La passione dell’ultimo dei cristiani
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Lo ha detto Maria Delia Contri, e io sottoscrivo:
l’ultimo dei cristiani è morto in croce:
e noi cristiani siamo sulla stessa, e con il nostro stesso contributo, per avere ricavato la “fede” dalla religione anziché dal giudizio di af-fidabilità di Gesù (le fonti sono importanti):
meglio San Paolo quando diceva che siamo morti e risorti con Cristo, come dire “è fatta!”, siamo già nel dopo.
Vero che sulla croce lo hanno messo degli Ebrei, ma non basta dire che non sono stati “gli” Ebrei, perché si è trattato di un gruppo di Ebrei ellenizzanti:
poi la fissa chiodata della crocifissione è continuata per venti secoli ad opera di ellenizzanti sempre meno Ebrei.
Infatti doveva essere insopportabile uno che diceva che l’albero, ossia l’ente (“ontologia”), non si giudica dall’ente ma dal frutto (economia), tutt’uno con l’ammonizione “Non chi dice Signore Signore …”.
C’è stata sì una passione in cui Gesù è stato appassionato, ma quale?, certo non quella (“patìre”) liturgicamente nota con questo nome.
Questa è bensì narrata, ma è stata la tentazione e sola tentazione di Gesù:
la tentazione di Gesù non è stata quella del deserto:
perché nel deserto si è trattato solo della comica sceneggiatura dialettica di un regolamento di conti, puntini sulle i (“non puoi vendermi, dice Gesù, ciò che è già mio”).
Già da bambino mi insegnavano al Catechismo che Gesù non è stato un Eroe che ha sofferto per l’umanità.
La passione-passività della sofferenza è tentante perché, insieme al dispiacere, pone in modo esclusivo e assoluto il corpo al centro dell’universo (ognuno che ha sofferto lo sa):
è come una volta la terra tolemaica, puro oggetto, fissazione, insomma narcisismo con la relativa demenza, il fallimento come unico successo:
Gesù aveva dunque ben donde dire “passi da me questo calice”, e di volere momentaneamente passare la mano (“non la mia volontà …”), evitandosi così la schizofrenia per appello al Padre.
Lo sottolineo con forza perché la salute psichica di Gesù è molto importante per noi, anzi decisiva, contrariamente a ciò che pensava A. Schweitzer in suo breve libro (Diagnosi psichiatrica di Gesù).
Il cristianesimo ha fatto una brutta concessione generalizzando il dolore come salvifico, fino al “buon dolor” dantesco:
la pena del diritto penale non è affatto correttiva, purgatoria, come non lo è il “Purgatorio” penalistico della concezione medioevale:
ho già scritto che la Psicoanalisi è un sensato purgatorio perché senza pena alcuna.
Non me la prendo affatto con l’enunciato di un Papa, ma con una necessaria distinzione che lo stesso Papa (come già Pio XII) non potrebbe che condividere:
ossia che nel masochismo, nel dolore ricercato intrattenuto e/o coltivato, non c’è nulla di salvifico.
Non c’è dubbio che Gesù ha avuto una passione-passività, desiderio, quale?:
è l’umanità stessa, sensibilità-motricità-pensiero, qualsiasi “cosa” ci fosse prima, cioè quell’indeterminatissimo “Dio”, o il logos poi sulle gambe, quelle che in Gesù fanno del logos una cosa seria:
l’umanità è diventata il suo eccitamento-spinta-vocazione (Drang), vocazione di lui come soggetto agente (Quelle) per un operare (Arbeit) a meta (Ziel), senza l’ingombro dell’oggetto (Objekt):
umanità come passione in vista della sua conclusione come successo o soddisfazione, esente dalla diseconomia masochista così tentante nella storia “cristiana”, con le sue derive sadiche e feticiste, in particolare pedofile.
Indipendentemente dalla credenza, se Gesù ha qualche interesse ovvero se ha qualcosa della salus (il latino designa inseparabilità di salute e salvezza), ciò consiste nella sua rivoluzione della concezione dell’uomo (e dell’amore versus innamoramento):
a fronte del tradizionale considerare l’uomo
- da parte del pensiero comune (enigma della sfinge, vaso di Pandora) come pure della tradizione filosofica antica (Platone, Budda) -,
come una pena da sopportare in una gestione appena passabile e magari colta del fallimento,
Gesù si presenta come aspirante a diventare uomo e a restarlo attivamente con soddisfazione in saecula saeculorum, ossia l’impensato radicale dei secoli.
In lui l’occulto di un indeterminato “Mistero”, non designa che un ante-fatto che trova la sua salus nel fatto di accadere come uomo concludente cioè soddisfatto:
Gesù ha salvato “Dio” per mezzo dell’umanità riproposta per la riuscita vincolando la soddisfazione, come Freud, a sensibilità-motricità-pensiero:
senza questa terna, sia pure “gloriosa” o “trasfigurata”, non è più vero niente.
Conosco abbastanza bene Gesù (testi, pensiero) per sapere che lui senza questa certezza (donde l’ascensione) non si sarebbe nemmeno dato la briga di risorgere
- senza ascensione come desiderio la resurrezione sarebbe stata solo un puerile miracolo divino-,
perché solo un imbecille sarebbe rimasto uomo.
Buona Pasqua 2011.