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Le grandi domande - “L’ultima domanda” di I. Asimov 2 - Le stelle moriranno

Fonte:
CulturaCattolica.it
In realtà il tema di fondo è la fine di tutto: l’entropia.

Vertigine e brivido metafisico in questo racconto di I. Asimov. Lo scrittore, di origine russa ed ebreo per nascita, si è sempre definito agnostico, anche se nella sua opera sono presenti spesso richiami biblici, e ben tre libri della sua sterminata produzione letteraria sono stati dedicati in qualche modo alla Bibbia. Ne “L’ultima domanda” il divino è tragicamente assente come memoria (sembra di percepire che secondo Asimov l’umanità dal 2061 in poi farà a meno di Dio), ma è costantemente presente come senso religioso e come livello della domanda. Infatti, anche se apparentemente il protagonista è l’AC (la sequenza di computer sempre più evoluti, sempre più simili a Dio, ognuno costruito dal suo predecessore nello spazio di un milione di anni per volta, e ormai inaccessibili alla esperienza diretta dell’uomo), in realtà il tema di fondo è la fine di tutto: l’entropia. Asimov tratta temi difficili in modo semplice (ad un certo punto ci sono anche due bambine coinvolte nella storia), e spiega l’entropia così:
Per sempre no” corresse Jerrodd, con un sorriso. “ Un giorno o l’altro, tutto si fermerà, ma prima che accada dovranno passare miliardi di anni. Molti miliardi. Perfino le stelle si esauriscono, come ben sai. L’entropia deve per forza aumentare.”
“Che cos’è l’entropia, papà?” strillò Jerrodette II.
“L’entropia, cara, è una... un termine, ecco. Significa il quantitativo di decadimento dell’universo. Tutto si ... si scarica, diciamo così. Come il tuo piccolo robot walkie-talkie, ricordi?”
“E non si può inserire una nuova unità-di-energia, come facevamo per il mio robot?”
“Le stelle sono le unità di energia, mia cara. Una volta esaurite quelle, non ne rimangono più.”
All’istante, Jerrodette I scoppiò in un pianto disperato. “No, no, papà, non voglio! Non lasciare che le stelle si scarichino, papà!”

Il pianto della bimba che ha scoperto che le stelle moriranno è l’emblema dell’incubo della finitezza che grava su tutta la storia. Quando nel discorso entra un “per sempre?” scatta la domanda al supercomputer: non ci si rassegna alla fine di tutto. Ad un certo punto si parla di uomini immortali, di menti separate dai corpi, di poteri divini acquisiti dagli uomini, ma la domanda resta: “Che m’importa dell’immortalità, se non c’è l’Eternità, il “per sempre” dell’universo?”
“Ma quando tutta l’energia si sarà esaurita, moriranno anche i nostri corpi, e tu e io con loro.”
“Ci vorranno miliardi di anni.”
“Ma io non voglio che accada, nemmeno tra miliardi di anni. AC Universale! Come si può impedire che le stelle muoiano?”.
Sembra di sentire il poeta G. Ungaretti, nella sua poesia “Dannazione”:
“Chiuso fra cose mortali
(anche il cielo stellato finirà)
perchè bramo Dio?”

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