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I "silenzi eloquenti e fruttuosi" di Pio XII (2)

Autore:
Mattioli, Vitaliano
Fonte:
CulturaCattolica.it
La Chiesa cattolica di fronte al Nazismo

A conferma di questo si può portare l'esempio dell'Olanda.
Dall'agosto 1941 il Governo del Reich occupante emanò una serie di normative tendenti ad escludere i cittadini ebrei. Nel 1942 cominciarono anche le deportazioni. L'episcopato sia cattolico che protestante si oppose fermamente a queste misure restrittive ed ancor più alle deportazioni con un telegramma dell'11 luglio 1942 al Commissario del Reich, in cui le comunità delle Chiese opponevano un rifiuto. Come risposta il 15 luglio fu effettuata una deportazione degli ebrei viventi in Olanda.
Il 20 luglio seguente le Autorità tedesche fecero sapere ai Vescovi che avrebbero risparmiato gli ebrei convertiti al cristianesimo se si fossero astenuti da ulteriori critiche circa il comportamento del Reich verso gli ebrei. L'episcopato protestante preferì abbassare la testa; quello cattolico invece ritenne meglio rispondere con una lettera pastorale da leggersi in tutte le chiese la domenica 26 luglio. La replica fu immediata. In una Nota del 31 luglio (sempre 1942) il commissario del Reich dava le seguenti disposizioni: "Visto che i vescovi cattolici si sono immischiati nella faccenda - malgrado non fossero toccati personalmente - tutti gli ebrei cattolici verranno deportati entro questa settimana. Non si tenga conto di nessun intervento in loro favore. Il commissario generale Schmidt darà risposta pubblica ai vescovi il 2.8.42" (71). In questa occasione fu deportata anche la grande Edith Stein.
Alcuni storici portano proprio questo esempio per dimostrare come a volte il silenzio è più fruttuoso della parola: "Bisogna tuttavia riconoscere che le proteste potevano essere seguite immediatamente da sanzioni spietate. (Accadde infatti in Olanda che gli Ebrei convertiti al cattolicesimo fossero deportati contemporaneamente a tutti gli altri...). La portata morale (da parte di Pio XII - N.d.A.) di un atteggiamento intransigente sarebbe stata immensa: quanto alle sue conseguenze pratiche immediate e precise, sia per le opere e le istituzioni della Chiesa cattolica, sia per gli Ebrei stessi, è problema sul quale è troppo arrischiato pronunciarsi" (72).
Dello stesso parere è anche Albrecht von Kessel, membro dell'ambasciata tedesca presso il Vaticano: "Noi tutti del resto eravamo senza eccezione d'accordo su di un punto: una vibrata protesta del papa contro la persecuzione degli ebrei avrebbe posto il pontefice - e con lui l'intera curia romana - in una posizione di massimo pericolo e nell'autunno 1943 non avrebbe salvato la vita di un solo ebreo. Come una belva in trappola, Hitler avrebbe reagito tanto più ferocemente quanto più avrebbe trovato delle resistenze" (73).
Il Card. Eugenio Tisserant, nella intervista ad una rivista italiana nel 1964 manifestò come Pio XII più di una volta avesse in animo di formulare una pubblica protesta contro il dramma scatenato da Hitler e prosegue: "Se Pio XII preferì alla protesta l'azione sotterranea a favore delle vittime del nazismo, lo fece unicamente per non aggravare la loro drammatica situazione. Questa è una realtà che la storia non può negare" (74).
Se non ci furono condanne pubbliche ed eclatanti, la Santa Sede mandava al Reich continuamente Rapporti di protesta, da far dichiarare: "Il Vaticano, come sappiamo, protestò per le misure contro gli ebrei" (75).
Purtroppo "la lettura di tali rapporti non era per nulla tale da frenare l'ardore omicida dei maestri del Terzo Reich" (76). Inoltre tantissimi interventi in discorsi, radiomessaggi e per via diplomatica furono fatti. Pio XII parlò nel modo che gli indicò il suo buon senso per salvare il più gran numero di persone possibili. Lo testimoniano i venti volumi dei suoi discorsi e la poderosa Opera in undici volumi "Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale" contenenti tutta la documentazione diplomatica della Santa Sede nel periodo del conflitto (fatti stampare da Paolo VI in risposta non polemica al Vicario) per comprendere quanto sia gretta l'accusa di timidezza e vigliaccheria e quanto invece il papa e la Chiesa abbiano fatto in parole ed opere a sostegno degli ebrei (77).
