Charles Mingus
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Charles Mingus: uno sguardo d’assieme
A giudizio di molti gli anni ’50 e ’60 hanno rappresentato uno dei periodi più interessanti e proficui della storia del jazz. Hanno salutato la fine della più grande rivoluzione che la musica afroamericana abbia conosciuto: il be-bop (1); hanno visto nascere, svilupparsi e morire il seguente “raffreddarsi” di note, composizioni e atmosfere nella fase definita “cool jazz” (2); intorno alla metà degli anni cinquanta poi si è incominciato a parlare di “jazz-funk” (3); hanno visto infine germogliare quei primi semi che musicisti come Ornette Coleman, Sonny Rollins e Charlie Mingus seminarono con straordinaria spontaneità e che anticiparono ciò che alla fine degli anni sessanta prese forma con il nome di “free jazz” (4).
In tal senso il ventennio sopra citato risulta essere un ponte che fa tesoro delle conquiste del be-bop e le traghetta al di là dei linguaggi e delle forme sino ad allora conosciute in qualcosa di decisamente originale, spesso non etichettabile. Se il periodo be-bop infatti è stato essenzialmente legato all’ardire improvvisativo su accordi prestabiliti, spesso anch’essi sottoposti ad accurata revisione, dal “cool jazz” in poi si delinea la tendenza ad un maggior equilibrio tra improvvisazione e composizione. Diventa quindi praticabile la possibilità di unire elementi, sino ad allora cristallizzati in forme abituali, all’interno di una concezione musicale a più ampio respiro in cui possano entrare in gioco, ad esempio, metriche più complesse e frequenti cambi ritmici, forme “allargate” (suites, concept albums (5)) ed emancipazione di alcuni strumenti dai ruoli ai quali sono rimasti legati sino a quel momento.
Un uomo, a mio giudizio più di altri, rappresenta la sintesi più originale, libera, divertente ed ironica, figlia di questo straordinario momento della musica afroamericana.
La sua musica è fortemente sperimentale e lui è fragile, aggressivo, contraddittorio.
“In altre parole io sono tre: il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni, osserva ed aspetta l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. Il terzo è una persona piena d’amore e di gentilezza che permette agli altri di penetrare nella cella più sacra del tempio del suo essere e si fa insultare, si fida di tutti, firma contratti senza leggerli e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis, e quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso per punirsi di essere stato tanto stupido; ma non ce la fa ed invece si richiude in se stesso”. “Quale di questi è reale?” “Sono tutti reali”.
Il suo nome è Charles Mingus.
Charles Mingus: l’uomo
Charles Mingus Junior nacque il 22 Aprile 1922 a Nogales, in Arizona, al confine con il Messico. Non conobbe mai la madre, la quale morì tre mesi dopo la sua nascita. “Mama”, così chiamava la sua matrigna, lo portava con sé alle funzioni religiose della Holiness Church e in quelle occasioni egli entrò in contatto con due espressioni musicali che caratterizzarono in modo indelebile la sua arte e favorirono un’evidente intima religiosità: il Blues e il Gospel.
Attorno ai nove anni ascolta alla radio l’orchestra di Duke Ellington e ne rimane folgorato. Nello stesso periodo incomincia a fare i conti con il razzismo. Discendente da neri e pellerossa, si accorge ben presto di vivere una condizione di doppio emarginato, spesso rifiutato dagli stessi neri per il colore giallognolo della sua pelle. Pian piano si fa largo in lui una rabbia viscerale nei confronti della società bianca e in generale sviluppa una personalità instabile, schizofrenica, tra il violento ed il remissivo. Sistema nervoso fragile, quindi, la sua vita è una continua lotta contro il mondo esterno e dentro di sé. Pagò in prima persona questa sua incontrollabile inclinazione. Nella sua celebre autobiografia, “Beneath the Underdog”, Mingus narra un avvenimento indicativo al riguardo: “Tizol [trombonista nell’orchestra di Duke Ellington n.d.r.], vuole che tu suoni un solo che ha scritto, in cui devi usare l’arco. Tu porti il solo all’ottava sopra, in cui il suono del basso non è troppo fangoso. Il fatto non gli piace e durante l’intervallo scende allo stanzino sotto il palcoscenico