Papa.


Milano, domenica 15 maggio

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