I "silenzi eloquenti e fruttuosi" di Pio XII (1)
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Fu proprio lui ad affrontare il nemico nella sua opera massiccia di demolizione e distruzione. Dal 1939 al 1945 la sua vita fu un continuo tormento per le vittime della guerra ed un prodigarsi per alleviarne le sofferenze e salvare vite umane.
La lezione della Mit Brennender Sorge del 1937 gli fu sufficiente per orientare la sua attività in altra direzione.
Quel documento infatti, che secondo le sue intenzioni avrebbe dovuto far riflettere le Autorità, frenare gli eccessi e ricondurre a più saggi comportamenti, fu l'occasione per rincarare la persecuzione, infliggere nuove sofferenze e procurare altre vittime.
Per tale motivo non ripeté una nuova condanna del nazismo. Il mondo comprese questa 'politica' del papa e l'approvò, come vedremo. Il tarlo del dubbio e del sospetto è cominciato ad infiltrarsi nel 1963 con l'opera teatrale "Il Vicario".
Il Riccardi riassume molto bene questo tipo di accusa: "Pio XII non avendo alzato la voce in forma solenne e inequivocabile contro gli autori di quei delitti se ne sarebbe reso complice, avrebbe usato eccessiva prudenza in una circostanza così tragica per l'intera umanità che richiedeva al vicario di Cristo la forza di un coraggio ai limiti del personale sacrificio" (53).
Si accusa dunque Pio XII di essere stato pavido e di aver fatto prevalere la ragion di stato. A chiarimento di tutto questo sarà bene rilevare alcuni aspetti:
1) Il papa non cercava il suo prestigio personale ma la salvezza di più vite umane possibile. Suo scopo non era quello di condannare il nazismo per mania di condanna ma di sottrarre il maggior numero possibile di individui a quell'insano furore. Pio XII aveva capito che una condanna esplicita e diretta avrebbe ancora di più aizzato la 'belva' contro innocenti. Forse lo avrebbe reso più simpatico agli storici ma a prezzo di quante vite, lacrime e sofferenze! Non era questo quello che il papa cercava.
2) Questo procedere gli fu consigliato anche da altre persone che si trovavano nell'occhio del ciclone.
3) Pio XII era disposto a farsi catturare se questo avesse contribuito a porre fine o ad arginare lo sterminio.
4) La 'passione' per l'umanità la dimostrò con tutto quanto fece per salvare vite umane ed aiutare i sofferenti.
5) Che questo atteggiamento, solo apparentemente prudenziale, fosse storicamente il più giusto è dimostrato dalle numerosissime testimonianze di riconoscenza che il papa ricevette in vita ed il plebiscitario lutto nei giorni della sua morte.
Conviene analizzare brevemente questi punti.
Per il Primo. Due episodi ci possono illuminare.
Il 13 maggio 1940 Pio XII ricevendo Dino Alfieri, Ambasciatore dell'Italia presso la Santa Sede (in congedo per recarsi a Berlino) così si espresse: "Gli italiani sanno sicuramente e completamente le orribili cose che avvengono in Polonia. Noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quegli infelici, se parlassimo, ancora più dura" (54). In questa occasione gli consegnò una lettera personale da far recapitare ad Hitler.
Nella primavera del 1942 Pio XII ricevette in udienza Don Pirro Scavizzi, cappellano, che lo mise al corrente degli eccidi perpetrati dai nazisti sugli ebrei. Il papa rispose confidando al sacerdote la sua scelta: "Dica a tutti, a quanti può, che il papa agonizza per loro e con loro. Dica che, più volte, avevo pensato a fulminare con scomunica il nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei! Abbiamo udito minacce gravissime di ritorsione, non sulla nostra persona, ma sui poveri figli che si trovano sotto il dominio nazista; ci sono giunte gravissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un attegggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho giudicato che la mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà perché sono indifesi. Forse, la mia protesta solenne avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono" (55).
