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L'infanzia di Ivàn

Autore:
Sanvito, Samuele
Fonte:
CulturaCattolica.it ©

L'infanzia di Ivàn
(1962)
Titolo originale: Ivanovo Detstvo
Fotografia: Vadim Jusov
Produzione: Mosfilfm
Musica: Vjaceslav Ovcinnikov
B/N
durata: 95'

Durante la seconda guerra mondiale, Ivan, un ragazzo dodicenne, è rimasto senza famiglia, distrutta dai nazisti. Attraversando il fango del fiume (il fango: il rapporto con la madre terra in Tarkovskij è sempre presente) che segna il fronte di guerra recupera le linee russe dopo una missione di spionaggio nel territorio occupato dai nazisti.
Diviso tra l'odio che troppo presto ha appreso ed il bisogno infantile di tenerezza e protezione, si affeziona a tre soldati dell'Armata Rossa i quali contraccambiano paternamente, chi più chi meno, il suo affetto.

Ivan ritrova la gioia dell'infanzia soltanto nei sogni in cui gli appaiono la madre e i luoghi del passato.

Tutti i bruschi passaggi del nostro film dai sogni alla realtà e viceversa, dall'ultima scena nella cripta della chiesa al giorno della vittoria a Berlino, a molti apparivano scorretti. Ma, con mia grande gioia, mi sono convinto che non è così che la pensano gli spettatori.

"Sostituire i collegamenti narrativi con quelli poetici. […]" Esistono infatti degli aspetti della vita umana che possono essere rappresentati in maniera veritiera soltanto con i procedimenti della poesia (da Scolpire il tempo, pg.31).

Arsenij Tarkovskij
La culla

a Andrej T.
Lei:
Passante, come mai non dormi per tutta la notte,
Perché ti trascini e ti trascini,
dici sempre le stesse cose
e non fai dormire il bambino?
Chi ti ascolta ancora?
Cosa hai da dividere con me?
Lui, come un bianco colombo, respira
nella culla fatta di corteccia di tiglio.
Lui:
scende la sera, i campi diventano azzurri, la terra orfana.
Chi mi aiuta ad attingere acqua dal pozzo profondo?
Non ho nulla, ho perduto tutto lungo il cammino.
Dico addio al giorno, incontro la stella. Dammi da bere.
Lei:
Dove c'è il pozzo, c'è l'acqua ma il pozzo è lungo la strada.
Non posso darti da bere ed abbandonare il bambino.
Ecco, solleva le palpebre ed il serale, latteo luppolo avvolge,
lambisce e fa dondolare la culla.
Lui:
Aprimi la porta, fammi entrare, prendi da me quello che vuoi -
la luce della sera, un mestolo di acero, la piantaggine.
(1933).