Rileggere “La strada” di Cormac McCarthy
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Ho letto a suo tempo il romanzo La strada di Cormac McCarthy, pubblicato da Einaudi nel 2007. Esso mostra un mondo devastato da un evento gravissimo che non viene narrato, ma a cui si allude solo in qualche frammento di flash back: c’è stata un’esplosione atomica? Una guerra nucleare? Sembra comunque che si sia realizzato anni addietro qualcosa di previsto (qualcuno si è preparato un bunker pieno di attrezzature e di scorte per rifugiarvisi), che ha ridotto la terra a un ammasso di detriti coperti di cenere; il sole è perennemente oscurato da una fitta e gelida coltre di nubi.
L’umanità è rimasta in gran parte uccisa dalle tempeste di fuoco, poi dal freddo e dalla distruzione delle risorse. Successivamente sono cominciate le guerre tra le “sette sanguinarie” che volevano impadronirsi delle scorte residue; ora rimangono gruppi di pericolosissimi predoni cannibali, o individui isolati che stanno nascosti e hanno paura di tutto, o viandanti stremati e fuori di testa che cercano di sopravvivere.
In questo contesto di ritorno dell’umanità allo stato ferino non rimangono più nemmeno i nomi propri delle persone e dei luoghi.
Un uomo e un bambino, suo figlio, percorrono l’America già da molto tempo, nella speranza di trovare a sud, vicino al mare, condizioni di vita possibili. Essi rappresentano un resto dell’umanità e il loro tenerissimo rapporto contrasta fortemente con l’agghiacciante contesto. Sono “l’uno il mondo intero dell’altro” (p. 5): bellissimo modo di dire contemporaneamente il loro affetto reciproco e la loro assoluta solitudine. Nonostante le esperienze traumatiche che attraversano, restano fermamente convinti di essere “i buoni” e di “portare il fuoco”, come si ripetono più volte. Riescono anche a vivere alcuni momenti sereni, di un normale rapporto di un genitore col figlio: si veda l’episodio della coca cola (pp. 18 – 19), oppure quello del bagno nel mare (pp. 165 - 166).
L’uomo è ingegnoso a utilizzare tutte le risorse possibili: la nettezza dei dettagli con cui vengono descritti i gesti che compie contrasta con la nebulosità della realtà che lo circonda. Egli è fermamente convinto di avere il dovere di proteggere il bambino: “Dio mi ha assegnato questo compito”, afferma (p. 59). La molla narrativa del racconto è forse proprio questo senso ancestrale di un compito da svolgere, misteriosamente assegnato da Dio stesso.
Il bambino ha proprio le caratteristiche di un bambino: ha molta paura, vuole fermamente stare dalla parte dei “buoni” e quando incontra qualcuno lo vuole a tutti i costi “aiutare”.
Quando l’uomo, già malato, alla fine sta per morire, invita il bambino a parlare con lui anche quando lui non ci sarà più: a poco a poco riuscirà a sentire quello che gli risponderà. Questo passaggio cambia la prospettiva del romanzo, non più schiacciato in una dimensione “terrena”, ma aperto ora a una dimensione metafisica.
Morto il padre, il bambino incontra un uomo, cerca di accertarsi che sia dei buoni ed accetta di essere accolto nella sua famiglia; la moglie dell’uomo gli parla di Dio, ma il bambino preferisce parlare con il padre, come questi gli aveva detto. Per la donna va bene così: “Il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno”.
Rileggendo recentemente questo romanzo, ho notato alcuni particolari a cui in prima lettura non avevo fatto molto caso.
Essi riguardano soprattutto quanto si dice del bambino. All’inizio il padre sa solo che “il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato” (p. 4).
Successivamente, in un momento in cui gli accarezza i capelli biondi, pensa: “Calice d’oro, buono per ospitare un dio”.
Infine quando, vicino alla fine, lo guarda sulla strada, gli sembra che quello lo guardi “da qualche futuro impensabile, radioso come un tabernacolo in quella desolazione” (p. 208).
Mi sembra dunque che, nella prospettiva metafisica che si apre nel romanzo, il bambino non abbia soltanto le caratteristiche dell’infanzia, ma di una umanità nuova, nuova perché capace di essere un “tabernacolo”, di “ospitare un dio”. E il compito dell’uomo, di ogni uomo, è proprio quello di salvare questa umanità.
Padre e figlio dicono di portare il fuoco, la donna nella conclusione parla del respiro di Dio: non sono queste due immagini dello Spirito santo? E l’uomo nel pensiero cristiano non è tempio dello Spirito santo?
Dunque, nella distruzione dell’umanità che incombe, la speranza è in una umanità che torni ad essere quello che è.