Un giornalismo che serve la verità
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Mi complimento con Tribuna per il servizio sul viaggio del Papa in Corea e la sua visita al «Giardino dei bambini abortiti». Con CulturaCattolica.it siamo stati tra i primi a riportare e commentare questa notizia (lasciata un po’ ai margini dalla cosiddetta grande stampa) e mi fa piacere vedere il rilievo che invece qui ne è stato dato. Sì, perché è segno che non si vuole tirare il Papa per la giacchetta, riportando solo ciò che è funzionale alla ideologia del momento. Così questo gesto e queste parole del Papa ci aiutano in questo momento sammarinese in cui si vuole mettere a tema la questione dell’aborto. Così riporta Tribuna: «Nella sua Esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, Papa Francesco aveva ricordato che tra i “deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo”.
Ribadendo che sul punto “non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione”, Papa Francesco scriveva: “Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero – riconosceva con schiettezza – che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie”». Ben venga allora la riflessione che qui in Repubblica si fa sul tema dell’aborto, per rendere sempre più la nostra legislazione capace di salvaguardare la vita umana, ogni vita umana a partire dalla più debole e indifesa, adeguando il linguaggio e le formulazioni giuridiche e non trasformandole in senso peggiorativo.
In questo modo appare sempre più evidente che anche il mondo dei mass-media può e deve adeguarsi al grave compito di servire la verità, facilitando l’incontro tra gli uomini, dando spazio al confronto serio e ragionato tra i diversi, senza mai cadere nel facile ricorso alla offesa e demonizzazione dell’avversario (che, quando accade, mostra la pochezza umana di chi opera e la sua reale assenza di ragioni: noi siamo sempre per la forza delle ragioni, non per le ragioni della forza).
Così abbiamo vissuto con gioia e partecipazione il Pellegrinaggio alla Madonna del Faggio, in cui col Vescovo abbiamo pregato per la famiglia e per i perseguitati (cristiani, ma non solo) in Iraq e in tante parti del mondo. E non possiamo dimenticare che «La bellezza della famiglia salverà il mondo», quella famiglia che, ha ricordato ancora il Vescovo, è l’unione stabile tra un uomo e una donna, per il mutuo conforto e sostegno, per la generazione ed educazione dei figli. Anche qui vogliamo fare nostre queste due consegne, così che la libertà religiosa ridiventi il bene e il criterio di una convivenza giusta e la famiglia (che amiamo definire naturale) ritorni ad essere autentica risorsa dell’umanità.
Sempre su CulturaCattolica.it abbiamo pubblicato queste acute riflessioni del Rabbino Bernheim, e le sentiamo profondamente nostre: «Io sono tra coloro che pensano che l’essere umano non si costruisca senza struttura, senza ordine, senza statuto, senza regole; che l’affermazione della libertà non implichi la negazione dei limiti; che l’affermazione dell’uguaglianza non comporti il livellamento delle differenze; che la potenza della tecnica e dell’immaginazione esiga di non dimenticare mai che l’essere è dono, che la vita ci precede sempre e che ha le proprie leggi.
Ho voglia di una società in cui la modernità occupi tutto il suo posto, senza che però vengano negati i principi elementari dell’ecologia umana e familiare.
Di una società in cui la diversità dei modi d’essere, di vivere e di desiderare sia accettata come una possibilità, senza che tale diversità venga però diluita riducendola a un denominatore più piccolo che cancelli ogni differenziazione.
Di una società in cui, nonostante i progressi del virtuale e dell’intelligenza critica, le parole più semplici — padre, madre, coniugi, genitori — conservino il loro significato, allo stesso tempo simbolico e incarnato.
Di una società in cui i bambini siano accolti e occupino il loro posto, tutto il loro posto, senza però diventare oggetto di possesso a ogni costo o posta in gioco del potere.
Ho voglia di una società in cui ciò che accade di straordinario nell’incontro tra un uomo e una donna continui a essere istituito, con un nome preciso».