dove tu ti stai esercitando e commenta che tu sei come il resto dei negri della banda: non sai leggere. Tu chiedi a Juan in che modo lui è diverso dagli altri negri e lui dichiara che uno dei modi in cui è diverso è che “è bianco”. Allora tu lo rimandi su per la scala a calci in culo. Lasci la saletta prove, ti avvi sul palcoscenico con il tuo basso, prendi posto e nel momento in cui Duke abbassa la bacchetta compare un urlante e schiamazzante Tizol che si precipita contro di te impugnando un coltellaccio. Il resto te lo ricordi principalmente dalle parole dello stesso Duke mentre si cambia nel suo camerino dopo lo spettacolo. “Dunque Charles”, dice con un’espressione divertita mentre s’infila i gemelli di Cartier ai polsini della sua bellissima camicia fatta a mano. “Devo dire che non ho mai visto un uomo grosso così agile, non ho mai visto nessuno fare dei salti così incredibili! La sgambata sopra il piano con in braccio il basso è stata colossale! Quando sei uscito subito dopo ho pensato: “Quello ha veramente paura del coltello di Juan e, data la velocità, a quest’ora sarà già a casa a letto. Invece no, sei rientrato dalla stessa porta con il tuo basso intatto. Per un momento ho sperato che ti sedessi a suonare, invece hai spaccato in due la sedia di Juan con un’ascia da pompiere! Realmente, Charles, questo è distruttivo. Tutti sanno che Juan ha un coltello ma nessuno lo ha mai preso sul serio: gli piace tirarlo fuori e mostrarlo alla gente, capisci? Perciò ho paura Charles che dovrai lasciare la mia banda. Non ho bisogno di nuovi problemi. Juan è un vecchio problema che riesco a tenere a bada, ma tu mi sembri capace di una nuova serie di trucchi”.
Così il sogno di Mingus di far parte dell’orchestra di Ellington svanì in poco più di un mese.
All’inizio degli anni cinquanta Mingus diede vita alla “Jazz Composer Workshop” una sigla sotto la quale fece innumerevoli esperimenti musicali ispirandosi soprattutto al cool jazz, freddo e rarefatto il cui maggiore esponente in quegli anni era Gerry Mulligan.
Alla fine degli anni Cinquanta si fece ricoverare all’ospedale psichiatrico “Bellevue” di New York e, benché parzialmente scioccante (l’ospedale era di fatto un manicomio), il periodo di riposo e di sedute dallo psicanalista riportarono in lui un po’ di pace.
Benché la carriera artistica di Charles Mingus abbia conosciuto il suo apice tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, egli fu attivo fino a poco prima della morte, avvenuta a causa di una sclerosi amiotrofica laterale, che lo costrinse su di una sedia a rotelle negli ultimi mesi della sua esistenza.
Morì il 5 Gennaio 1979, a 56 anni. Secondo le sue ultime volontà il suo corpo fu cremato.
Il giorno dopo la sua morte, 56 capodogli si arenarono al largo della costa messicana.
Su di lui si è scritto tanto e non è stata mia pretesa pensare di aggiungere qualcosa di nuovo alla già vasta biografia. Mi interessava invece evidenziare alcuni aspetti della sua poliedrica personalità artistica ed umana per “riascoltare” un album che considero tra i più significativi della sua produzione: “Mingus Ah Um”. (6)
“Mingus Ah Um”
Da un punto di vista musicale fu proprio la sua personalità instabile a dar vita a molte forme nuove, piuttosto inimitabili e bellissime, ricche di contrasti emotivi, dinamici, formali, armonici, come i “Mingus effects”, note fuori armonia, del tutto ingiustificabili armonicamente secondo le regole comuni ma che, tra le sue mani, funzionavano.
Creò composizioni complesse e articolate, basate su 2, 3 temi. I cambi di ritmo furono un tratto distintivo della sua musica e il senso umoristico che riuscì ad imprimere ad alcune composizioni fu unico. Non sposò nessuno stile o corrente e questo probabilmente fu la conseguenza della sua totale urgenza espressiva. Una delle principali caratteristiche di Mingus era rappresentata dal fatto che la sua musica raccontava storie, (“Pithecanthropus Erectus” e “The Clown” sono altri esempi). Nella sua musica entrarono stili differenti della storia del jazz: be-bop, swing, blues, stile New Orleans, elementi free, senza mai realmente esserlo (non è chiaro) e fortissimi elementi della musica colta europea.
In “Mingus Ah Um” c’è tutto questo, e tutto quello che non è possibile raccontare.