Paolo VI, già collaboratore di Pio XII e Sostituto della Segreteria di Stato, il 12 marzo 1964 così si espresse a riguardo: "Non si potrà imputare a viltà, a disinteresse, a egoismo del Papa, se malanni senza numero e senza misura devastarono l'umanità. Chi sostenesse il contrario, offenderebbe la verità e la giustizia" (78).
Quello che alcuni non accettano è che mancò la virulenza del parlare, in una parola non si lanciò mai una scomunica.
Ma quale effetto avrebbe prodotto? Certamente non quello deterrente. Annota bene il Rhodes: "La scomunica, come la storia dimostra, è un'arma pontificia che va usata con molta cautela. In alcuni casi ha avuto buon gioco, fece andare Enrico IV a Canossa. Ma quella era l'età della Fede. Il suo effetto su Elisabetta I d'Inghilterra fu disastroso per la Chiesa Cattolica, poiché condusse alla secessione definitiva della Chiesa Anglicana, all'uccisione di centinaia di cattolici inglesi... Né la scomunica si dimostrò più valida contro Napoleone I" (79).
Cosa ne pensarono gli ebrei?
In un articolo sul Bollettino della Brigata Ebraica (giugno 1944), si legge in prima pagina: "Una protesta clamorosa, ma forse inutile - oppure un'azione silenziosa, ininterrotta di salvezza? Il dilemma deve essere stato pesante, però il Papa dovette scegliere tra le due alternative. Certo nessuno in terra sa quel che avveniva nel suo cuore in quei mesi pesanti di vicende, ma molte migliaia di Ebrei, che in quegli anni di terrore avevano esperimentato l'aiuto del Papa, gli sono in ogni modo grati della sua decisione" (80).
Il Gran Rabbino di Danimarca, Dott. Marcus Melchior, il 4 novembre 1963 commentava 'Il Vicario' andato in scena a Copenaghen: "Il mio parere è che il pensare che Pio XII potesse esercitare un influsso su un minorato psichico qual era Hitler poggi sulla base di un malinteso. Se il Papa avesse solo aperto bocca, probabilmente Hitler avrebbe trucidato molto più dei sei milioni di ebrei che eliminò, e forse avrebbe assassinato centinaia di milioni di cattolici, solo se si fosse convinto di aver bisogno di un tal numero di vittime. Siamo prossimi al 9 novembre, giorno in cui ricorre il venticinquesimo anniversario della Notte dei Cristalli; in tal giorno noi ricorderemo la protesta fiameggiante che Pio XII elevò a suo tempo. Egli divenne intercessore contro gli orrori che a quel tempo commossero il mondo intero" (81).
E' interessante anche la testimonianza riportata dai coniugi Wolfsson, ebrei di Berlino dopo la guerra (rarissimi superstiti dei campi di concentramento). Nell'ottobre 1963 si trovavano a Roma rifugiati presso suore tedesche mentre il papa si stava occupando per un loro espatrio in Spagna: "Nessuno di noi ha mai desiderato che il Papa parlasse apertamente. Eravamo tutti dei fuggitivi, e chi fugge non desidera essere mostrato a dito. La Gestapo ne sarebbe stata ancor più eccitata ed avrebbe intensificato le sue inquisizioni. Se il Papa avesse protestato, tutta l'attenzione si sarebbe rivolta su Roma. E' stato meglio che il Papa abbia taciuto. Tutti noi, allora, pensavamo così, ed ancor oggi riteniamo la stessa convinzione" (82).
Oggi ci troviamo invece in un pontificato in cui si parla molto e con virulenza, alcuni dicono 'anche troppo'. Ma forse questo 'parlare' sortisce effetti migliori? Un giornalista a questo riguardo ha scritto un articolo dal titolo molto significativo "Inutilità delle parole". Riporto qualche brano: "Con Pio XII, sul quale si appuntano le critiche più aspre, tramontò un'epoca nella quale avevano dominato altri protagonisti - Mussolini, Hitler, Stalin -... L'accusa rivolta a Pio XII è quella di aver taciuto. Se il tacere poteva essere considerato scarsamente eroico, a lui sembrò l'unica cosa giusta davanti a Dio e alla propria coscienza... Corrispondeva una diffusa azione di carità cristiana, di assistenza concreta e spirituale... Ai silenzi di Pacelli si contrappone oggi la chiarezza del linguaggio di Giovanni Paolo II, il quale denuncia con franchezza le colpe storiche di cui si è macchiata l'istituzione da lui presieduta. Con particolare enfasi si loda la durezza con cui egli condanna il genocidio esploso in Ruanda. Non si può certo non plaudire alla decisione e al coraggio del Papa polacco, ma ugualmente non si può sopprimere un interrogativo inquietante: le parole di Giovanni Paolo II hanno posto termine agli errori in Ruanda? La risposta è tragica: no. E allora non si capisce perché si debba proseguire nell'ingeneroso persiflage di Pio XII, in continuazione accusato di aver taciuto al cospetto dell'Olocausto, quando si sa che le sue parole non avrebbero mai potuto distogliere Hitler dal suo folle disegno distruttivo" (83). Potremmo anche ricordare la Guerra del Golfo e della Bosnia. Il papa ha urlato, eppure qualcuno ha perfino detto che si trattava di invasione di campo, di indebita ingerenza!
