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Un esperimento intellettuale 3 - Due fatti: Dio/Padre, fede/ragione

Fonte:
CulturaCattolica.it
A proposito di Teologia ci si imbatte, dicevo, in due fatti propri del pensiero di natura: ad esso non consta la distinzione, logica o cronologica, tra due momenti e concetti lessicalmente distinti: 1° tra Dio e Padre, 2° tra fede e ragione.

A proposito di Teologia ci si imbatte, dicevo, in due fatti propri di un tale pensiero:
ad esso non consta la distinzione, logica o cronologica, tra due momenti e concetti lessicalmente distinti: 1° tra Dio e Padre, 2° tra fede e ragione.

1° Il pensiero di natura non comporta certo la ridicolaggine di volere proibire al linguaggio il lemma “Dio”, a condizione però di assorbirne ogni significato e attributo sul lemma “Padre”: così che non ha significato dire che qualcuno è a-teo ma soltanto che è a-patride (so bene che questa parola è già impegnata in un altro e distinto uso), ed eventualmente anti-patride. Si dovrebbe parlare allora di Patrologia (altra parola già impegnata).
Con la conseguenza che “Dio” e “Padre” non possono intitolare due trattazioni distinte, o capitoli distinti di una medesima trattazione.
Potrei dire che si comincia (logicamente) dal Padre nostro, non da “Dio”, riconoscendo allo stesso tempo che la questione del significato si è soltanto spostata: “Padre” ha significato?
E’ la questione in cui mi sono imbattuto con J. Lacan, il cui radicalismo al riguardo mi ha orientato (egli sfidava a trovare un significato di “Padre” partendo dalla sua negazione metodologica).
Enuncio le mie conclusioni: “Padre” ha significato o concetto (ma non basta il concetto a farne la realtà) se designa:

A. il principio unificante di un “Regno” (antico lessico) o universo non anzitutto fisico ma come uni-verso umano, che tale è se uni-versificabile in senso (reale) e significato (intellettuale). E’ il concetto di un unico legame sociale o Ordinamento (legame sociale non significa comando né Führerprinzip quantunque sommo e buono).
L’unificabilità ne comporta il pensiero articolato: ciò esclude la stupefazione universale degli unificati.
L’universo è uni-versificabile non solo a partire dal disordine del “mondo” che è anche disordine del corpo (diciamo dal peccato originale): lo è e in primo luogo nel senso di semper condendum. Ai fini che qui ci interessano, è semper condendum anche nell’eventuale (da “evento”) prospettiva di una “vita eterna” la cui eternità non sia più pensata in conflitto con il tempo: contiene un errore quel verso di un canto liturgico che definisce “Dio” come “Eterno senza tempo”. Non prendo lezioni da Platone.
In effetti, ancora concettualmente parlando, non avrebbe significato né senso l’espressione “è asceso corporalmente” se il tempo, sia pure riveduto e corretto (per esempio rispetto a Kant), non ne fosse un ordinario correlato (si veda il cenno successivo al docetismo).

B. l’esistenza reale di un figlio (non ha dunque significato la patern-ità come predicato di un Ente quantunque sommo), che di tale Regno o uni-verso è erede (concetto giuridico), o se si vuole associato al governo del Regno. Ricordo che questo è il linguaggio formale di San Paolo, che poi implica ogni altro come co-erede. E’ l’eredità a fare il figlio (ritengo dimostrabile che qui San Paolo si sia fatto aiutare dal Diritto romano), qualsiasi figlio.
Con linguaggio da economisti: l’offerta precede la domanda.
E anche: l’istituzione precede l’educazione (due concetti sempre confusi).

2° Allo stesso modo, a questo pensiero non consta la distinguibilità tra fede e ragione come due momenti e concetti.
A questo riguardo, il pensiero san(t)o si trova a poter essere propositivo di un concetto chiaro e distinto di “fede”: questa parola, anziché abolita dal linguaggio, o conservata nel corrente non-significato (cosa curiosamente tipica dei giorni nostri in cui, chissà perché, tutti dichiarano di avere “fede”), può venire reinvestita a designare un giudizio, come tale già razionale, il giudizio di affidabilità. (1)
Negli anni ho costruito un tale concetto:
tale giudizio è possibile quando si riscontrino due condizioni, che qui enuncio appena avendole già descritte in precedenza:
A. consistenza, o non contraddizione, o non paradosso (2),
B. innocenza in senso letterale e giuridico, cioè non produzione di danno imputabile. Per intenderci rapidamente: lo tsunami produce danno ossia non è in-nocente, ma non è imputabile.
Queste due condizioni sono riscontrabili (se lo sono, non ho il fideismo del presupporre tale riscontrabilità) solo nel pensiero di qualcuno (e non c’è “qualcuno” senza pensiero), che ne è la san(t)a sede, posto che un tale qualcuno si dia.
La razionalità della fede univocata come nome del giudizio di affidabilità, è assicurata in partenza, non va ricercata né mutuata, così come abbiamo visto per il concetto “Padre”.
Questi due concetti di fede e padre si demarcano da ogni altro uso linguistico delle medesime parole: si sa, se ne dicono tante!, tutte tollerabili ma spesso intolleranti.
E’ dalla demarcazione che origina la tolleranza: è dall’e nell’oscurità che originano le guerre di religione.
(continua)

NOTE

1. Il celebre “Credo quia absurdum” è solo una delle asinerie della storia cristiana.
2. Sono sempre stato contrario all’idea di un “paradosso cristiano”. Risparmio storia e bibliografia. Se proprio devo convertirmi, mi converto a Cristo, al pensiero di Cristo, non a Kierkegaard e, prima, a Pascal. Riuscite a trovare dei cristiani non kierkegaardiani? Spero di sì, io mi annovero tra essi. Cristo è stato il test della paradossalità della “saggezza greca”, e anche della sua ipo-crisia.

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