Dallo Stato Pontificio allo Stato della Città del Vaticano - 5: Verso il Concordato
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La speranza dello Stato italiano di chiudere 'in fretta' la 'Questione Romana' che aveva messo in moto il 20 settembre 1870, andava sfumata sine die, per quasi 60 anni.
Pio IX morì nel 1878. In quel periodo morirono anche i principali artefici dell'unità d'Italia: Cavour (+ 1861),Vittorio Emanuele (+ 1878), Garibaldi (+1882),
Nessuno dei Papi che successero a Pio IX: Leone XIII (1878-1903), Pio X (1903-1914), Benedetto XV (1914-1922) riuscirono a sbloccare la 'Questione Romana'.
Il Governo italiano non aveva nessuna intenzione di cedere un benché minimo territorio.
Rimanevano molte tensioni psicologiche e diversità ideologiche. La memoria di quel recente passato pesava ancora come un macigno.
Leone XIII ritornò diverse volte sull'argomento. In particolare in un discorso al Collegio dei Cardinali il 2 marzo 1885 ed in una lettera al card. Rampolla, Segretario di Stato, datata 15 giugno 1887. Fece anche diversi tentativi di riconciliazione, abortiti però fin dall'inizio. Tuttavia riuscì ad ammorbidire la tensione: ampliò i suoi interventi dottrinali nel sociale e spinse i cattolici ad impegnarsi molto in questo settore promuovendo l'Opera del Congressi e le Settimane Sociali.
In seguito ci fu la prima guerra mondiale che distolse l'attenzione da queste problematiche.
Quando Achille Ratti fu nominato Papa nel 1922 con il nome di Pio XI la situazione era molto diversa. Gli animi da ambedue le parti erano più tranquilli, gli studi giuridici, civilisti e canonisti, più approfonditi, l'Italia si trovava in differenti contesti politici. Inoltre, ed è la cosa più importante, la situazione diventava sempre più pesante. Si avvertiva la necessità urgente, dovuta al cambiamento dei rapporti internazionali, al crescente prestigio dei Pontefici Romani ed al ruolo sempre più incisivo che andavano assumendo nello scacchiere internazionale, di pervenire ad una soluzione onorevole per ambedue le parti.
Restava sempre il punto cruciale della autonomia territoriale. Il nuovo Pontefice lo evidenziò fin dalla sua prima enciclica, Ubi Arcano del 23 dicembre 1922. Ricordava la natura divina della sovranità pontifica e la necessità che questa sovranità non fosse soggetta ad alcuna autorità o legge, ma che fosse del tutto indipendente e tale fosse manifestamente riconosciuta: "Noi dunque, eredi e depositari del pensiero e dei doveri dei Nostri venerati Antecessori, com'essi investiti dell'unica autorità competente nella gravissima materia e responsabili avanti a Dio, Noi protestiamo, com'essi hanno protestato, contro una tale condizione di cose a difesa dei diritti e della dignità dell'Apostolica Sede, non già per vana e terrena ambizione, della quale arrossiremmo, ma per puro debito di coscienza, memori di dover morire e del severissimo conto che dovremmo rendere al divino Giudice".
Ma ormai sembrava giunto il momento favorevole per porre fine all'annosa questione. Si trattava di un'esigenza comune, come risulta dagli scambi epistolari.
Mussolini in una lettera a Domenico Barone così si esprime: "…le confermo la mia convinzione circa l'utilità di vedere finalmente eliminata ogni ragione di dissidio fra l'Italia e la Santa Sede,… la incarico di mettersi in relazione con i rappresentanti di Questa" (9).
In riferimento a questa il card. Gasparri inviò una lettera all'avvocato Pacelli: "Lei, Signor Avvocato, quale rappresentante della Santa Sede… può, fin da ora, assicurare che la convinzione circa l'utilità e la importanza di eliminare ogni ragione di dissidio fra l'Italia e la S. Sede non potrebbe essere, presso questa ultima, né più profonda, né più sentita, come risulta da ripetuti solenni documenti" (10).
Le trattative ufficiali furono condotte per l'Italia dal Capo del Governo Benito Mussolini; Pio XI nominò suo rappresentante il card. Pietro Gasparri. Iniziate nell'autunno 1926, furono lunghe e complesse.