Il brano di apertura del disco, “Better get it in your soul”, è un evidente richiamo alle funzioni religiose della Holiness Church. Possiamo definirlo un pezzo Gospel ed è già un esempio della straordinaria capacità di Mingus di saper utilizzare elementi differenti per creare qualcosa di unico. La struttura è AABA, cosa davvero rara nel gospel autentico. In questo brano s’incontrano blues e gospel, be-bop e rhythm ’n blues. Dopo una breve introduzione del contrabbasso di Mingus insieme con il trombone di Jimmy Knepper, vi trovate di fronte ad un tema in tempo ternario, esposto dai fiati, seguito da un assolo dell’alto sax di John Handy. Ascoltate bene… no, non è un interferenza della radio, c’è qualcuno lì sotto che urla “Oh Yeah!”. E’ Mingus, e lo farà per tutta la durata del brano, ogni volta che ne avrà voglia. Poi tutto si ferma, e il battito di mani dei musicisti sul secondo e quinto ottavo della battuta lancia l’assolo del tenorista Booker Ervin in un crescendo di grande intensità.
A seguire, assoli di batteria in pieno stile be-bop e intermezzi dei fiati… e Mingus è sempre lì, con il suo contrabbasso e la sua voce… non è difficile immaginarsi il predicatore che i suoi occhi di bambino videro tanti anni prima.
Il secondo brano, “Goodbye Pork Pie Hat” è un commovente, struggente omaggio a Lester Young, sassofonista tenore, vero gigante del jazz anni Quaranta, scomparso pochi mesi prima che Mingus entrasse in sala d’incisione. Questo tema è ormai uno standard del jazz, di rara bellezza melodica.
“Boogie Stop Shuffle” è un tema veloce, in forma blues e gli assoli si susseguono freneticamente.
“Self-Portrait in three Colors” è una ballata di rara delicatezza. Il titolo fa riferimento alla triplice esposizione del tema, dove ad ogni ritornello viene aggiunta una voce. Con il trascorrere delle battute le voci si moltiplicano e si distingue bene il il trombone di Jimmy Knepper che sottolinea e riprende le linee melodiche degli altri fiati. Questo è un bell’esempio di “contrappunto mingusiano”, cioè il tracciare linee melodiche sovrapposte al servizio di una melodia principale, utilizzando in questo caso anche dissonanze irrisolte. Il brano presenta una caratteristica originale: è una semplice esposizione del tema, ma non vi sono assoli. Il titolo inoltre dice di un “autoritratto a tre colori”, quasi Mingus volesse fissare qualcosa di predeterminato, forse simbolo di quella pace che faticava a trattenere in sé.
“Open Letter to Duke” è certamente un brano tra i più complessi per forma, ritmica e condotta delle voci. Ascoltatelo, e se conoscete la musica di Duke Ellington potrete intuire la grandezza compositiva di Charles Mingus.
“Birds Calls” è un dichiarato omaggio a “Bird”, il grande Charlie Parker. Dopo un inizio “free” il tema viene esposto a velocità sostenuta. Gli assoli si susseguono nella migliore tradizione be-bop.
“Fables of Faubus” ha come genesi un antefatto di carattere razziale: la protesta di Rosa Parks, una tranquilla donna di colore di Little Rock che aveva osato sedersi nella zona di un autobus riservata ai bianchi.
Da quell’episodio apparentemente marginale scaturì un colossale boicottaggio dei neri, capeggiati da Martin Luther King, nei confronti della compagnia di autobus che arrivò sull’orlo del fallimento.
Il governatore Faubus decise di chiudere durante l’anno scolastico 1958/1959 tutte le scuole regalando così ai bianchi una lunga vacanza ma negando di fatto ai neri uno dei più elementari diritti. L’ondata di protesta fu immediata e Charles Mingus dedicò provocatoriamente questa “suite” ai fatti di Little Rock e in particolare al suo governatore. Il brano era in repertorio da tempo, ma senza titolo. Una sera, durante l’esecuzione del pezzo, Dannie Richmond, il batterista, incominciò a cantarci sopra parole beffarde contro Faubus. Il pezzo s’intitolò da allora “Fables of Faubus”. Due anni dopo il brano venne inciso per la prima volta e fu appunto inserito in “Mingus Ah Um”; la Columbia però censurò il testo derisorio ed ironico che Mingus e Richmond cantavano sul tema. Nel 1960 Mingus registrò il brano con l’intero testo per la Candid, etichetta indipendente. Era la sua “Original Fables of Faubus” (7).
Buon Ascolto.
“The greatness of jazz is that is an art of the moment. The moment. It is so particularly through improvisation, but also, in music, through the successive relation of one composition to another.”