Per concludere: è facile pensare la Storia a 50 anni di distanza, quando le cose sono messe meglio a fuoco, quando non vive più l'insicurezza del momento, quando si dimenticano le personalità paranoiche con cui si doveva trattare, quando soprattutto sono morti coloro che non possono più difendersi.

Secondo punto
: Il procedere di Pio XII fu consigliato anche da altre persone, in particolare dagli episcopati tedesco e polacco che meglio di ogni altro conoscevano la situazione locale. Sostenevano infatti che la miglior soluzione del problema ebraico era quella dell'opera caritativa realizzata nel silenzio e nel nascondimento, dal momento che le proteste solenni avrebbero danneggiato tutti quanti e gli ebrei in primo luogo.
Coloro che pensano che i presunti silenzi del papa fossero una sua scelta privata si sbagliano di grosso e dimostrano anche di non intendersi dello stile diplomatico.
E' lo stesso Pio XII che ci illumina in una lettera inviata il 15 dicembre 1940 al Vescovo di Berlino Preysing: "Circa gli sconvolgenti avvenimenti... è stato reso noto un pubblico responso del S. Ufficio... Noi abbiamo fatto parlare la Nostra suprema Autorità nel modo più conciso e concreto possibile. Noi avremmo però creduto di non aver assolto al Nostro dovere, se avessimo taciuto circa un tale modo di procedere. Ora tocca ai Vescovi tedeschi di valutare che cosa le circostanze stesse sul luogo impongono di fare" (84).
In un certo senso il papa fu 'frenato' in alcune prese di posizione che avrebbe voluto fare.
Una chiarificazione ci viene da Mons. Giovanni Neuhausler, vescovo ausiliare di Monaco, uno dei pochi sopravvissuti a Dachau, in una conferenza tenuta il 14 ottobre 1963 in Germania. Negava espressamente il contenuto de 'Il Vicario' e difendeva l'opposizione di Pio XII al nazismo insieme al suo impegno per la questione ebraica. Ci conferma che il Papa dovette rinunciare a tentativi di protesta pubblica per motivi di forza maggiore. Proseguiva evidenziando che rinunce del genere il papa fu spronato a farle dagli stessi vescovi locali che avevano una migliore conoscenza della situazione. Furono proprio costoro a far capire a Pio XII che la migliore soluzione al problema ebraico era quella caritativa realizzata nel silenzio e nascondimento; infatti le proteste solenni avrebbero danneggiato tutti quanti, in primo luogo proprio gli ebrei (85).
Emblematico è il desiderio di Pio XII di pubblicare una enciclica sulla: "Differenza ideologica ed opposizione al nazionalsocialismo" […].
Così si svolsero i fatti. Nella primavera 1942 un certo Quirino giunge a Cracovia con un treno-ospedale dei Cavalieri di Malta, per poter parlare con l'arciv. Sapieha. Quirino, qualificatosi come membro della Curia Romana consegnò all'arcivescovo uno scritto autografo di Pio XII. Si trattava di una enciclica in lingua tedesca. "Il Cardinale ne prese in mano un foglio e cominciò a leggerlo. All'improvviso si batté una mano sul capo, lasciò cadere a terra il foglio ed esclamò: 'Per l'amor di Dio! E' assolutamente impossibile che io comunichi al mio clero codesta enciclica di Sua Santità, e tanto meno posso comunicarla al mio popolo di Polonia. Basta che una sola copia arrivi nelle mani del SD (Sicherheits Dienst) e le nostre teste cadranno. In tal caso la Chiesa di Polonia sarà perduta. Ma il Santo Padre non sa dunque in quale posizione noi ci troviamo? Questa enciclica deve essere immediatamente bruciata!'. E senza pensarci su gettò l'intero pacco sul fuoco" (86).
