Rileggere La casa di Matrjona di Aleksandr Solzenicyn - 2
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2- Il Giusto del villaggio
Dopo alcuni giorni arrivò un trattorista con un trattore e una slitta nuova per trasportare il legname nel paese di Kira. Ma siccome tutte le assi non stavano sulla slitta, ne venne approntata alla bell'e meglio un'altra su cui furono caricate le rimanenti. Pur essendo pericoloso trasportarle entrambe in un viaggio solo con il trattore, venne comunque deciso di concludere tutto in quella notte. Il genero, un figlio e un nipote di Faddej accompagnarono il carico e Matrjona si unì a loro.
Ma al passaggio a livello accadde la disgrazia: la slitta improvvisata si incagliò e si sfasciò. Mentre i tre uomini cercavano di aggiustarla e Matrjona voleva aiutarli, due locomotive in manovra li investirono: Matrjona e un figlio di Faddej vennero fatti a pezzi. Per fortuna i due macchinisti riuscirono a far fermare il treno in arrivo, se no, per l'avidità di pochi uomini, il disastro sarebbe stato ancora più tremendo. Ma perché Matrjona – mormorava la gente accorsa sul luogo - si era immischiata? Di che aiuto poteva essere agli uomini? (…) Perché poi era andata a quel passaggio a livello maledetto? Aveva dato la roba ed era a posto col debito… [1]
Ad Ignatič sembrò, come in sogno, che il giovane Faddej avesse infine realizzata la sua minaccia.
L'indomani nell'isba vennero portati i resti di Matrjona e iniziò la veglia funebre: le parenti intonarono i loro lamenti secondo un freddo ordine calcolato, stabilito da tempo immemorabile.
Intanto ferveva l'inchiesta sul tragico incidente (anche i responsabili delle ferrovie erano incriminati) e si doveva sgombrare la linea ferroviaria. I lavori durarono per tre giorni:
Gli operai gelavano e per scaldarsi e, di notte, per far luce, accendevano dei falò con le assi e le travi gratuite della seconda slitta sparse accanto al passaggio. Finalmente Faddej ottenne il permesso di portar via la prima slitta.
Infine si celebrò il funerale nella chiesa a due villaggi di distanza, poi si svolse il pranzo funebre con le preghiere di rito, tutto secondo la tradizione. Durante il pranzo funebre e nei giorni successivi, Ignatič ascoltò i discorsi della gente. Efim, si diceva, forse non era morto in guerra, ma si era rifatto una vita; d'altronde non voleva bene alla moglie neanche prima. I giudizi su Matrjona erano inoltre tutti di disapprovazione: era sporca; non si curava delle masserizie; non era economa; non teneva neppure il maiale, non le piaceva allevarlo, chissà perché; e, stupida, aiutava gli estranei senza compenso (e il motivo stesso di ricordare Matrjona venne meno: non c'era nessuno da chiamare per l'aratura dell'orto). Persino della sua cordialità e semplicità si parlava con sprezzante commiserazione.
Ma di fronte a questi giudizi negativi, il narratore si apre a una visione diversa:
E soltanto allora mi emerse dinnanzi l'immagine di una Matrjona che non avevo compreso, perfino vivendo a fianco a fianco con lei. Davvero! Ogni isba aveva il suo maiale! Ma lei non lo aveva. (…) Non si curava delle masserizie… Non s'affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita. Non si curava dei bei vestiti (…). Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto i sei figli ma non l'indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. (…)
Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio.
Né la città.
Né tutta la terra nostra [2].
La conclusione del testo colpisce e sorprende il lettore: anch'egli, pur avendo vissuto accanto a Matrjona per tutto il tempo della lettura, probabilmente non si è accorto che era lei il Giusto di cui parla il proverbio e quindi, come il narratore, è spinto a rivedere il suo giudizio, riandando a ritroso nel racconto per farsi un'immagine del personaggio che non aveva compreso.
