Il padrone del mondo 5 - Una distopia di grande forza profetica
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Robert Hugh Benson (1871-1914)
“Il padrone del mondo” è sicuramente il romanzo che ha procurato una fama imperitura a Robert Hugh Benson, singolare figura di convertito inglese. Quarto figlio dell’Arcivescovo anglicano di Canterbury, Robert crebbe in un ambiente devoto, intellettuale e bene educato. Nella sua autobiografia (5) egli stesso descrive l’insoddisfazione profonda verso l’anglicanesimo (di cui pure divenne sacerdote nel 1901) e il progressivo avvicinamento al cattolicesimo, sulle orme di un altro grande convertito, il Beato Cardinale John Henry Newman. Robert fu ordinato sacerdote cattolico nel 1904, e si dedicò soprattutto alla predicazione e alla composizione di romanzi aventi come tema il rapporto tra religione e potere, e in particolare le persecuzioni anticattoliche in Inghilterra. Ricordiamo soprattutto: “Con quale autorità”, “I necromanti”, “L’alba di tutto”, e inoltre “L’amicizia di Cristo”. Della sua biografia sono da rilevare la presenza di due fratelli letterati, uno dei quali, Edward Frederick, scrittore di romanzi gotici, e un soggiorno a Roma, la cui eco risuona ne “Il padrone del mondo”.
Robert Hugh Benson morì nel 1914 per problemi cardiaci.
“Il padrone del mondo”: il contesto culturale del primo Novecento
Si tratta di una distopia di grande forza profetica. Qualcuno si è divertito a mettere in fila le caratteristiche del mondo futuro evocato da Benson presentandole come cronaca dell’oggi.
“Leggere oggi Il Padrone del Mondo fa venire i brividi.
Comunicazioni istantanee in tutto il mondo. Autostrade a quattro corsie. Trasporti aerei e sotterranei. Luce solare artificiale. Eutanasia legalizzata e assistita. Un Parlamento europeo. Attentati a catena, con attentatori kamikaze. Il crollo del colosso russo. La minaccia (sventata) di una guerra mondiale con scontri tra America, Russia e Cina. Un papa di nome Giovanni dopo cinque secoli. La crisi delle religioni, sotto l'avanzare di una nuova religione universale stile New Age. Preti che lasciano il ministero. Laici consacrati che agiscono nel mondo senza divise o distintivi. La minaccia di un "Grande Fratello" destinato a governare su scala mondiale. Tutto questo è descritto nel romanzo.”: questa l’efficacissima sintesi (in www.stranocristiano.it) delle idee, degli eventi, delle situazioni future evocate nell’opera.
Questo romanzo non è tuttavia radicalmente originale nei suoi aspetti fantascientifici. Già Jules Verne aveva scritto nel 1886 “Robur il conquistatore” seguìto nel 1904 da un sorprendente “Maître du monde” (Il padrone del mondo), chiamato dallo scrittore in una lettera al figlio del suo vecchio editore Jules Hetzel “Maître après Dieu” (Padrone dopo Dio), chiaro indice della hybris, quasi delirio di onnipotenza, dell’uomo positivista di fine Ottocento. In questo secondo romanzo della serie, Verne racconta di un apparecchio “nave-pesce-uccello” ad ali battenti, chiamato “Épouvante”, la cui eco si può forse riscontrare nei grandi aerei-uccelli volanti di Benson. Nel 1891 sempre Verne aveva scritto “in uno slancio felice il più utopistico dei suoi romanzi, “Diario di un giornalista americano nell’anno 2890” (6). La New York di Verne ha molti tratti in comune con la Londra di Benson: strade larghe più di cento metri, abitazioni immerse nel verde in periferia, marciapiedi mobili, pubblicità luminose tridimensionali, traffico aereo universale (e in Verne anche interplanetario)… Anche le tematiche della cosiddetta “vague catastrophique” non sono inconsuete a cavallo del secolo XX: Camille Flammarion scrive La fin du monde nel 1894; The time machine di Herbert G. Wells è del 1895; Matthew Phipps Shiel pubblica The purple cloud nel 1901. Un lettore attento come Benson aveva quindi davanti a sé molti esempi cui ispirarsi; ma la sua opera è assolutamente unica e imparagonabile. Infatti la scenografia futuristica, come spiega l’autore stesso nella prefazione al romanzo, gli serve per “esprimere valori e principi che mi stanno a cuore e che io credo veri ed infallibili” traducendoli in “avvenimenti che possono commuovere”. (7)
E “quello che sta a cuore” a Benson è la storia della salvezza, che non è fuori o sopra il corso degli eventi mutevoli dei secoli, ma ne costituisce il significato più vero.
NOTE
5. R. H. Benson, Confessioni di un convertito, Gribaudi, Milano 1996.
6. Franz Born, Giulio Verne l’uomo che inventò il futuro, Mondadori 1971, pag. 124.
7. R. H. Benson, Il padrone del mondo, cit., pag. 1.