Altro esempio. Pio XII il 28 agosto 1942 (87) aveva fatto pevenire all'arciv. Sapieha una lettera di incoraggiamento. Sapieha rispose il seguente 28 ottobre ringraziando il papa; ma disse anche: "Ci dispiace moltissimo di non poter comunicare pubblicamente ai fedeli la lettera di Sua Santità, dato che ciò fornirebbe soltanto l'opportunità per nuove persecuzioni; il solo fatto che noi siamo sospettati di essere in segreta comunicazione con la Santa Sede ha già provocato delle vittime" (88).
Lo stesso comportamento fu tenuto anche dal Metropolita ucraino di Lwow, mons. Andrea Szeptyckyi. In risposta ad una lettera inviatagli dal papa, il 14 novembre 1942 tra l'altro scriveva: "Non oso pubblicare questa lettera, piena di saggi consigli e di vere e sincere consolazioni, perché ciò facendo, nei tempi cattivi che stiamo vivendo, esporrei un messaggio del Vicario di Cristo a confisca ufficiale" (89).
Non si può 'pensare' la Storia con le trasformazioni di cinquant'anni dopo. E' indispensabile rifarsi alla psicosi di quel periodo ed alla personalità dei protagonisti per capire certe scelte.

Terzo punto: Pio XII era disposto a farsi catturare se questo avesse contribuito a porre fine o ad arginare lo sterminio.
Non sono invenzioni i timori che si nutrivano che il Vaticano venisse isolato ed il Papa deportato. Del resto le bombe naziste non si fermarono di fronte a nessun Trattato: anche lo S.C.V. fu bombardato la sera del 5 novembre 1943.
I due anni più critici a questo riguardo furono il 1941 e 1943.
Infatti già nel 1941 abbiamo notizia di voci insistenti sull'allontanamento del Papa dal Vaticano tanto che il Card. Maglione, Segretario di Stato, si confidò con l'Ambasciatore italiano Bernardo Attolico. Nonostante le sue smentite in Vaticano non si stava tranquilli tantoché Maglione comunicò ai cardinali che si stava studiando come comportarsi in caso di invasione del Vaticano e cattura del Papa. Mons. Domenico Tardini annota il 8 maggio 1941: "Tale studio è divenuto anche di maggiore attualità in questi ultimi giorni quando sono giunte e alla Segreteria di Stato e allo stesso Santo Padre voci allarmistiche, secondo le quali la Germania avrebbe preteso dall'Italia che il Papa venisse o allontanato da Roma e dall'Europa ovvero venisse isolato nella Città del Vaticano" (90). Di queste 'voci allarmistiche' è lo stesso Tardini a parlarne in una Nota precedente di due giorni (6 maggio 1941): "Venerdì 25 aprile fu riferito al Santo Padre che a Vienna la Germania avrebbe chiesto all'Italia di far partire il Papa da Roma, perché nella nuova Europa non dovrebbe esservi posto per il papato" (91).
Questi timori non sono infondati se si pensa alla 'strafottenza' delle Gerarchie naziste.
Mons. Alberto Arborio Mella di S. Elia, Maestro di Camera del Papa, riferisce che in una clinica romana il Principe Otto Von Bismarck, ambasciatore presso il Quirinale, aveva detto: "Oh! il Vaticano! quello è un museo che fra qualche anno noi faremo visitare con un biglitto d'ingresso di 10 lire" (92). Lo stesso Hitler si è sbilanciato, specialmente dopo la caduta del regime fascista. Sembra che abbia detto ad alcuni suoi collaboratori: "Io entro subito in Vaticano. Credete che il Vaticano mi dia fastidio? Quello è subito preso. Lì dentro c'è l'intero Corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là e noi tiriamo fuori tutta la p... canaglia" (93).
Questa voce viene riferita anche dall'ambasciatore tedesco Enno von Rintelen (94).
Il 4 agosto 1943 i cardinali residenti in Roma furono avvertiti che il governo italiano temeva una probabile occupazione tedesca di Roma, con una forte possibilità della occupazione dello stesso Vaticano. Anzi a metà dell'anno alcuni addetti alla Segreteria di Stato furono avvertiti di tenersi pronti con le valigie per la reale possibilità di seguire il Papa da un momento all'altro (95). Inoltre nell'agosto-settembre (sempre 1943) i diplomatici esteri abitanti in Vaticano per precauzione fecero bruciare molti documenti.
Dopo l'occupazione di Roma (settembre 1943) la probabilità di deportazione del Papa divenne meno ipotetica. Anche Radio Londra il 10 ottobre 1943 diffuse la notizia di questa evenienza.
Istigatori del progetto di deportare il Pontefice erano Martin Bormann, capo della Cancelleria di Berlino e Heinrich Himmler, Reichsfuhrer SS e ministro dell'interno. L'esecutore doveva essere il generale Karl Wolff (96).
Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede dal 5 luglio 1943 era il barone Ernest von Weizsacker. In un pro-memoria di due pagine scritto dopo la guerra e datato "Città del Vaticano - 16 aprile 1946" riferisce l'udienza con Pio XII del 9 ottobre 1943: "Credo che secondo una prima versione, il governo del Reich voleva espellere la curia papale da Roma e trasferirla nel Liechtenstein. Da principio non presi sul serio la cosa. Nella prima metà di ottobre ebbi un'udienza di Sua Santità, nella quale il papa accennò alle voci che i tedeschi nel caso di una ritirata da Roma volevano evacuarlo con loro. Sua Santità aveva saputo già da italiani seri, i quali, a loro volta, si riferivano a tedeschi di alti gradi. Il papa aggiunse con un sorriso: 'Io resto qui'" (97). Il Gariboldi che riferisce questo pro-memoria, dice anche che l'ambasciatore aveva impostato la sua attività diplomatica "onde evitare il peggioramento delle relazioni tra il Vaticano ed il governo nazista e ridurre il pericolo di una deportazione di papa Pacelli" (98).
Albert von Kessel, dell'ambasciata tedesca presso la Santa Sede, nell'ottobre 1944 fece una interessante dichiarazione: "Hitler era capace di ogni isterismo e di ogni crimine; aveva sempre ventilato la possibilità di fare prigioniero il papa e di deportarlo nel Grande Reich, nel periodo di tempo fra il settembre 1943 ed il giugno 1944, fino, cioè, all'arrivo degli alleati. Se il papa si fosse opposto a questa misura, esisteva persino la possibilità che potesse essere ucciso" (99).
Effettivamente lo stesso Karl Wolff affermò in una dichiarazione giurata e controfirmata, alcuni anni dopo, di aver ricevuto personalmente un ordine in tal senso da Hitler.
Wolff morì all'età di 84 anni nel 1984. La stampa lo ha ricordato anche per questo fatto. In un articolo di un quotidiano si ricorda il colloquio con Hitler e l'ordine trasmesso: "'Entri in Vaticano, arresti Pio XII e faccia piazza pulita'. Il Fuehrer intendeva far deportare il Pontefice e i cardinali nel Liechtenstein, ma in seguito aveva desistito, per paura delle conseguenze mondiali che il gesto avrebbe avuto" (100).
Il generale Wolff non si sentì di attuare il piano. Riuscì a farsi ricevere in udienza da Pio XII il 10 maggio 1944. Forse aveva capito che un gesto così criminale non sarebbe giovato neanche alla Germania ormai avviata verso una sconfitta sicura.
Durante la notte del 4/5 giugno 1944, gli ultimi soldati tedeschi lasciarono silenziosamente Roma e con loro finì l'ultima possibilità di portare via il Papa.

Dobbiamo trattare il quinto ed ultimo aspetto: le testimonianze degli stessi ebrei.
Abbiamo già visto come gli ebrei sconsigliarono il Papa ad intervenire e come gliene furono riconoscenti. Questi ringraziamenti 'piovvero' letteramente al termine del conflitto.
Cito soltanto alcune testimonianze.
Pinchas E. Lapide (che fu anche console israeliano a Milano), non certo difensore strenuo di Pio XII nei riguardi degli ebrei, ha testimoniato, con cifre alla mano che "il papa in persona, la Santa Sede, i nunzi e tutta la Chiesa Cattolica hanno salvato da 700.000 ad 850.000 ebrei da morte certa" (101). Lo stesso Lapide ci informa dell'intervento diretto del Papa presso il governo italiano per impedire la consegna di ebrei ai tedeschi: "Il primo contatto con profughi ebrei, avuto in Europa dalla mia compagnia palestinese incorporata nell'VIII Armata britannica, lo ebbi il giorno di Natale del 1943 nel campo di concentramento di Ferramontina Tarsia, in provincia di Cosenza. Dallo stesso comandante del campo appresi con commozione quanto aveva fatto il Papa, intervenendo personalmente a favore di 3.200 ebrei ivi internati" (102). Ottenuto lo scopo, Pio XII li fece assistere in tutto e per tutto dalla Pontificia Opera Assistenza. Più tardi questi ebrei scrissero al Pontefice (29 ottobre 1944) ringraziandolo di averli salvati da morte certa: "Mentre noi in quasi tutti i Paesi europei siamo stati perseguitati, incarcerati, mentre pendeva su di noi per il solo fatto di appartenere al popolo ebraico la minaccia di morte, Vostra Santità, per tramite di S. E. il Nunzio Apostolico Mons. Borgoncini Duca ci ha non solo inviato doni consistenti e generosi il 22 maggio del 1941 ed 27 maggio del 1943, ma ha dimostrato il suo vivo e paternmo interessamento al nostro benessere fisico, spirituale e morale (Firmato: J. Hermann. Dott. Max Pereles - Ottobre 1944)" (103).