Anche i vescovi tedeschi ritenevano più opportuno il non esporsi. Esisteva in loro un forte contrasto tra il desiderio di una pubblica protesta ed il terrore di una rappresaglia. In questo contesto il 13 settembre 1942 il card. Bertram domandò a Pio XII una parola d'incoraggiamento per il clero e popolo tedesco. Effettivamente il Papa inviò una meravigliosa lettera il 3 gennaio 1943, lasciando al buon senso del cardinale il renderla nota dai pulpiti. Il card. non volle prendere in proprio una decisione e ritenendo rischioso interrogare i vescovi per lettera, attese la prossima riunione di Fulda (17-19 agosto 1943), durante la quale i vescovi ritennero di non pubblicarla per non provocare la terribile ira del governo e del partito (56).
"C'è anche il Calvario della responsabilità per chi deve decidere a nome di molti, quando ci si trova al terribile crocevia dove il 'silenzio' e il 'grido' possono entrambi rincrudire le atrocità e le stragi" (57).
Pio XII per due volte ritornò su questa scelta. Una prima nel cit. discorso del 2 giugno 1945: "Noi stessi non abbiamo cessato, specialmente nei nostri messaggi, di contrapporre alle rovinose e inesorabili applicazioni della dottrina nazionalsocialista, che giungevano fino a valersi dei più raffinati metodi scientifici per torturare o sopprimere persone spesso innocenti, le esigenze e le norme indefettibili della umanità e della fede cristiana... (Questa era) la più opportuna e potremmo dire l'unica via efficace per proclamare rispetto al mondo gli immutabili principi della legge morale e per confermare, in mezzo a tanti errori e a tante violenze, le menti e i cuori dei cattolici tedeschi negli ideali superiori della verità e della giustizia" (58). Un'altra volta nella Lettera Apostolica Sacro Vergente Anno (7 luglio 1952): "Certamente abbiamo riprovato, come si doveva, qualsiasi iniquità e qualsiasi violazione di diritto; ma ciò facemmo in maniera da evitare con ogni diligenza tutto ciò che poteva divenire, sebbene ingiustamente, cagione di maggiori afflizioni per i popoli oppressi" (59).
Fu questa motivazione ad orientare Pio XII nelle sue scelte, da lui espressa anche in alcune lettere. In quella scritta all'arcivescovo di Wurzburg Mons. Matthias Ehrefried (20 febbraio 1941), parlando della difficile situazione dice che si sente costretto forzatamente al silenzio ed alla inattività mentre in cuor suo vorrebbe parlare ed agire (60); ed il 30 aprile 1943 scrivendo al vescovo di Berlino Mons. Konrad von Preysing approvava le iniziative della diocesi in favore degli ebrei ed aggiungeva: "L'intento di evitare il peggio è uno dei motivi fondamentali per i quali ci poniamo limiti nelle nostre dichiarazioni" (61).
La Segreteria di Stato vaticana in una Nota del 1 aprile 1943 condivide il medesimo parere: "Un accenno aperto non sarebbe conveniente... per impedire che la Germania, venendo a conoscenza delle dichiarazioni della S. Sede, renda ancor più gravi le misure antiebraiche nei territori da essa occupati e faccia nuove e più forti insistenze presso i Governi aderenti all'Asse" (62).
Due Note del card. Luigi Maglione, Segretario di Stato vaticano, ci illuminano. Nella prima, inviata all'Ambasciatore della Polonia Casimiro Papée, 28 marzo 1941, è scritto: "Non c'è bisogno che aggiunga che la Santa Sede intende continuare i suoi sforzi per portare aiuto dovunque ed in qualunque maniera le sarà possibile. Se essa non alza più sovente la sua voce è solo per non attirare sugli infelici deportati, mediante un intervento intempestivo, misure di maggior rigore che non faranno che aumentare le loro soffferenze" (63).
Nella seconda, 16 ottobre 1943, si legge che Pio XII convocò l'Ambasciatore tedesco presso il Vaticano Ernst von Weizsacker per esporre una formale protesta per la cattura degli ebrei romani nonostante la promessa di risparmiarli in cambio dei 50 chili d'oro. Al che l'Ambasciatore rispose: "Io penso alle conseguenze, che provocherebbe un passo della Santa Sede... Le note direttive vengono da altissimo luogo" (64).