Perché Matrjona era il Giusto? perché non faceva del male a nessuno, aveva un'indole socievole, aiutava tutti senza chiedere nulla in cambio? O perché non era attaccata alle cose e non si affannava per possedere più di quanto le fosse strettamente necessario?
Queste ipotesi sono certo plausibili, ma sono sufficienti a definire il Giusto? Tanto più che Matrjona non incarnava affatto un ideale di vita condiviso e apprezzato dai compaesani, che la giudicavano trascurata, stupida, estranea. Inoltre Matrjona, secondo l'io narrante, non era un giusto, ma il Giusto, un'antonomasia scritta per di più con la maiuscola. E Solženycin certamente si riferisce al fatto che nella tradizione cristiana il Giusto è Gesù Cristo. Dunque Matrjona non rappresentava solo la Russia, la sua tradizione, le sue terribili tragedie e sofferenze. Essa, che quanto a religiosità era piuttosto una pagana, ma accendeva le lampade davanti alle icone e incominciava tutte le sue azioni con un'invocazione a Dio, raffigurava Cristo, nella vita e nella morte offerte a tutti, come un sacrificio. Nel linguaggio ecclesiastico potrebbe essere una strastoterpec, una persona che soffre una Passione e dunque è santa.
Sembra un'affermazione esagerata: come può essere che raffigurasse Cristo, si chiede il lettore, che la pensa un po' come i compaesani di Matrjona, lei che era così trascurata, che offriva cose che non erano affatto apprezzate e il cui sacrificio fu giudicato immotivato, inutile (di che aiuto poteva essere agli uomini?… Perché poi era andata a quel passaggio a livello maledetto? Aveva dato la roba ed era a posto…)? Ma non è questo, tanto spesso, il giudizio che gli uomini danno anche della vita e del sacrificio di Cristo?
Quello che tutti rifiutano e disapprovano è proprio il Giusto che permette di "esistere". La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo.
D'altra parte il racconto non è intitolato a Matrjona, ma alla sua casa, una costruzione antica e solida, fatta per una grossa famiglia, sebbene ora sconnessa, piena di topi e di scarafaggi. E il narratore, dopo aver girato tutte le case del villaggio, decise che proprio lì era la sua sorte di abitare, visto che desiderava ritrovare la Russia più vera, la Russia cioè che fu modellata dalla Chiesa (è grazie al Giusto che "esiste" tutta la terra nostra). Nella casa di Matrjona in effetti egli si trovò in poco tempo a proprio agio.
E il mondo contemporaneo, tanto lontano da quella Russia antica, un mondo in cui ci si vergogna a pregare, un mondo così disgregato e totalmente disorganizzato che la gente per avere quello che pure è suo è costretta a rubare e per fare una casa nuova è costretta prima a disfarne una vecchia, questo mondo dunque – il mondo sovietico – se vuole costruire qualcosa non ha altro luogo a cui attingere il materiale che la Chiesa, anche se essa pure è malridotta e difficilmente riconoscibile (l'isba di Matrjona aveva uno specchio sciupato, dove era impossibile guardarsi).
Purtroppo però questo mondo non sa neanche smontare, ma solo distruggere e non sa costruire (tutto indicava che chi aveva distrutto non sapeva costruire…). E molto nell'impresa va perso e sciupato (Gli operai gelavano e per scaldarsi e, di notte, per far luce, accendevano dei falò con le assi e le travi gratuite della seconda slitta sparse accanto al passaggio).
Ma l'isba di Matrjona rimane, seppure ridotta, ed è destinata ad accogliere un'altra famiglia e poi, probabilmente, tante altre persone.
Note
[1] Aleksandr Solženicyn, La casa di Matrjona, In: Una giornata di Ivan Denisovič, ecc., traduzione di Vittorio Strada, Torino, Einaudi, 1963, p. 210.
[2] Ib., p. 222.