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Rileggere Reparto C di Aleksandr Solzenicyn - 1

Autore:
Acerbi, Clemi
Fonte:
CulturaCattolica.it

Il cancro e l’albicocco in fiore

Nel penultimo capitolo del romanzo Reparto C di Solženicyn [1], Oleg Kostoglotov, uscito dal grande ospedale di una città asiatica, si apprestava a trascorrere una giornata di libertà prima del lungo viaggio che lo avrebbe riportato a Uš-Terek, lo sperduto paese kazaco in cui era confinato. Aveva trascorso alcune settimane nel reparto oncologico di quell’ospedale: vi era arrivato in condizioni disperate, ma ora poteva lasciarlo, anche se, forse, per un tempo non lungo. Qui la sua vicenda si era incrociata con quella di alcuni dottori e infermieri e di alcuni altri malati: contadini, funzionari di partito, studenti, operai, vecchi e ragazzi. Ognuno doveva affrontare l’incubo del cancro, che in qualche modo costringeva, davanti alla possibile morte imminente, a riesaminare e rimettere in gioco l’intera vita. Ma il morbo non sembrava riguardare solo alcune storie individuali, ma sembrava anche la metafora di un terribile male che si era prodotto nella storia dell’intero Paese e lo corrodeva dall’interno, producendo metastasi in tutte le direzioni. Le domande di ognuno: – potrò guarire? E se sì: che cosa sarà la mia vita? E se no: che cosa è adesso la mia vita? – sottendevano anche una domanda più generale e altrettanto drammatica: - potranno guarire le piaghe che sfigurano la Russia, potranno avere un termine e un senso le immense sofferenze del popolo? In altri termini queste domande potevano essere formulate anche così: la libertà dell’uomo, cioè la sua dignità, è stata definitivamente schiacciata dal male o c’è ancora speranza? E quali ragioni rendono possibile la speranza? Erano questioni centrali nella cultura russa del dissenso negli anni Sessanta e Settanta, questioni discriminanti.
In Reparto C Solženycin sembra mettere in risalto che, anche nel contesto del cancro individuale e sociale, la speranza è possibile.
Oleg dunque, una mattina di primavera, quando ancora tutti dormivano, uscì dal villaggio ospedaliero. Aveva trentaquattro anni e ormai non sarebbe più potuto andare all’università e diventare quello che desiderava. Aveva dovuto andare in guerra, non era diventato ufficiale, invece era stato mandato in un lager, poi al confino perpetuo. In più era sopravvenuto il cancro, uno di quelli che non perdonano. Perché avrebbe dovuto aspettarsi una vita nuova?
Prima di tutto perché percepiva, anche se oscuramente, di appartenere a qualcosa di indistruttibile, altissimo, universale. Una cosa del genere l’aveva espressa il vecchio Šulubin, che, rimasto indenne da tutte le epurazioni e le bufere del regime staliniano, si sentiva per questo un traditore ed era uno dei ricoverati più cupi. Nell’ultima conversazione che aveva avuto con Oleg aveva detto: «A volte sento con chiarezza che in me non c’è tutto il mio io. C’è qualcosa di indistruttibile, di altissimo! Un frammento dello Spirito universale. Lei non lo sente?» [2].
Sì, lo sentiva. Il rapporto con l’indistruttibile poteva sempre risorgere. E la natura intorno, l’aria, il cielo, le nuvole, sembrarono subito confermarlo.
Oleg si fermò a guardarsi intorno: c’era un’aria giovane, non ancora agitata da nulla, non intorbidata! Gettò uno sguardo:era un giovane mondo verdeggiante! Alzò la testa: il cielo si stava aprendo, roseo per il sole che si era alzato in un punto. Alzò ancora di più la testa: i fusi delle nuvole fioccose, che parevano di paziente e antica fattura, erano tesi attraverso tutto il cielo, solo per alcuni minuti prima di dissolversi, solo per i pochi che alzano la testa, forse per il solo Oleg Kostoglotov in tutta la città.(…)
Era il mattino della creazione! Il mondo si creava di nuovo, soltanto per tornare ad Oleg: va’! vivi! (…) Col volto disteso dalla felicità, sorridendo non a qualcuno, ma al cielo e agli alberi, in quella gioia di prima primavera e di primo mattino che si effonde anche nei vecchi e nei malati, Oleg percorse i noti viali (…). Oleg camminava e prendeva congedo dagli alberi del villaggio ospedaliero. Sugli aceri già pendevano gli amenti. E il prugnolo aveva già il primo fiore, bianco, ma le foglie lo facevano sembrare verde bianco.
Di albicocchi non ce n’era nessuno lì. Ma avevano detto che fiorivano già. Sarebbe stato bello vederli nella Città Vecchia. [3]