L'ambasciatore, convinto cattolico, insieme al suo vice Albert von Kessel ingannarono deliberatamente le autorità naziste a Berlino per proteggere e nascondere gli sforzi di Pio XII rivolti a salvare la vita di migliaia di ebrei. Se queste notizie fossero arrivate a Berlino sarebbe stata la fine di tutti e tanti ebrei non avrebbero più salva la vita. Per questo l'ambasciatore riuscì a convincere il Papa ed i suoi collaboratori a non muovere le acque e a non denunciare apertamente le deportazioni degli ebrei (65).
E' di obbligo una domanda: è proprio vero che se il papa avesse parlato, Hitler si sarebbe intimidito?
Una risposta ce l'offre uno storico ebreo: "Si può sostenere che anche le più energiche iniziative da parte del Vaticano non avrebbero salvato un solo ebreo" (66).
Inoltre possiamo avviare un confronto con gli Alleati, per analizzare le vere reazioni del Dittatore. Molte volte Hitler si è 'beffato' di tutti; basti un solo esempio. Il 16 marzo 1939 Hitler entra trionfatore in Cecoslovacchia. La reazione di Londra e Parigi non si fece attendere. Due giorni dopo, il 18 marzo, i rispettivi Governi inviarono a Berlino una Nota formale di protesta per l'invasione della Cecoslovacchia e la violazione dell'accordo di Monaco. La risposta nazista parlava di "una regolare intesa diplomatica tra Praga e Berlino". Chamberlain comprese finalmente di essere stato giocato ed il 31 marzo fece una solenne dichiarazione: se Hitler si fosse azzardato ad invadere la Polonia, il Governo britannico sarebbe andato subito in aiuto della nazione occupata. Hitler "non poteva ignorare, dopo quel discorso, che l'occupazione della Polonia avrebbe significato l'inizio d'un conflitto mondiale. Ma tutto questo non bastò a distogliere il Fuhrer dai suoi piani di espansione" (67). Di fatto il Dittatore preferì la guerra pur di non apparire debole e cedere di fronte agli alleati.
Altro elemento da tener conto che svela la falsità del Governo tedesco consiste nel doppio comportamento tenuto verso l'estero ed all'interno dei Paesi occupati. A questo riguardo, a metà del 1940, il Card. Augusto Hlond, primate della Polonia, ha steso un resoconto della situazione. Nella conclusione fa riferimento all'udienza che il Papa ha concesso al Ministro degli Esteri von Ribbentrop, e come sia stata presentata in forma distorta: "Il contegno religioso e morale di quei milioni di martiri è meraviglioso ma ha bisogno di essere autorevolmente confortato anche per il fatto che la propaganda hitleriana ha ultimamente abusato perfidamente dell'udienza del ministro von Ribbentrop presso il Santo Padre, per tormentare l'animo dei polacchi, spargendo largamente voci, che facevano comparire quel fatto come un trionfo morale dell'hitlerismo e come indiretta approvazione dei misfatti hitleriani da parte della Sede Apostolica. Vivissime furono allora le pene della nazione e si dovette lavorare molto per smascherare le malizie degli oppressori. Bisogna però dire che dopo quell'udienza nulla cambiò in meglio, anzi la pressione aumentò e venne accelerato il ritmo delle persecuzioni. Nella sola Archidiocesi di Poznan furono verso Pasqua deportati più preti, che non nei cinque precedenti mesi dell'occupazione ed il numero delle chiese private di pastori aumentò da una quarantina a 122". Subito dopo accenna ad una trasmissione della Radio Vaticana di due mesi prima e prosegue: "Da quel tempo i delitti hitleriani non diminuirono, anzi crebbero a dismisura, e vengono consumati con più insolenza" (68).
Oggi gli storici danno ragione alla scelta di Pio XII:
"Il papa e i suoi collaboratori, sulla base di quanto sapevano del nazionalsocialismo, erano fermamente convinti che un'infiammata protesta del papa non avrebbe imposto l'interruzione dell'azione omicida, bensì l'avrebbe aggravata a seconda del momento e delle circostanze, e al tempo stesso avrebbe distrutto le possibilità che erano rimaste di agire per via diplomatica a favore degli Ebrei in stati come l'Ungheria e la Romania. Il papa dunque ha anche 'parlato', ma la parola non fu il suo mezzo principale o esclusivo nella lotta contro la politica ebraica di Hitler. Egli si è conformato all'esigenza morale di una chiara condanna, ma dominante fu per lui l'aspetto, di responsabilità morale, di dover evitare di scegliere una forma di provocazione che non avrebbe evitato bensì aumentato le disgrazie: con un pubblico appello non si sarebbe ottenuta la cessazione dello sterminio degli Ebrei... Al contrario la politica del papa conservò alla Santa Sede la possibilità di salvare ancora degli Ebrei" (69).
