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Federigo Tozzi: violenza e desiderio di redenzione 10 - Tre croci 2

Autore:
Bortolozzo, Carlo
Fonte:
CulturaCattolica.it
E' il romanzo più esplicitamente religioso di Tozzi, in cui viene riproposto l’archetipo cristologico, in modo ancora più accentuato rispetto a Il Podere.

Giulio è l’uomo solo e impaurito, che non trova più ragioni per desiderare, cioè per cambiare la sua vita: “Allora gli pareva possibile cedere la sua sofferenza a qualcuno di loro; ed egli ritrarsi verso qualche punto, dal quale avrebbe potuto soltanto assistere. Non vide più perché egli avesse dovuto continuare a vivere, e il desiderio della morte gli parve preferibile e necessario”. Riferendosi a questo passaggio del romanzo, Orsenigo ha parlato giustamente di “paralisi della libertà” (1): l’uomo, privato di un senso certo per l’azione, non sa più aderire alla realtà.
La narrazione precipita verso la tragedia; l’ennesima cambiale falsa viene scoperta e denunciata; tutto il “coro” cittadino ne viene informato, con l’esecrazione pubblica dei fratelli Gambi. Giulio “si sentiva trafitto”, ma, allo stesso tempo, avvertendo "una specie di serenità incerta e nebulosa; ma quasi soave, come se i suoi pensieri si purificassero da sé, a contatto di una misericordia". Confessa a Niccolò di invidiare quelli che possono credere in Dio, ricevendo le beffe del fratello. Sa di dover affrontare “la prova della morte”. Diretto verso la libreria, vede una donna sciancata, la quale cerca di salire le scale di una chiesa: “egli non aveva mai visto un’altra ostinazione così vogliosa e nello stesso tempo un’altra impazienza forse così piena di gioia. Egli sentiva che quella donnàcchera poteva significare una cosa, che cercò invano. E la sua disperazione crebbe”. Giulio si concede una passeggiata lungo le vie di Siena, in compagnia del critico d’arte Nisard, frequentatore della libreria; l’amata città gli appare di una bellezza lontana: “La campagna era d’una ampiezza che non finiva mai; e Siena, in quel silenzio, quasi taciturno ma soave, sembrava tutta raccolta in se stessa e inaccostabile”. Confida a Nisard di aver vissuto “una realtà convenzionale” e di “non voler ricominciare da capo”; ma l’altro non capisce, interessato solo al gossip del giorno. Così, Giulio va verso la morte da solo, aprendo la porta della libreria “come se andasse a conoscere la realtà del suo sentimento”. Nel buio della libreria, il dramma corre al suo compimento; “prese una corda forte, con la quale era stato legato un pacco di libri”. La sua vita è segnata dalla menzogna: nella mente allucinata corrono “oggetti falsamente antichi” e saltellano impietosamente firme false, mentre la sua testa si infila dentro il laccio.
Il funerale si svolge tra “fiori già putridi”, sotto un cielo grigio, con un prete distratto e indaffarato; Siena stessa ha un “velo addosso”, come a partecipare al lutto. Giulio, con il suo sacrificio, ha salvato i fratelli: al processo tutta la colpa ricade sul morto. Ma Niccolò ed Enrico, senza più il legame del fratello, si dividono presto; Enrico, il più debole, senza più la capacità di mantenersi, precipita verso la sua dissoluzione. Modesta, la moglie di Niccolò, si reca in chiesa, portando alla Madonna la sua angoscia e il suo fervore; “che, senza la fede, non si sarebbe sentita più né meno un essere umano”. La salute di Niccolò peggiora; fra gli incubi e i deliri, egli vede se stesso costretto a “dondolare Giulio penzoloni”. Enrico viene a sapere della morte del fratello mentre consuma i suoi ultimi spiccioli nella bettola, deriso o compianto da tutti. Dalla sua bocca, come da un dannato infernale, escono parole maledette verso il fratello e la cognata.
L’ultimo capitolo, che è parso a Cassola il più alto del romanzo, degno di stare alla pari con il finale dei Malavoglia (2), vede affiorare un’antica e dolente pietas, dopo tanto disumano squallore.
Modesta aiuta discretamente il cognato, sollecitandone la conversione. Quello di Enrico è un ritorno impossibile, come quello del giovane ‘Ntoni del capolavoro verghiano. Nel traviato Enrico traluce un senso di pudore verso le nipoti, estremo sussulto della sua umanità degradata: “Quelle sono due angeli. Ho riguardo soltanto dei loro occhi innocenti, che non mi vedano così”, afferma. Viene accolto infine all’ospizio, dove il suo ultimo pensiero è rivolto alle nipoti; per loro, quasi miracolosamente, egli si rimette a lavorare, scoprendosi, all’ultimo, dotato di “un briciolo di coscienza”. Saputo della sua morte, Lola e Chiarina, “gli misero due mazzetti di fiori sul letto, uno a destra e uno a sinistra”. Pregando inginocchiate, il morto in mezzo a loro diventava “sempre più buono. Il giorno dopo, spaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare a Modesta tre croci uguali”.
L’intervento delle due ragazze conferisce un senso alla vita dei fratelli; esse, infatti, “esprimono il punto di vista dell’autore; nel modo estremo con cui i fratelli hanno ‘sentito’ la vita e ne hanno vissuto sino in fondo il ‘mistero’ c’è Dio. Quando comprano le tre croci, non fanno che interpretarne il destino e attribuirgli un significato. Esse, nella loro ingenuità e semplicità, hanno capito” (3).
Si conclude così il romanzo più esplicitamente religioso di Tozzi, in cui viene riproposto l’archetipo cristologico, in modo ancora più accentuato rispetto a Il Podere, anche se Giulio è un “Cristo moderno ridotto a falsificare cambiali e costretto al suicidio” (4).
Al gesto finale, concreto e simbolico, di due “povere di spirito”, Tozzi affida il desiderio di riscatto e di redenzione della sua vita e dei suoi personaggi.

NOTE
1. L. Orsenigo, Il cristianesimo tragico…,cit.,p.255.
2. Cfr. C. Cassola, Introduzione a F. Tozzi, Tre croci, cit., p. VII.
3. R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini…, cit., p.180.
4. S. Maxia, Uomini e bestie…, cit., p. 152.

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