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Dallo Stato Pontificio allo Stato della Città del Vaticano - 3: Pio IX: l’ultimo Papa-Re

Autore:
Mattioli, Mons. Vitaliano
Fonte:
CulturaCattolica.it

Pio IX fu l'ultimo Papa-Re. Il suo pontificato fu il più lungo della storia dopo quello dell'Apostolo Pietro. Fu proprio lui ad avvertire maggiormente la 'pesantezza' di dover gestire uno Stato, ma nello stesso tempo era profondamente convinto della sua indispensabilità per il bene della Chiesa. Sentimenti contrastanti per noi oggi, ma comprensibili per quel tempo.
L'avvenimento che provocò l'inizio della fine fu il rifiuto del Papa di intervenire nel 1848 nella prima guerra d'indipendenza contro l'Austria. Qui si nota il dramma ma anche la grandezza morale di questo Papa. Come sovrano di uno Stato avrebbe potuto, e forse anche desiderato, inviare le sue truppe ad integrare quelle dei Savoia per togliere all'Austria i territori italici. Ma dall'altra c'era la questione religiosa: con quale coscienza un Pontefice poteva dichiarare guerra per semplici motivi politici e rivendicazioni territoriali ad una nazione fortemente cattolica come l'Austria? Di fronte a questo dilemma Pio IX non ebbe dubbi: doveva prevalere il principio religioso. Si rifiutò di inviare le sue truppe. Questa scelta i liberali italiani non gliela perdonarono mai. Gli Osanna che si era acquistato nei primi due anni di pontificato (1846-1848) si tramutarono in un perenne Crucifige che continuò anche dopo la sua morte (1878). E' notorio che ci fu un tentativo di gettare la salma del Pontefice nel fiume Tevere quando il corteo funebre passò per il ponte Sant'Angelo.
Il motivo per cui Pio IX considerava indispensabile uno Stato non era di natura politica (se fosse stato per questo se ne sarebbe ben volentieri liberato), ma di natura religiosa. Una qualche forma di civilis principatus era una esigenza necessaria ed insostituibile per l'esplicitamento dell'attività spirituale e religiosa del Papa, responsabile della Chiesa Cattolica.
Il fondamento di siffatta pretesa della S. Sede è più teologico che giuridico e non può comprendersi se non richiamandosi ai principi fondamentali canonisti. Per diritto stesso divino nello svolgimento delle sue funzioni religiose universali di capo della Chiesa, il Pontefice deve essere sottratto all'ingerenza di ogni estranea autorità e godere di una indipendenza ed autonomia assolute, visibili e manifeste.
Questa esigenza è stata confermata anche dal Concilio Vaticano II. Nella Costituzione Gaudium et Spes (Sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) nel n. 76 si legge: "La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico... La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo". La realizzazione di tale principio dommatico in teoria non presenta difficoltà, in quanto appunto nell'ordine dei rapporti spirituali e religiosi la S. Sede si trova a capo di una Societas juridice perfecta, cioè di un ordinamento giuridico primario, la Chiesa cattolica, per definizione indipendente ed autonoma nella sua sfera di attività.
Nella pratica le cose sono più complesse. Una subordinazione politica finirebbe naturalmente per ripercuotersi anche nell'ordine dei rapporti spirituali. Da qui la necessità che la Santa Sede sia sottratta ad ogni possibile ingerenza di ogni potere estraneo e posta in una posizione di assoluta e visibile indipendenza ed autonomia.
Per raggiungere effettivamente tale risultato non esiste, secondo la concezione canonista, che un unico mezzo: la creazione di un civilis principatus Sanctae Sedis, di uno Stato vero e proprio, sotto la potestà del Pontefice, in modo che costui, godendo di una piena sovranità politica di capo di uno Stato, possa esercitare liberamente, senza condizionamenti e coercizioni, la sua attività spirituale e religiosa universale di capo della Chiesa Cattolica.
Praticamente il Papa per svolgere le sue funzioni di responsabile della cristianità deve contemporaneamente essere capo di uno Stato. Questo 'Stato' si pone come conditio sine qua non, in quanto solo in tale maniera può essere garantita al Pontefice quella particolare autonomia ed immunità giuridica personale dall'autorità civile dello Stato nel quale risiede.
Ogni altra soluzione diversa si presenta inadeguata per assicurare al Pontefice tale totale indipendenza.

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