La S. Sede, nel suo realismo cercò di chiarire subito i punti salienti: "In questo scambio di idee, Ella, Signor Avvocato, terrà presenti i seguenti punti dai quali la S. Sede non potrebbe prescindere…: 1) La condizione che si vuol dare alla S. Sede deve essere conforme alla sua dignità e alla giustizia; 2) Perciò deve essere tale che garantisca piena libertà e indipendenza non solamente reale ed effettiva, ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva proprietà sia di dominio che di giurisdizione come conviene a vera sovranità ed inviolabile ad ogni evenienza" (11).
In alcuni momenti sembrò di non poter giungere ad una conclusione.
Il Papa in tutta questa fase si mostrò veramente all'altezza. Fu disposto a rinunciare a tante rivendicazioni secondarie, pur di ottenere l'essenziale: un territorio per la sua autonomia.
Finalmente si arrivò all'11 febbraio 1929. Nella sala grande del Palazzo del Laterano (attualmente sede del Vicariato di Roma) furono firmati gli Accordi che mettevano la parola fine alla Questione Romana. Da qui il nome di Patti Lateranensi.
Da parte italiana il firmatario era Benito Mussolini; da parte della S. Sede il card. Pietro Gasparri.
Pio XI espresse la sua soddisfazione: "Un Trattato inteso a riconoscere e, per quantum hominibus licet, ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale e che evidentemente è necessaria dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond'è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena… perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile ad ogni vera sovranità giurisdizionale" (12).
Benito Mussolini fece diversi interventi in Senato per difendere l'operato del Governo. Qualche anno dopo scrisse un articolo sul giornale francese Le Figaro del 18 dicembre 1934 nel quale evidenziava la 'ragione politica' della scelta fatta. Ne riporto alcuni brani più significativi: "Tutta la storia della civiltà occidentale, dall'impero romano ai tempi moderni, da Diocleaziano a Bismarck, insegna che quando lo Stato impegna una lotta contro una religione, è lo Stato che ne uscirà, alla fine, sconfitto. La lotta contro la religione è la lotta contro l'inafferrabile e l'irraggiungibile, è la lotta contro lo spirito in ciò che ha di più intimo e di più profondo ed è ormai provato che in questa lotta le armi dello Stato - anche le più aguzze - non riescono a inferire colpi mortali alla Chiesa, la quale - specialmente la Cattolica - esce trionfante dalle più dure prove… Quando si lotta contro uno Stato si è di fronte a una realtà materiale, che può essere afferrata, colpita, mutilata, trasformata; ma quando si lotta contro una religione non si riesce a individuare un particolare bersaglio; basta la semplice resistenza passiva dei sacerdoti e dei credenti, per rendere inefficiente l'attacco dello Stato… Uno Stato che non voglia seminare il turbamento spirituale e creare la divisione fra i suoi cittadini, deve guardarsi da ogni intervento in materia strettamente religiosa" (13).
Il Trattato fu subito riconosciuto dalla maggioranza degli Stati. Lo stesso Pio XI ne parlò con enfasi in un discorso al Corpo Diplomatico il seguente 9 marzo: "E' questo grande, incomparabile (e forse finora mai verificato) plebiscito non solo d'Italia ma di tutte le parti del mondo. Non c'è, in questa parola, esagerazione alcuna. Noi stiamo ricevendo lettere e telegrammi non solo da tutte le città e villaggi d'Italia, non solo da tutte le città e molti villaggi di tutti i paesi d'Europa, ma anche dalle due Americhe, dalle Indie, dalla Cina, dal Giappone, dall'Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Nord, dal Centro, dal Sud dell'Africa, dall'Alaska, dal Mackenzie, dall'Hudson, come se si trattasse di un avvenimento del luogo… Un vero plebiscito, non solamente nazionale ma mondiale" (14).
Tuttavia i consensi non furono del tutto unanimi. Per esempio la Francia elevò forti proteste. In un articolo stampato sul giornale della Svizzera tedesca, National Zeitung del 12 febbraio 1929, si parla di una grave sconfitta per la Francia. Anche nei giornali tedeschi di sinistra si parlò di alleanza reazionaria.