Condividi:

Il vescovo di Blaj, Ioan Suciu (1907-1953)

Autore:
Cipriani, Elisabetta
Fonte:
CulturaCattolica.it

Il vescovo di Blaj, Ioan Suciu (1907-1953), era stato uno dei primi a intuire l’entità della minaccia comunista per il popolo, denunciandola apertamente nelle proprie omelie e divenendo così subito oggetto di particolari attenzioni da parte della Securitate, i famigerati servizi segreti romeni.
In una lettera alla Nunziatura apostolica di Bucarest del 18 settembre ’48, così descriveva il tenore di uno degli interrogatori cui fu sottoposto:
“ - Che accuse portate contro di me? -
- Lei è agitatore… -
- Agitatore? Ma agitatore significa provocare dei sentimenti contro l’ordine, e far imbroglio nelle cose chiare. Io faccio il contrario: chiarisco, e richiamo al supremo ordine morale, e religioso, gli uomini che mi sono affidati.
- Sì, ma lei è agitatore religioso…-
- Agito, sì, le coscienze, per metterle in ordine con Dio.
E ancora:
- Non ho predicato e non predicherò contro l’Autorità, ma difenderò sempre la Chiesa e la dottrina cattolica. Dunque (…) sono o non sono arrestato? Perché se libero, sarò lo stesso vescovo di prima.
- Lei non è più vescovo. -
- Errore. Il Ministero (…) non mi può levare l’ordine sacro che non lui mi affidò. Io non sono un funzionario che riceve il potere, la nomina e l’incarico dallo stato: l’ho ricevuto dal Santo Padre”.
La franchezza, la lucidità, il coraggio, la serena accettazione della volontà di Dio che ne avevano caratterizzato il ministero contraddistinsero anche la sua prigionia. Arrestato definitivamente il 28 ottobre 1948 e dapprima rinchiuso in un monastero ortodosso, dove più volte fu blandito con proposte di passaggio all’ortodossia, venne infine rinchiuso nel terribile lager di sterminio di Sighetu- Marmatiei.
Collocato nella regione del Maramures, nella zona settentrionale del paese al confine con l’Ucraina, nel carcere di Sighet fame, freddo e torture mietevano la vita di un detenuto su quattro. I cadaveri venivano gettati nottetempo in una fossa comune, detta “cimitero dei poveri”. Questa fu anche la sorte di monsignor Suciu, che fino all’ultimo incoraggiò i suoi a perseverare nella prova e nell’amore di Cristo, perché “chi rifiuta la croce rifiuta la risurrezione”.
Il 26 giugno 1953, in seguito alle ripetute torture, si spense tra le braccia del vescovo Hossu, che gli diede l’assoluzione sacramentale. Prima di trasportarlo con un carretto al “cimitero dei poveri”, il suo corpo fu trascinato per le scale, a monito per i prigionieri che potevano udirne la testa sbattere di gradino in gradino.
Il processo di canonizzazione del vescovo-martire Suciu è in pieno svolgimento.