Il rappresentante della Agenzia ebraica per la Palestina, C. Barlas, il 20 gennaio 1943 rivolgeva a Mons. G. Testa Delegato apostolico d'Egitto e Palestina la seguente testimonianza: "L'atteggiamento altamente umanitario di Sua Santità che ha espresso la sua indignazione contro le persecuzioni razziali, fu una sorgente di conforto notevole per i nostri fratelli" (104).
Lo stesso Barlas il 22 maggio 1943 era andato a far visita al Delegato Apostolico in Turchia A. G. Roncalli (futuro Giovanni XXIII) per ringraziare lui e la Santa Sede per i felici esiti degli interventi in favore degli ebrei in Slovacchia (105).
Il 2 giugno 1943 il Segretario di Stato, card. Maglione confidò a G. F. Osborne, ministro della Gran Bretagna presso la Santa Sede, di aver appena ricevuto un telegramma di calorosa gratitudine da una organizzazione ebraica di Gerusalemme per l'assistenza fornita agli ebrei (106).
Da New York il 21 luglio 1944 la Commissione Americana per il Benessere degli Ebrei inviò una lettera al Papa in cui si legge: "Siamo profondamente commossi da questo spettacolo di amore cristiano e dalla protezione accordata agli ebrei italiani dalla Chiesa Cattolica e dal Vaticano durante l'occupazione tedesca dell'Italia, specie perché i rischi per quanti concedevano tale asilo dovettero essere immensi" (107).
Il 29 novembre 1945 circa ottanta delegati in rappresentanza degli ebrei profughi dai campi di concentramento tedeschi si sono recati in udienza dal Papa per ringraziarlo di tutto quello che ha fatto. Come si legge nella domanda per l'udienza, chiedono "il sommo onore di poter ringraziare personalmente il Santo Padre per la sua generosità dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo di nazifascismo" (108).
Per la Romania abbiamo una serie di testimonianze.
Il Gran Rabbino A. Safran ha inviato ringraziamenti.
In una lettera del nunzio A. Cassulo (Bucarest 14 febbraio 1943) al card. Maglione si legge: "Il presidente della comunità israelita di Romania, persona molta distinta e dignitosa, è venuta a ringraziarmi già due volte per l'assistenza e protezione della S. Sede a favore dei suoi correligionari, pregandomi di trasmettere al S. Padre l'espressione di gratitudine di tutta la sua comunità" (109). Ancora il 2 marzo 1943: "Proprio ieri, è stato da me il dr. Safran, gran Rabbino di Bucarest per pregarmi di trasmettere al S. Padre l'omaggio di devozione e gli auguri sinceri, deferenti dell'intera comunità che sa di essere oggetto di tanta paterna sollecitudine da parte dell'augusto Pontefice" (110). Di nuovo il 16 marzo 1944: "Mi preme, innanzitutto, far sapere che il dott. Safran, capo della comunità ebrea di Romania, più volte è venuto da me per ringraziare la Santa Sede di quanto ha fatto e fa allo scopo su indicato" (111).
Commovente la lettera inviata sempre al nunzio Casulo (Bucarest 7 aprile 1944): "In questi tempi duri i nostri pensieri si volgono più che mai con rispettosa gratitudine a quanto è stato compiuto dal Sovrano Pontefice in favore degli ebrei in generale, e da Vostra Eccellenza in favore degli ebrei di Romania e della Transnistria. Nelle ore più difficili che noi, ebrei di Romania, abbiamo passato, l'appoggio generoso della S. Sede, mediante la vostra alta personalità, è stato decisivo e salutare... Gli ebrei di Romania non dimenticheranno mai questi fatti di una importanza storica" (112).
Infine lo stesso Rabbino in una intervista pubblicata sul giornale 'Mantuirea' (27 settembre 1944) di Bucarest, così diceva: "Da due anni, nei giorni gravi quando le deportazioni degli ebrei romeni fuori della Romania erano già stabilite e decise per i delitti del lavoro obbligatorio, l'alta autorità morale di mons. Nunzio ci ha salvato. Con l'aiuto di Dio ha ottenuto che le deportazioni non avessero più luogo... Si è adoperato attivamente per il rimpatrio di tutti gli ebrei della Transnistria, ma degli orfani si è interessato come un padre amoroso" (113).