Il mondo si creava di nuovo: la natura è il prodotto di una creazione che non è avvenuta una volta per tutte, ma che avviene di nuovo ogni volta che l’uomo se ne accorge e dunque guarda le cose come il dono che qualcuno gli fa personalmente (Il mondo si creava di nuovo, soltanto per tornare ad Oleg).
Kostoglotov era lieto di tornare a casa e non aveva grandi pretese per la sua vita nuova. Aveva scritto ai Kadmin, gli amici che aveva al confino:
Io non chiedo una vita lunga! Perché far previsioni per il futuro?… Io ho sempre vissuto o sotto scorta o coi dolori, adesso voglio vivere un pochino senza scorta e senza dolori, contemporaneamente senza l’uno e senza l’altro: ecco il limite dei miei sogni. Non chiedo né Leningrado né Rio de Janeiro, voglio solo tornare nel nostro angolo sperduto, nel nostro modesto Uš-Terek [4].
Un’autolimitazione della speranza, forse? No, perché in quell’angolo sperduto i coniugi Kadmin, il ginecologo Nicolaj Ivanovič e sua moglie Elena Aleksandrovna, avevano insegnato ad Oleg a prendere la vita del confino con un sorriso, con una gioia continua. Entrambi erano stati condannati, a causa di un’imprudenza commessa dalla madre di lui, a dieci anni di lavori forzati, poi al confino perpetuo, ma in luoghi tra loro molto lontani. Dopo un anno di reclami e domande a Mosca, finalmente avevano potuto ricongiungersi. Adesso non avrebbero dovuto gioire della vita, non amare Uš-Terek’? E la loro casupola d’argilla? Quale altro bene avrebbero potuto desiderare? [5]
Qualunque cosa accadesse essi ripetevano sempre: - Com’è bello! Quant’è meglio di prima! Come siamo stati fortunati a capitare in questo posto meraviglioso!
Se riuscivano a ottenere una pagnotta di pane bianco, era una festa! Oggi c’era un bel film al circolo: una festa! Erano arrivati dei libri di Paustovskij in libreria: una festa! Era arrivato un tecnico dentista e aveva aggiustato i denti: una festa! Avevano mandato al confino un’altra ginecologa: che bella cosa! Si occupasse pure di ginecologia, di aborti illegali, Nikolaj Ivanovič avrebbe lavorato come terapeuta, ci sarebbero stati meno soldi, ma si sarebbe stati tranquilli. Il tramonto sulla steppa arancio-rosa-scarlatto-rosso-purpureo: che meraviglia! Il mingherlino, brizzolato Nikolaj Ivanovič prende sottobraccio la rotonda, appesantita per le malattie, Elena Aleksandrovna e con passo solenne vanno oltre le ultime case per vedere il tramonto.
Ma la vita, come una folta ghirlanda di gioie in fiore, comincia per loro il giorno in cui comprano una casetta mezza in rovina con l’orto, tutta per loro, l’ultimo rifugio della loro vita (…). Mobilia non ne avevano, e allora ordinano al vecchio Chomratovič, anche lui confinato, di costruire in un angolo un parallelepipedo di mattoni. Così è fatto il letto matrimoniale: e com’è grande! Com’è comodo! Questa sì è una gioia! Si cuce un ampio sacco come materasso e lo si riempie di paglia. La successiva ordinazione fatta a Chomratovič è un tavolo, e per di più rotondo (…).
…Elena Aleksandrovna dice con sentimento: - Ah, Oleg, come stiamo bene qui adesso! Sa, senza contare l’infanzia, questo è il periodo più felice di tutta la mia vita!
Perché infatti, - lei ha ragione! – non è il livello di benessere che fa la felicità degli uomini, ma i rapporti tra i cuori e il nostro punto di vista sulla nostra vita. Sia questo che l’altro dipendono sempre da noi, e perciò l’uomo è sempre felice, se vuole, e nessuno può impedirglielo
[6].
Poter vivere con persone così è un’ulteriore ragione di speranza, perché è già una vita diversa, una vittoria sull’inferno del mondo. Vengono in mente le parole che Italo Calvino ha scritto come conclusione delle sue Città invisibili: per non soffrire dell’inferno del mondo occorre cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Note

[1] A. Solzenicyn, Reparto C, Einaudi 1969, traduzione di Giulio Da Costa.

[2] P. 526.

[3] P.527-528.

[4] P. 327.

[5] P. 300.

[6] pp. 298-299.

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