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Solzenicyn, un destino segnato 2 - Dal punto di vista dell'eternità

Autore:
Dell'Asta, Adriano
Fonte:
CulturaCattolica.it
Seconda parte dell'Introduzione di Adriano Dell'Asta alla biografia di L. Saraskina, Solzenicyn, Ed. San Paolo

Amicizia, solidarietà: in queste pagine, tra lo squallore della viltà e dell’arrivismo, dà dunque prova di sé un popolo unito e solidale, nelle grandi gesta come nelle piccole cose. Tra gli invisibili abbiamo allora tutti coloro che aiutarono Solženicyn nelle maniere più prosastiche, dandogli un tetto sotto il quale scrivere, un rifugio nel quale stare al sicuro dagli attacchi della polizia, una mano per fotografare o trasferire i testi pericolosi (tutti); ma anche quelli che lo aiutarono in maniere molto più elevate, dandogli una mano per sfondare, dall’interno, il muro impenetrabile della fortezza ideologica e consentirgli di pubblicare cose impubblicabili. Con una felicissima formulazione, la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič viene definita «un miracolo impossibile nella realtà, che alcune persone avevano realizzato insieme»: il miracolo, l’impensabile, il favoloso, divenne possibile proprio grazie a questi invisibili, diventati, senza pianificazione, un popolo.
Il miracolo di queste amicizie, il miracolo che queste amicizie resero possibile è un altro dei temi ricorrenti in questa biografia: la sensibilità al mistero irriducibile che governa la vita e che caratterizza l’essere dell’uomo.
La dimensione ultima, il cuore, il senso unitario, dell’esistenza di Solženicyn e della sua arte, del suo «io» e del suo «destino letterario», si palesa qui in tutta la sua profondità squisitamente religiosa e cristiana: è solo rinunciando ad appartenere a se stessi, cominciando ad ascoltare «pazientemente» quello che non rientra nei propri «progetti» e nelle proprie misure, che ci si ritrova pienamente, che non si perde il proprio io o si pretende di cambiarlo con qualche inesistente io ideale, ma lo si ritrova migliore. E questo è un cammino che non si interrompe mai, così che uscendo da questa vita, come disse più volte Solženicyn, ci si riscopra migliori di quello che si era all’inizio.
È un cammino di rinascita, o più propriamente di risurrezione, che passa inevitabilmente attraverso la croce, come ben sa Solženicyn e sanno i suoi personaggi, primo fra tutti quel Sanja Laženicyn che, nella Ruota rossa, è un po’ il padre dello scrittore e un po’ lo scrittore stesso: «Come si dice, una tomba senza incenso non è che un buco nero. E tanto più senza croce. Senza croce? Per me non è più il cristianesimo», dice in Ottobre 1916.
Ma passando attraverso la croce, esattamente come la croce, questo cammino non è la perdita del reale ed è piuttosto il suo ritrovamento più autentico. Non deve sfuggire qui che il percorso di liberazione dell’io e di formazione del grande artista è un percorso di ritrovamento della realtà; e in questo senso vanno valutate nella loro giusta profondità – e vanno rilette nelle opere di Solženicyn – le pagine in cui L. Saraskina tratteggia la riscoperta della realtà semplice di tutti i giorni, non ideologica, da parte del giovane Solženicyn: una realtà la cui costante è il fatto che essa è tanto più vera e tanto più profonda quanto più non è fatta da mano d’uomo, quanto meno è artefatta.
È questa la chiave della famosa Preghiera di Solženicyn: «Quando il mio intelletto confuso si ritira o viene meno, quando gli uomini più intelligenti non vedono al di là di questa sera e non sanno che fare domani, Tu mi concedi la chiara certezza che esisti e ti preoccupi perché non vengano sbarrate tutte le vie che portano al bene»; dove il senso del mistero delle cose – il loro non essere fatte da mano d’uomo, il loro essere indisponibili e in qualche caso persino minacciose – si chiarisce e si compie nel senso dell’appartenenza ad un creatore nel quale tutto diventa chiaro e pacificante, senza essere posseduto e dominato.
Ma questo è anche il senso della creazione artistica, della bellezza, che, per il Solženicyn artista, non è l’invenzione arbitraria di un genio che «suona sulle corde del vuoto». Non è un caso in questo senso che in Ivan Denisovič, il protagonista volti indignato le spalle a dei compagni di prigionia che hanno trasformato l’arte in qualcosa di così artefatto da essere diventato ormai una «fantasia irresponsabile». Anche per riscoprire questo Solženicyn avrebbe dovuto percorrere il lungo cammino che ci viene proposto dalla sua biografa, e alla fine avrebbe ritrovato che la propria creazione era possibile esattamente se e nella misura in cui scopriva quello che aveva scoperto a proposito del proprio io, e cioè che quando scriveva, come quando viveva veramente, era «come se io non fossi io». L’io ritrovava la sua potenza suprema, quella della creazione artistica, proprio rinunciando a se stesso; diventava tanto più creativo e originale quanto più rinunciava ai propri punti di vista e alle proprie opinioni e sensazioni parziali per «porsi al di sopra dell’ira e percepire la realtà dal punto di vista dell’eternità».

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