Questo è confermato anche da un precedente telegramma (26 febbraio 1944) del Delegato Apostolico Roncalli al card. Maglione: "Gran Rabbino di Gerusalemme Herzog venuto personalmente Delegazione Apostolica ringraziare forma ufficiale Santo Padre e Santa Sede per multiforme carità usata verso ebrei questi anni; supplica vivamente efficace interessamento 55.000 israeliti concentrati in Transnistria sotto occupazione Romania" (114).
Ancora lo stesso Herzog, al termine del suo mandato ha inviato al Roncalli (Ankara, 28 febbraio 1944) la seguente lettera: "Il popolo d'Israele non dimenticherà mai i soccorsi apportati ai suoi sfortunati fratelli e sorelle da parte di Sua Santità ed i Suoi eminenti Delegati in uno dei momenti più tristi della nostra storia" (115).
Da New York (21 luglio 1944) a Pio XII arrivò la seguente lettera da parte del "Committee on Army and Navy Religious Activity of the National Jewish Welfare Board": "Santità, man mano che i popoli oppressi vanno riacquistando la libertà, ci giunge notizia, dai nostri cappellani militari d'Italia, dell'aiuto e della protezione dati agli ebrei italiani da parte del Vaticano, di sacerdoti e di istituzioni della Chiesa durante l'occupazione nazista del paese. Siamo profondamente commossi per questi straordinari episodi di amore cristiano... Dal profondo del nostro cuore, Santo Padre della Chiesa, inviamo l'assicurazione della nostra imperitura gratitudine per questa nobile espressione di fratellanza e di amore religioso" (116).
Il Dott. Raffaele Cantoni, Presidente della Giunta delle Comunità israeliane italiane, nel quotidiano romano L'Indipendente (2 marzo 1946) ha scritto: "La gratitudine imperitura degli ebrei per quanti si sono adoperati in favore della Comunità israeliana italiana... In primo luogo nei riguardi di Pio XII per le prove di umana fratellanza fornite dalla Chiesa Cattolica durante gli anni delle persecuzioni e poi in ricordo dei sacerdoti che patirono il carcere ed i campi di concentramento e immolarono la loro vita per assistere, in ogni modo, gli ebrei" (117).
Penso non sia necessario dilungarci oltre nell'elenco delle testimonianze a favore della linea scelta da Pio XII.

Note71) E. Stein, La scelta di Dio - Lettere 1917-42, Città Nuova, Roma 1973, p. 168. Cfr. anche T. R. de Spiritu Sancto, Edith Stein, Morcelliana, Brescia 1959, p. 311-323. Lo stesso punto è trattato anche da A. Rhodes, o.c., p. 354 e da R. Hilberg, Carnefici, Vittime, Spettatori, Mondadori, Milano 1994, p. 253.
72) L. Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi, Torino 1955, p. 396 s.
73) A. Rhodes, o.c., p. 354.
74) L'intervista è riportata in "Vita", 8 aprile 1964, p. 12.
75) M. Marrus, L'olocausto nella Storia, o.c., p. 113.
76) L. Poliakov, o.c., p. 398.
77) Purtroppo ogni tanto sorgono ancora 'voci' non competenti che parlano senza cognizione di causa; per questo cfr. la rubrica 'Scriviamoci' di Jesus, 4 (1994), p. 8 s.
78) Discorso di Paolo VI il 12 marzo 1964 per l'inaugurazione di un monumento a Pio XII, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. II (1964), p. 175.
79) A. Rhodes, o.c., p. 352.
80) Cit. in Osservatore romano, 19 marzo 1964, p. 2, nella rubrica Ribalta dei fatti, a firma di r.m. (Raimondo Manzini).
81) Fonte: KNA, disp. 214, 5 novembre 1963; ritortato anche da R. Esposito, Processo al Vicario, o.c., p. 170.
82) A. Martini, "Il Vicario, una tragedia cristiana?", in La Civiltà Cattolica, 1963, vol. II, p. 317.
83) A. Spinosa, Inutilità delle parole, La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 maggio 1994. In merito al Vicario cfr. ancora: A. Martini, La vera storia e Il Vicario di Rolf Hochhuth, in La Civiltà Cattolica, 1964, vol. II, p. 437-454.
84) Actes et Documents, vol. II (1966), p. 182 s.
85) Cfr. "Bayerischer Dienst", n. 200 del 16 ottobre 1963, appendice n. 177 del 17 ottobre 1963; un articolo di R. Esposito in "Orizzonti", 5 gennaio 1964, p. 23 ss.; lo studio di Mons., Quirino Paganuzzi in "Vita", 15 aprile 1964.
