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Federigo Tozzi: violenza e desiderio di redenzione 6 - Con gli occhi chiusi

Autore:
Bortolozzo, Carlo
Fonte:
CulturaCattolica.it
Non vi è dubbio, peraltro, che l’elemento religioso, pur così dimidiato e sconvolto, sia fortemente presente nell’opera tozziana. Con gli occhi chiusi è il romanzo d’esordio, di impronta fortemente autobiografica.

Non vi è dubbio, peraltro, che l’elemento religioso, pur così dimidiato e sconvolto, sia fortemente presente nell’opera tozziana. Afferma Luperini, in contrasto con Baldacci, che nell’arte che ne deriverà “esperienza del mondo e esperienza religiosa coincidono”, presentandosi al contempo “realista e psicologica”. (1)
Delineiamo ora sinteticamente la presenza di tale elemento nei tre romanzi maggiori.
Con gli occhi chiusi è il romanzo d’esordio, di impronta fortemente autobiografica. Nella tormentata storia d’amore tra il giovane Pietro, il figlio “inetto” del padre-padrone Domenico, e la bella e sensuale Ghìsola, contadina che vive nel podere paterno, riconosciamo i tratti della giovinezza dell’autore. Ma soprattutto, il titolo diventa una metafora del protagonista e della sua vita mancata, come intuì da subito Debenedetti, allusione a un’incapacità di “vedere per ingenuità, dappocaggine, melensaggine”. (2) L’immagine sarà destinata a divenire “il mito centrale di Tozzi, il palese o segreto motivo conduttore della sua narrativa più rilevante”. (3) Come i suoi antecedenti europei (è sufficiente pensare alla figura di Tonio Kroger del giovane Mann, al Torless di Musil o ai personaggi kafkiani), Pietro “si trovava sempre a disagio: ed era come una cosa che non riusciva a spiegarsi. Non si affidava agli amici, e ne sentiva la mancanza. Si annoiava di tutto…Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi”. (4) Ogni sforzo sembra inutile: “Perché tentare di essere come gli altri? Come erano fatti gli altri?”. Il tempo che passa assume le sembianze di un incubo che travolge ogni cosa: “si sforzava d’essere soddisfatto e di affezionarsi alla scuola; ma gli pareva che i giorni fossero così staccati e separati uno dall’altro che sentiva prendersi dallo scoraggiamento”. L’unica alternativa a questo grigiore sembra essere rappresentata dal paesaggio naturale, in grado, forse, di aprire a un’altra dimensione. Tozzi evoca, con maestria, l’Arno scrosciante, le belle colline e “quelle nebbie che lasciano i muri bagnati, annerendo le pietre delle strade”. Umiliato dal padre, il giovane volge lo sguardo verso il tramonto: la luce superstite, “più rossa che rosea, era sopra Siena. Ma i cipressi sparsi da per tutto, a fila o a cerchio in cima alle colline, gli dettero il rammarico di staccarsi da una cosa immensa”. Al protagonista “pareva d’essere inseguito da suo padre, pur sentendosi rasserenato dal campanile di Giotto, da Santa Maria del Fiore, da quelle strade che conosceva”. Violenza e insensatezza dominano il romanzo: Ghìsola ne è complice e vittima, affascinante e perduta.
Lasciato il podere, passa da un uomo ad un altro; rimane incinta e tenta invano di legarsi a Pietro, per farsi sposare da lui; ma il ragazzo, timido e idealista, vive “con gli occhi chiusi” e la crede pura. “Una notte così non la vedremo mai più! Le stelle scintillano dentro i tuoi occhi”, le sussurra in un impeto lirico. Spera che Ghìsola diventi per lui la “rinnovatrice”. Una pagina bellissima descrive il viaggio del protagonista verso Firenze, dove si trova la ragazza. “Il treno correva vicino all’Arno, la cui acqua luccicava come se migliaia di specchi vi si rompessero insieme; oltrepassava le pinete a picco, acuminate, ancora sparse d’ombre violacee, tra i pioppi bianchi e tremuli, dietro i pali telegrafici, i cipressi a fasci, cipressi come rinchiusi dagli altri cipressi. Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d’azzurro, tra le colline l’una più soave dell’altra. Quella bellezza meravigliosa l’umiliava”. Aprirà gli occhi solo nel finale, quando rivedrà la ragazza in una casa d’appuntamenti, scorgendole il ventre ingrossato: “Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più”.
Concludendo un tortuoso itinerario di autoinganni e di crudeli rivelazioni, che fanno pensare al rapporto tra Emilio e Angiolina in Senilità di Svevo, il romanzo sancisce la divisione tra ragione e affetto: quando il protagonista vede, prendendo coscienza della realtà, il rapporto si esaurisce.

NOTE
1. R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini.., p.67.
2. G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, p. 217.
3. Id., Il personaggio uomo, cit., p. 98.
4. Si cita da F. Tozzi, Con gli occhi chiusi, Garzanti, Milano 1993, introduzione di G. Nicoletti.

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