“La grandezza del jazz sta nell’essere un’arte del momento. Il momento. E’ così particolare attraverso l’improvvisazione, ma anche, in musica, attraverso la successiva relazione [che esiste] tra una composizione ed un’altra”. (Charles Mingus)
Note
(1) La New Jazz Society di Toronto invitò Charlie Parker, Bud Powell, Max Roach, Dizzy Gillespie e Charles Mingus a partecipare ad un concerto rivelatosi poi il canto del cigno del be-bop. Era il Maggio 1953. Il disco è essenziale per poter comprendere cosa sia stato il be-bop. Da avere. “Jazz at Massey Hall” (1953), Debut.
(2) Per rintracciare le prime manifestazioni di questa nuova corrente jazzistica bisogna risalire al 1946 in riferimento a due musicisti in particolare: Lennie Tristano e Dave Brubeck. Il manifesto del “Cool Jazz” è comunque universalmente riconosciuto nell’album “Birth of the Cool” (1949) di Miles Davis.
Il Cool Jazz si sviluppò in California da artisti quali Chet Baker, Gerry Mulligan, Miles Davis, Modern Jazz Quartet e Stan Getz. Il cool jazz rappresentò una reazione “modernista” al be-bop, portando avanti una vera e propria filosofia minimalista: “Less Is More”. All’eccessiva frenesia ed all’uso barocco di virtuosismi ed assoli dei maestri be-bop, venivano contrapposti una “improvvisazione controllata”, con un preciso valore dato a ogni singola nota suonata, e una pacatezza quasi innaturale. Il boom del cool jazz si ebbe verso la metà degli anni Cinquanta, anche se già sul finire degli anni Quaranta pionieri come Miles Davis si distinsero per la loro musica che contrastava con il be-bop frenetico dominante all’epoca. Fondamentale fu anche la diffusione del long playing a 33 giri che permetteva ai musicisti “cool” di estendere a proprio piacimento la lunghezza dei loro brani.
(3) Su terreni completamente contrapposti al “cool jazz” si sviluppò un’altra corrente “modernista” verso la metà degli anni Cinquanta: il jazz-funk (o soul jazz o anche semplicemente funk) corrente jazz dalle forti influenze blues con una musica selvaggia e il più delle volte altamente ritmica e dinamica, e per questo molto adatta al ballo. I complessi erano solitamente composti da 3 o 4 elementi con il piano (e in seguito l’organo hammond) a farla, quasi sempre, da padrone. Il pioniere di questo genere fu il pianista Horace Silver presto seguito dall’emergere del talento dell’hammondista Jimmy Smith, che diede il via ad uno stuolo di organisti (Brother Jack McDuff, Lonnie Smith, Big John Patton, Jimmy McGriff, Johnny Hammond e tantissimi altri) che nel corso degli anni Sessanta riscossero un crescente successo.
(4) Il free jazz è nato come manifestazione del contesto storico-sociale americano in relazione alla condizione del nero-americano nella società civile. Un utile strumento per comprendere tale fenomeno è il libro “Free Jazz/Black Power” di Philippe Carles e Jean-Louis Comolli, edito da Einaudi. (1973).
(5) Il “concept album” può essere definito come opera in cui i brani sono legati da un concetto che vuole essere espresso mediante la musica. La trama o il tema conduttore di fondo possono essere ispirato da un romanzo, una poesia, un mito, o frutto della pura fantasia.
(6) Registrato nel Maggio del 1959 per la Columbia, “Mingus Ah Um” presenta pressappoco la stessa formazione di un altro importante album, “Blues & Roots”, anch’esso registrato nello stesso anno.
(7)L’album s’intitola “Charlie Mingus presents Charlie Mingus”.
Mingus Ah Um (1959) - Columbia
1. Better Git It In Your Soul (7:22)
2. Goodbye Pork Pie Hat (4:46)
3. Boogie Stop Shuffle (3:41)
4. Self-Portrait In Three Colors (3:05)
5. Open Letter To Duke (4:56)
6. Bird Calls (3:12)
7. Fables Of Faubus (8:12)
8. Pussy Cat Dues (6:27)
9. Jelly Roll (4:01)
10. Pedal Point Blues
11. GG Train
12. Girl Of My Dreams
Musicisti
John Handy - alto sax (1,6,7,9), clarinet (8), tenor sax (2)
Booker Ervin - tenor sax
Shafi Hadi - tenor sax eccetto 2
Willie Dennis - trombone on 3-5
Jimmy Knepper - trombone on 1 and 7-9
Horace Parlan - piano
Charles Mingus - bass
Dannie Richmond - drums