86) Riferito in R. Esposito, Processo al Vicario, o.c., p. 68 s.
87) Actes et Documents, o.c., vol. III/2 (1967), p. 623 s.
88) Ibidem, p. 670.
89) Testo riportato in R.A. Graham, Il Vaticano e il Nazismo, o.c., p. 190, nota.
90) Actes et Documents, o.c., vol. IV (1967), p. 485.
91) Ibidem, p. 483.
92) Affari Ecclesiastici Straordinari (A.E.S.), 9615/41; cfr. Actes et Documents, vol. V (1969), p. 396, nota 1.
93) Lagehesprechungen in Fuhrer-Hauptquartier. Protokoll-Fragmenten aus Hitlers Militarischen Konferenzen 1942-1945, Herausg. von Helmut Heiber, Monaco 1963, p. 170-171. Riportato anche da G. Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini - Il Vaticano fra le dittature, o.c., p. 204.
94) Enno von Rintelen, Mussolini als Bundesgenosse. Erinnerungen des deutschen Militar-attaché in Rom, Tubinga-Stoccarda 1949, p. 233.
95) Tra questi c'era anche Mons. Egidio Vagnozzi (in seguito cardinale) il quale ha confermato questa notizia in una intervista al New York Herald Tribune del 21 marzo 1964.
96) Cfr. C. Marcora, Storia dei Papi, Ed. Enciclopediche, Milano 1974, vol. VI, p. 545 - 549.
97) G. A. Gariboldi, Il Vaticano nella seconda guerra modiale, o.c., p. 176.
98) Ibidem, p. 177. Cfr. anche i due articoli di R.A. Graham, "Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII?", La Civiltà Cattolica, 19 febbraio 1972, p. 319-327 e 4 marzo 1972, p. 454-461. Inoltre cfr. M. Ricci, "Deportate il Papa disse il Fuhrer", 30 Giorni, marzo 1989, p. 77-79.
99) Dichiarazione in "L'Osservatore Romano della Domenica", 28 giugno 1944, p. 33. Inoltre per tutta questa faccenda, cfr: G. A. Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini - Il Vaticano fra le dittature, o.c., p. 193 - 224.
100) C. Belihar, "Wolff l'acrobata del si salvi chi può", Il Giornale, 17 luglio 1984. Per tutta la questione cfr. anche C. Gasbarri, Quando il Vaticano confinava con il Terzo Reich, Ed. Messaggero, Padova 1984, p. 70-84.
101) P. Lapide, Three Popes and the Jews, New York 1967, p. 215 ss. Questa stessa notizia è riportata anche da A. Rhodes, o.c., p. 349 e da E. Nassi, Pio XII- La politica in ginocchio, Camunia, Milano 1992, p. 221.
102) Il Papa ieri e oggi, numero speciale dell'Osservatore Romano della Domenica, 28 giugno 1964, p. 80.
103) Osservatore Romano della Domenica, l.c., p. 80. Lapide aggiunge anche che la stessa Sig.ra Golda Meir (già primo ministro dello Stato ebraico, da New York ringraziò di cuore il Papa, nel giorno della sua morte (9 ottobre 1958) per tutto ciò che aveva fatto in favore degli ebrei.
104) Osservatore Romano, 5 giugno 1964, p. 1.
105) Actes et Documents, o.c., vol. IX (1975), p. 307.
106) Archivio del Foreign Office. F.O. 371/24363, dispaccio del ministro Osborne.
107) Actes et Documents, o.c., vol. X (1980), p. 358 s.
108) Discorsi e Radiomessaggi di S.S. Pio XII, o.c., vol. VII (1964), p. 291.
109) Actes et Documents, o.c., vol. IX (1975), p. 128.
110) Ibidem, p. 163.
111) Ibidem, vol. X (1980), p. 179.
112) Ibidem, p. 291 s.
113) Riportato da A. Martini, La Santa Sede e gli Ebrei della Romania durante la Seconda Guerra Mondiale, in La Civiltà Cattolica, 1961, vol. III, p. 462 s.
114) Actes et Documents, o.c., vol. X (1980), p. 154.
115) Ibidem, p. 161.
116) Ibidem, p. 358 s.
117) Per altre testimonianze del Cantoni su Pio XII, cfr. la Relazione tenuta il 9 febbraio 1964 in una Tavola Rotonda organizzata a Roma dai Laureati Cattolici e riportata in Osservatore Romano della Domenica, 28 giugno 1964, l.c., p. 67-68.