"Pio XII dovette riflettere sulla inutilità di una presa di posizione pubblica contro le atrocità naziste in Polonia. Egli tentava ancora di salvare il salvabile senza rompere con il governo tedesco. Il papa cercava di fare il possibile per provvedere ai bisogni più urgenti delle popolazioni che si trovavano sotto l'occupazione tedesca. Pio XII, comunque, fece utilizzare la Radio Vaticana per far conoscere nella stessa Germania e in altre parti del mondo il comportamento disumano dei tedeschi in Polonia e le persecuzioni dei nazisti" (70). 53) A. Riccardi, Pio XII, Laterza, Bari 1984, p. 94.
Note
53) A. Riccardi, Pio XII, Laterza, Bari 1984, p. 94.
54) Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, Ed. Vaticana, vol. I (1965), p. 455.
55) G. Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini, Il Vaticano tra le dittature, Milano, Mursia 1988, p. 152.
56) Cfr. A. Martini, "La vera storia e 'Il Vicario' di Rolf Hochhuth", in La Civiltà Cattolica, 1964, vol. II, p. 450.
57) N. Fabro, Il cristiano tra due fuochi, Firenze, 1967, p. 147 s.
58) Discorsi e Radiomessaggi di Pio XII, o. c., vol. VII (1964), p. 72.
59) Ibidem, vol. XIV (1961), p. 498 s.
60) Actes et Documents, o.c., vol. II (1966), p. 200.
61) Ibidem, vol. II (1966), p. 318-327. Questa lettera è ritenuta la più importante delle 124 vergate personalmente dal Papa ai vescovi tedeschi tra il 12 marzo 1939 al 26 marzo 1944. Il Papa al Vescovo di Berlino già in precedenza ebbe occasione di dimostrare il suo rincrescimento per non poter emanare una condanna ufficiale, come risulta nella lettera del 22 aprile 1940, nel vol. cit., p. 138-142. Ugualmente elogia l'episcopato tedesco per le nette prese di posizione: cfr. lettera al Vicario Capitolare di Gurk del 15 ottobre 1942, vol. cit., p. 277-280.
62) Actes et Documents, o.c., vol. IX (1975), p. 217.
63) Actes et Documents, o.c., vol. VIII (1974), p. 154.
64) Ibidem, vol. IX (1975), p. 506. Cfr. C. Marcora, Storia dei Papi, Edizioni Enciclopediche, Milano 1974, vol. VI, p. 549-552.
65) Cfr. O. Chadwick, "Weizsacker, il Vaticano e gli ebrei di Roma", in Journal of Ecclesiastical History, aprile 1977; G. Bianco, "L'ambasciatore tedesco aiutò Papa Pio XII a salvare 400.000 ebrei", Il Giornale, 18 settembre 1981; D. Holmes, The Papacy in the modern World, London, 1981; i due articoli di C. Cavicchioli, "Gli ebrei e Pio XII" e "Le bugie che hanno ingannato la storia", in Famiglia Cristiana, 31/1/82, p. 54-58 e 7/2/82, p. 52-56.
66) W. Laqueur, Il terribile segreto, Giuntina, Firenze 1995, p. 76.
67) N. Tranfaglia, Storia del Nazismo (4), in Storia Illustrata, novembre 1964, p. 727 s.
68) Actes et Documents, o.c., vol. III/1 (1967), p. 236, nota 1.
69) H. Jedin, Storia della Chiesa, o.c., vol. X/1, p. 99.
70) G. Angelozzi Gariboldi, Il Vaticano nella Seconda Guerra Mondiale, Mursia, Milano 1992, p. 187. Cfr. anche C.F. Casula, Domenico Tardini (1988-1961), Studium, Roma 1988, p. 205-208.