Non si è cattolici per autocertificazione
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Caro Alessandro, ho letto la tua intervista su Tribuna e mi pare che ci siano spunti interessanti di confronto e di approfondimento. Sono passati un po’ di anni da quando ti avevo alunno a scuola, e vedo con piacere che stai facendo un percorso serio nella responsabilità verso il Paese. Del resto è quello che il nostro Vescovo Andrea ha auspicato nell’incontro di preghiera per e con i politici, là dove ha detto che ritiene necessario che i giovani riprendano una seria responsabilità verso il bene comune. Di questo sono lieto.
Riporto per chiarezza quanto scritto sul giornale: «Questa rottura col passato c’è anche su temi tabù per i cattolici come i diritti civili?
Sulle adozioni alle coppie omosessuali sono contrario. Sui matrimoni gay c’è una realtà che sta avanzando. Da cattolico credente vedo il matrimonio come un sacramento quindi nutro dubbi sull’ampliarlo anche agli omosessuali. Sono altresì d’accordo ad un’estensione dei diritti civili. Siamo nel 2014 e sarebbe impossibile non vedere la società che cambia.»
Innanzitutto una semplice osservazione sulla formulazione della domanda. Ma chi ha mai pensato che i diritti civili siano un «tabù» per i cattolici? La difesa della famiglia naturale, composta da un uomo e da una donna, e il rifiuto della cosiddetta «famiglia omosessuale» è un atto di civiltà e di difesa del bene comune. E non è prerogativa dei soli cattolici. In Italia lo prevede la Costituzione e qui in Repubblica fa parte della legge costitutiva del diritto di famiglia.
Per quanto riguarda la tua risposta, credo innanzitutto che, per un cattolico, la concezione della famiglia ha una sua rilevanza naturale, che il sacramento conferma e non sostituisce. Un’occhiata al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica (così sollecitato dal nostro Vescovo) potrebbe aiutare tutti noi a una chiarezza di formulazione.
Riporto alcune indicazioni. Innanzitutto la certezza che «Nessun potere può abolire il diritto naturale al matrimonio né modificarne i caratteri e la finalità. Il matrimonio, infatti, è dotato di caratteristiche proprie, originarie e permanenti.» Questo perché tale istituto ha una sua specifica dimensione naturale, che vale sia per i credenti che per i non credenti. Per quanto riguarda le cosiddette unioni di fatto ancora il Compendio così recita: «Le unioni di fatto, il cui numero è progressivamente aumentato, si basano su una falsa concezione della libertà di scelta degli individui e su un'impostazione del tutto privatistica del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio non è un semplice patto di convivenza, bensì un rapporto con una dimensione sociale unica rispetto a tutte le altre, in quanto la famiglia, provvedendo alla cura e all'educazione dei figli, si configura come strumento primario per la crescita integrale di ogni persona e per il suo positivo inserimento nella vita sociale.
L'eventuale equiparazione legislativa tra la famiglia e le «unioni di fatto» si tradurrebbe in un discredito del modello di famiglia, che non si può realizzare in una precaria relazione tra persone, ma solo in un'unione permanente originata da un matrimonio, ovvero dal patto tra un uomo e una donna, fondato su una reciproca e libera scelta che implica la piena comunione coniugale orientata verso la procreazione.» Infine, per quanto riguarda le convivenze omosessuali, così viene affermato: «Un problema particolare collegato alle unioni di fatto è quello riguardante la richiesta di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, sempre più oggetto di pubblico dibattito. Soltanto un'antropologia rispondente alla piena verità dell'uomo può dare una risposta appropriata al problema, che presenta diversi aspetti sia sul piano sociale che ecclesiale. Alla luce di tale antropologia si rivela quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà “coniugale” all'unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzi tutto, l'oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell'essere umano. È di ostacolo, inoltre, l'assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina. È soltanto nell'unione fra due persone sessualmente diverse che può attuarsi il perfezionamento del singolo, in una sintesi di unità e di mutuo completamento psico-fisico».
Questo per aiutarci a capire che – come ho ricordato a proposito delle affermazioni di Domenico Gasperoni – non si è cattolici per autocertificazione, ma per un ascolto condiviso dell’insegnamento della Chiesa. Per allontanare ogni equivoco.